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C'è un segreto, ed eventualmente quale, nel privato del "Sindacone"?

Andrea Vitali torna a mettere in scena la Bellano del Dopoguerra, un paese segnato da un frettoloso antifascismo e da una gran voglia di riscatto


22/10/2018

di Valentina Zirpoli


Una scrittura segnata dalla leggerezza, condita di frasi brevi e intriganti che affondano le radici in un ormai lontano passato, dando voce a personaggi (che sono frutto di fantasia in abbinata alla relative situazioni, mentre i luoghi risultano reali) che ci sembra di conoscere da sempre. Protagonisti alle prese con le meschinità tipiche della provincia, caratterizzate da errori e pettegolezzi, rancori e invidie: nodi spiazzanti che inducono alla riflessione e che, prima o poi, verranno al pettine. 
Ma di chi e di cosa stiamo parando? Di Andrea Vitali, tornato in libreria con Gli ultimi passi del Sindacone (Garzanti, pagg. 239, euro 18,60), un romanzo che riporta in scena la Bellano del Dopoguerra, un paese (il suo paese) collocato sulla sponda orientale del Lago di Como che l’autore, strada facendo, ha saputo dipingere in tutte le sue più variegate sfaccettature. Un luogo che si propone specchio di “vite semplici e reali, in cui ognuno di noi può riconoscersi”; vite che prendono forma in una lunga serie di vicende imbastite sulla semplicità. Peraltro gradite dai suoi concittadini i quali, in segno di affetto, gli hanno voluto dedicare una targa, posta a ridosso di una panchina sul lungolago. Targa nella quale si ricorda che proprio quello era il suo luogo preferito per ascoltare, con dovuta noncuranza, le chiacchiere della gente. Rubandone in questo modo gli spunti da tradurre poi in storie e racconti. 
Ma torniamo al dunque. Ovvero a Gli ultimi passi del Sindacone, un canovaccio che si rapporta alla voglia di riscatto della gente: la guerra è finita da poco lasciandosi al seguito i suoi dolori e le sue macerie, il frettoloso antifascismo viene esibito senza vergogna dai soliti voltagabbana, gli appetiti della carne rappresentano il simbolo della voglia di vita che sta rianimando l’intero Paese. Il tutto all’insegna, per regalare pepe alla narrazione e rendere più intrigante il trantran quotidiano, di piccoli quanto stuzzicanti segreti. 
Nel nostro caso la storia si rifà al 22 dicembre 1949 e sembra, ripetiamo sembra, collegarsi - almeno dal punto di vista anagrafico - a quella sviluppata tre anni fa in Biglietto, signorina, un romanzo imbastito appunto nel 1949 su una forestiera, bella e squattrinata, che si propone come una spina nel fianco del candidato sindaco di Bellano. Non un racconto del tutto nuovo, però, in quanto era già apparso nel 2001 con il titolo L’aria del lago nell’omonima raccolta. Ma ovviamente reinventato e riscritto, con adeguati ampliamenti degli spazi narrativi e dei personaggi. 
Ma cosa succede quel 22 dicembre? Niente di eclatante, salvo una rottura di scatole per gli assessori. Ma facciano un passo indietro. A tenere la scena di primo cittadino è Attilio Fumagalli, un pingue ometto di 50 anni, poco più di un metro e sessanta di altezza, che soffre di obesità androide, nel senso che il grasso ce l’ha tutto attorno all’addome. Sposato con Ubalda Lamerti (stazza speculare a quella del marito nonché sorda come una campana), senza figli, esercita in proprio la professione di ragioniere. Lui che, “per vincere quel senso di vuoto che a volte lo aggredisce, più che per uno slancio ideale, si è dato alla politica nelle file della Democrazia Cristiana. E sfruttando il giro della propria clientela è riuscito a farsi eleggere sindaco di Bellano”. 
