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C'è una sola cosa, oltre alla morte, cui nessun uomo può sfuggire: il suo passato

Torna a indagare l’ispettore Gamache nel nuovo bestseller di Louise Penny. Le altre novità? Firmate da Alan Bradley, Marina Bertamoni e Maria Masella


08/01/2018

di Mauro Castelli


Glass Houses, il suo ultimo romanzo, è stato pubblicato alla fine dello scorso agosto e, come tutti i lavori firmati dalla canadese Louise Penny con protagonista l’ex ispettore capo della Omicidi del Québec, Armand Gamache (a detta di molti uno dei detective più interessanti della narrativa poliziesca), si è guadagnato i vertici delle classifiche stilate dal New York Times e dal Globe and Mail. Un libro troppo fresco di stampa per tenere già banco sui nostri scaffali. Accontentiamoci quindi di un altro bel lavoro, che a sua volta ha veleggiato nelle parti alte degli incassi al botteghino. Ovvero La via di casa (Piemme, pagg. 420, euro 19,50, traduzione di Gioia Sartori), un thriller del 2014 che si rapporta a un graffiante assunto: C’è un a sola cosa, oltre la morte, cui nessun uomo può sfuggire: il suo passato
Ma cos’ha di speciale questa autrice per essersi guadagnata lodi incondizionate sia nel suo Paese che negli Stati Uniti, oltre a essere tradotta in 25 lingue, tanto che il suo eroe (un figura emotivamente complessa, coraggiosa e scaltra, dai tratti che sfumano nell’epico) ha addirittura generato - caso più unico che raro - una nuova linea di merchandising? 
Intanto la capacità di regalare alle sue premiate trame (si è aggiudicata, fra gli altri, l’Anthony Award e il Macavith Award) una connotazione per certi versi unica, trasportando il lettore in una ambientazione a prima vista segnata dall’immobilismo, dove niente è quello che sembra e fidarsi delle apparenze sarebbe un errore imperdonabile. Quindi la capacità di ispirarsi - a fronte di una scrittura morbida e avvolgente - alla narrativa rielaborandola a uso e costume del presente (“Sono stata influenzata da opere come Cuore di tenebra di Joseph Conrad, l’Odissea di Omero e Gilead di Marilynne Robinson, oltre a ispirarmi ai paesaggi, alla storia e alla geografia del Québec, nonché alle persone che abitano questi luoghi. Persone che mi hanno chiesto pochissimo e mi hanno dato tantissimo”). 
Ma veniamo alla sinossi de La via di casa. A Three Pines, piccola cittadina del Québec, è difficile che accada qualcosa. Ed è proprio qui che Armand Gamache sta vivendo gli anni della pensione.  Ma c’è qualcuno che viene a disturbare la sua quiete, fatta di letture colte e tranquille serate estive: ovvero Clara Morrow, la vicina di casa, famosa pittrice, il cui marito Peter - a sua volta artista della tela che sembra aver perso sia l’ispirazione che il suo affetto per la moglie - è scomparso. La donna ha un brutto presentimento e vuole a tutti i costi ritrovarlo. Gamache non vorrebbe lasciare Three Pines, ma alla fine accetta di aiutarla. Comincia così un viaggio alla ricerca di un uomo che diventa sempre più misterioso man mano che il tempo passa. 
“Un viaggio che porterà l’ex ispettore sino all’area più desolata della regione, quella del grande fiume San Lorenzo, un posto talmente dannato che i primi marinai che vi capitarono lo definirono la Terra che Dio donò a Caino. E lì, lontano da casa e sempre più vicino al cuore nero dell’uomo che sta cercando, Gamache scoprirà qualcosa che non avrebbe creduto possibile”. Sta di fatto che “all’ombra delle pinete di Three Pines, tra le mura di accoglienti dimore e su fredde panchine del parco cittadino si consumeranno le vite di personaggi di diversa estrazione e, soprattutto, dalle variegate aspirazioni”. 
Che altro? Per la cronaca ricordiamo che Louise Penny è nata a Toronto e vive in un villaggio a sud di Montréal, vicino al confine americano del Vermont. Luogo dove ha coltivato, assieme al marito Michael, la passione incondizionata per i cani, tutti golden retrivier. In effetti “ne abbiamo posseduti cinque: nell’ordine Bonnie, Maggie, Seamus, Trudy e ora Bishop. Alcuni li avevamo presi quand’erano ancora cuccioli, altri li abbiamo adottati da adulti”. 
E per quanto riguarda Michael? “È stato lui a ispirarmi Armand Gamache. Lui compagno di vita premuroso e generoso, coraggioso e integro. In altre parole l’uomo che mi ha permesso di lasciare il lavoro per dedicarmi alla scrittura; l’uomo che ho amato e che continuo ad amare nonostante mi abbia lasciato per sempre nel settembre 2016, a 83 anni. Ma non sono sola: ho il mio Bishop, la mia assistente Lise (sorella, aiutante, confidente) e molti altri amici del villaggio a farmi compagnia. E poi ho la fortuna di poter continuare a scrivere…”.