Per tutti, e per ovvie ragioni, è il Sindacone. E quando era venuto a conoscenza di quel bonario soprannome, “non aveva fatto altro che scrollare le spalle. Se madre natura l’aveva fatto così, una ragione doveva esserci”. Di fatto l’attività istituzionale non lo ha mai occupato più di tanto. Oltre al disbrigo delle formalità correnti, riuniva la giunta ogni due mesi, due mesi e mezzo. “Ultimamente, però, sotto questo aspetto, sembra aver impresso una svolta al suo ruolo. Convoca infatti la giunta ogni dieci giorni, a volte anche ogni settimana. Una voce o due all’ordine del giorno, una mezz’oretta di riunione e ciao. Ma oggi, 22 dicembre 1949, ha superato ogni limite: ha indetto una riunione per la sera della Vigilia di Natale”. 
Per discutere di cosa? Di niente. Per uno scambio di auguri. “E a più di uno dei consiglieri che si sono visti recapitare a mano la convocazione è saltata la mosca al naso. Per dirla tutta, al geometra Enea Levore (un magrone dalla barbetta rada, che trasmette ingiustamente un’idea di scarsa igiene) è venuto il preciso sospetto che sotto a quella frenesia si nasconda qualcosa. Ma cosa? Basterebbe chiederlo al giovane quanto fantasioso vicesindaco Veniero Gattei - che riveste anche la carica di assessore al Bilancio (a sua volta ragioniere e fresco sposo) - se quello non tenesse la bocca rigorosamente cucita...”. 
Che dire: ancora una volta Andrea Vitali ha fatto centro, mettendo in scena personaggi che lasciano il segno: si va infatti dal medico condotto al sacerdote, dall’uomo di mondo al titolare dell’impresa di pompe funebri, dal capitano di battello alla cameriera d’hotel, dalla zitella all’imprenditore, dal milite mussoliniano all’antiquario, sino ad arrivare al cagnetto Fifu e al cadavere di un uomo novantenne che appare in sogno al pizzicagnolo… In buona sostanza confermandosi uno degli autori più seguiti del nostro panorama narrativo. 
Lui che, da questo punto di vista, si propone come una specie di macchina da guerra, visto che si sta avviando verso i 75 libri pubblicati: una decina dei quali firmati a quattro mani con l’omonimo concittadino Giancarlo (un affermato pittore, purtroppo scomparso alcuni mesi fa, che ha regalato le sue splendide immagini alle altrettante storie pubblicate da Cinquesensi). Lavori che si rapportano a una leggibilità fuori dal comune. Che è poi la caratteristica principale di questo scrittore, anche se in realtà la sua prima professione, ultimamente abbandonata, era stata quella di medico. Peraltro molto amata. 
Per chi ancora non lo sapesse - ma repetita iuvant a beneficio dei suoi nuovi lettori - Vitali è nato (primo di sei fratelli) il 5 febbraio 1956 a Bellano, dove i due genitori, Edvige e Antonio, lavoravano come impiegati comunali. Una volta terminato il liceo, il giovanotto voleva intraprendere la professione di giornalista, ma da bravo ragazzo qual era, per soddisfare le aspirazioni paterne, si iscrisse all'Università Statale di Milano, dove si laureò in Medicina. E come apprezzato medico condotto si sarebbe dato da fare in paese, dove peraltro si è sposato con Manuela, dalla quale ha avuto il figlio Domenico. 
Che altro? Collezionista di premi (Montblanc, Piero Chiara, Grinzane Cavour, Bruno Gioffrè, Dessì, Bancarella, Boccaccio, Hemingway, La Tore - Isola d’Elba), Vitali - che è stato tradotto in Francia, Germania, Serbia, Grecia, Romania, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Ungheria, Giappone e Turchia - aveva debuttato sugli scaffali nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, spinto dalla sua passione per la lettura e la scrittura. Ben presto dimostrando di saper padroneggiare la narrazione come pochi altri, la qual cosa gli ha consentito di entrare nelle vicende raccontate con intrigante malizia, giocando con consumata ironia sulle umane debolezze. E questo è quanto.

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