A questo punto un nuovo libro e un nuovo autore che guarda caso, come Louise Penny, è nato a Toronto. Stiamo parlando di Alan Bradley, già docente, giornalista, sceneggiatore e autore radiofonico che nel 2007, a quasi settant’anni (è infatti venuto al mondo nel 1938), aveva dato alle stampe il suo primo giallo - con Flavia de Luce protagonista, messa peraltro in scena in Inghilterra, un Paese che l’autore non aveva mai visitato - vincendo il Dagger Award, premio della Crime Writers’ Association inglese, come miglior esordiente. 
Una serie, quella dedicata a Flavia de Luce mysteries (“La giovane investigatrice che ha saputo sposare la metodologia scientifica con una propria versione della Hard Boiled School”), tradotta in 31 lingue. Serie della quale Sellerio propone ora Flavia de Luce e il cadavere nel camino (pagg. 418, euro 15,00, traduzione di Alfonso Geraci), dopo aver già dato alle stampe Aringhe rosse senza mostarda, Il Natale di Flavia de Luce, A spasso tra le tombe, Un segreto per Flavia de Luce, Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli nonché La morte non è cosa per ragazzine
In realtà il debutto di Bradley sugli scaffali risulta datato 2004 con Ms. Holmes of Baker Street (un saggio scritto con William A.S. Sarjeant, entrambi membri di una società di appassionati di Conan Doyle, nel quale si ipotizza che quel genio di Sherlock Holmes fosse in realtà una donna) seguito due anni dopo da The Shoebox Bible (un libro di memorie). 
Ma veniamo alla trama di Flavia de Luce e il cadavere nel camino, un romanzo ambientato nel 1952 e che vede la dodicenne protagonista, grande esperta di veleni e già apprezzata detective, spedita dall’Inghilterra (dove nello scalcinato castello di famiglia si è fatta le ossa dandosi da fare nel suo modesto laboratorio di chimica) a Toronto per proseguire gli studi presso la stessa Accademia femminile a suo tempo frequentata dalla madre Harriet (morta misteriosamente in Tibet). Nonostante il trasferimento in Canada non le sia particolarmente gradito, nonostante le ferree regole scolastiche, nonostante le istitutrici siano rigide come sergenti, la nuova scuola non risulta certo priva di interesse per Flavia, in quanto le potrebbe consentire di far luce sul mistero che circonda la figura della madre, a suo tempo affiliata ai servizi segreti britannici. Si vocifera inoltre che nel corso dell’ultimo anno tre alunne siano misteriosamente sparite, per non parlare del corollario legato all’insegnante di Chimica, Mrs Bannister, protagonista in passato di una scandalosa vicenda giudiziaria (era stata accusata di avere avvelenato il marito, anche se poi era stata assolta). 
Non bastasse, giusto il tempo per Flavia di sistemarsi nella sua cameretta, che succede un episodio inspiegabile: dal camino piomba giù, con la testa staccata dal corpo, un cadavere mummificato avvolto in una bandiera. E per la nostra detective in erba è sufficiente il tempo che intercorre fra il fattaccio e l’arrivo della polizia per trarne le prime considerazioni. Trovando peraltro terreno fertile nella collaborazione del simpatico ispettore incaricato delle indagini. Tuttavia, di mistero in mistero, le cose si complicheranno, inducendo Flavia a interrogarsi anche sui motivi per i quali la famiglia aveva deciso di mandarla proprio lì. E alla fine riuscirà a scoprire che… 
Risultato? Una maliziosa quanto ironica storia che intriga il lettore; una protagonista che cattura all’insegna della tenerezza; una indubbia abilità, da parte dell’autore, nel dare voce a una nuova detective story condotta per mano da una ragazzina che ragiona come, o forse meglio, di un adulto. 
E ora un passo indietro: per la cronaca Alan Bradley ha vissuto una non facile infanzia a Couburg, località a un centinaio di chilometri da Toronto, allevato da due sorelle visto che la madre risultava impegnata a darsi da fare per rimpiazzare il marito che se n’era andato di casa. Lui bambino malaticcio che aveva imparato a leggere in tenera età e che in seguito, frequentando le scuole superiori, si sarebbe comunque proposto come un “pessimo studente”; lui che, dopo essersi laureato in ingegneria elettronica, si sarebbe occupato della progettazione di sistemi radiotelevisivi, per poi entrare a far parte dello staff dell’Università di Saskatchewan nel 1969, dove per un paio di anni ha tenuto anche corsi di scrittura creativa; lui che ha collaborato allo sviluppo di uno studio Tv che avrebbe diretto per 25 anni; lui che dopo aver beneficiato di un pensionamento anticipato si sarebbe dedicato a tempo pieno alla narrativa. 
Che altro? Bradley, sposato con l’adorata Shirley, è stato il primo presidente dei Saskatoon Writers nonché membro fondatore della Saskatchewan Writers Guild. Una penna che ha legato i suoi inizi alla stesura di storie per ragazzi pubblicate sul Canadian Children’s Annual, mentre un suo racconto, Meet Miss Mullen, è stato il primo a ricevere il Saskatchewan Writers Guild Award for Children Literature. E questo è quanto.

In chiusura di rubrica spazio a due scrittrici della scuderia Frilli di Genova. Iniziando con Marina Bertamoni, che ha dato alle stampe Chi muore giace (pagg. 178, euro 12,90), un romanzo - che si è piazzato al secondo gradino del Premio letterario Giallo Garda per la sezioni inediti - imbastito sulle indagini portate avanti dall’ispettrice Luce Frambelli fra Lodi e Crema. Una poliziotta in servizio da sette anni, segnata da problemi familiari (le cose con il suo Davide vanno sempre peggio e meno lo vede meglio è) e che non ha certo il dono della sintesi. Figuriamoci mentre si trova a stilare il rapporto su un omicidio davvero misterioso: quello di una donna senza nome trovata ammazzata in un appartamento che, seppure setacciato da cima a fondo, non ha regalato lo straccio di un indizio. Insomma, una gran brutta faccenda. 
Ma facciamo un passo indietro, partendo da un interrogativo: chi è Amélie McFiennes, la scrittrice di romanzi rosa a sfondo erotico che vende milioni di copie in tutta Europa? Anche se a saperlo sono in pochissimi, dietro questo pseudonimo si nasconde il giovane Angelo Di Dio, una penna di talento che ha deciso di firmare con un nom de plume i suoi romanzi dopo un brutale fatto di sangue nel quale era rimasto coinvolto. E se un provvidenziale test del Dna gli aveva restituito la libertà, non gli aveva certo restituito la fiducia nel prossimo. Per questo si è accasato in una cascina nelle campagne tra Lodi e Crema, isolato dal mondo, dedicandosi alla sola attività che gli dà soddisfazione: la scrittura. 
A questo punto il lettore si troverà a raffrontarsi con due storie che hanno qualcosa in comune. L’ispettrice Luce Frambelli riuscirà, grazie al test del Dna, a smuovere le acque del citato caso di omicidio: il profilo genetico della donna strangolata risulta infatti compatibile con quello di Angelo. I due sono quindi fratelli. Ma c’è un piccolo particolare: il nostro scrittore a luci rosse risulta figlio unico. O almeno così aveva creduto. 
A questo punto Luce si darà da fare per scoprire l’identità del feroce assassino, aiutata dai colleghi della Questura di Lodi, “cercando di mantenere il giusto equilibrio tra il sospetto e un’attrazione per Angelo che diviene lentamente un’ossessione”. E anche lo scrittore, che vuole vederci chiaro, porterà avanti una sua indagine, “muovendosi tra Lodi, Milano e la Spagna, consapevole del rischio che la sua vita ne possa uscire sconvolta”. 
A conti fatti una storia ben imbastita, sorretta da personaggi credibili, anche se priva di particolari acuti. Nel senso che la scrittura di Marina Bertamoni - pur degna di una buona sufficienza - manca di quel guizzo di genialità necessaria per incantare il lettore. Anche se si dimostra capace di portare avanti canovacci composti da tasselli che finiscono per incastrarsi come si conviene. Come nel caso de La Dea della Luna, che nel 2008 ha vinto il Premio nazionale Nero Wolfe, oppure di Camping Soleil (I Sognatori) con il quale nel 2014 si è aggiudicata la terza edizione del concorso Il Picchio - Città di San Giuliano milanese. 
Nata sotto la Madonnina il 10 settembre 1961, laureata in Scienze geologiche, questa autrice lavora in una multinazionale dell’energia e vive con la famiglia a Vizzolo Predabissi, nell’hinterland milanese. Dove, da una decina d’anni, scrive romanzi e racconti gialli.

La seconda proposta di casa Frilli risulta invece legata alla collaudata penna di Maria Masella, della quale abbiamo già ampiamente parlato su queste stesse colonne, che torna in libreria con l’ennesima storia imbastita sulla figura del commissario Antonio Mariani. “Un poliziotto intrigante quanto fuori dalle righe, determinato quanto rispettoso dell’altrui lavoro; una figura capace di portare avanti le indagini più complesse, seppure allergico alla burocrazia e al potere”. Un personaggio dal taglio televisivo (“Spero che prima o poi possa finire sul piccolo schermo, dopo esserci andata vicina. Ma per via della crisi non se ne fece nulla”) che aveva fatto la sua comparsa nel 2000 in una serie di racconti di spionaggio scritti per la collana Segretissimo di Mondadori e che ora viene rimesso in pista per la diciannovesima volta in un romanzo dal titolo Mariani e la cagna (pagg. 234, euro 14,90). 
Come da precedenti segnalazioni, Maria Masella è nata a Genova il 10 febbraio 1948, dove si è laureata in Matematica, materia che ha insegnato con passione per 22 anni. Una ironica signora, a suo dire curiosa e un po’ impicciona, divertente e dalla parola facile, con un debole dichiarato per il nuoto, il mare, la lettura dei classici (“Ogni anno ne rileggo qualcuno”) e soprattutto per la scrittura. Una passione di vecchia data che risale addirittura ai tempi delle medie. “Una insegnante mi chiese cosa mi sarebbe piaciuto fare da grande e io risposi, fra l’ilarità generale, la scrittrice. Sta di fatto che quel primo passo falso avrebbe messo a tacere la mia creatività, sin quando un giorno decisi di voltare pagina e partecipare a un concorso. Ero però talmente emozionata che finii per dimenticare di allegare i miei dati. Fu così che la rivista in questione, avendo apprezzato il mio lavoro e volendolo pubblicare, fu costretta a sua volta a fare indagini sulla sottoscritta...”. 
Detto questo, spazio alla sinossi. “Il commissario Mariani è salito al Centro di rieducazione cardiovascolare per fare visita alla madre Emma. Come altre volte, fa due passi in zona. Non sentendo abbaiare una cagna che di solito gli faceva festa, occhieggia attraverso la siepe e la vede insanguinata. Spinge il cancello ed entra. A terra c’è anche il corpo di un uomo, Patrizio Debenedetti: è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco. Le indagini sull’omicidio vengono affidate al commissario Arnaldi, mentre Mariani si trasferisce per alcuni giorni a Roma per partecipare a un convegno. Quando ritorna scopre che la principale indiziata è Vanna Penchi, un’inserviente del Centro, la donna che cinque anni prima aveva accusato di stupro proprio Debenedetti e alla quale era stato affibbiato il nome dispregiativo di Cagna. Mariani non vuole essere coinvolto, anche per i pessimi rapporti che intrattiene con Arnaldi, ma quando Emma afferma di poter fornire un alibi alla Penchi deve agire, perché deve sapere quanto siano attendibili i ricordi di sua madre che, dopo il pesante intervento, non ha riacquistato la completa lucidità”. Ci riuscirà? Leggere per sapere. E sarà una piacevole lettura.

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