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C'eravamo tanto odiati: eppure fra 5 stelle e Pd scoppia la pace e Conte concede il... bis

Il premier uscente ha infatti ricevuto l’incarico di formare il nuovo Esecutivo, fermo restando il problema di una evidente instabilità. Con i nodi ancora da sciogliere del o dei vice-premier, la composizione del Gabinetto e il programma


29/08/2019

di Giambattista Pepi


Il professor Giuseppe Conte ha ricevuto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’incarico di formare il nuovo Governo e lo ha accettato con riserva. Governo che potrà contare su una maggioranza politica in Parlamento formata dai gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico. Ai quali dovrebbero aggiungersi Leu, i rappresentanti del Gruppo misto e gli Autonomisti (Svp e UV). All’inizio della prossima settimana il presidente incaricato - che avviato le consultazioni con tutti i gruppi parlamentari - tornerà al Quirinale per sciogliere la riserva, e assumere formalmente l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. 
“Siamo agli albori di una nuova legislatura Ue e dobbiamo recuperare il tempo perduto per consentire all'Italia il ruolo da protagonista che merita. Il Paese ha l’esigenza di procedere speditamente”, ha detto Conte dopo aver ricevuto l’incarico al Quirinale. 
Tre le priorità indicate la manovra di bilancio. “Non sarà un Governo 'contro' ma un governo per modernizzare il Paese e per i cittadini. Realizzerò un Governo nel segno della novità è quello che richiedono anche le forze politiche", ha affermato il premier incaricato. Conte ha parlato di “stagione riformatrice, di rilancio, di speranze, che offra al paese certezze”. Lavoreremo per  “un Paese migliore, un Paese che abbia infrastrutture sicure, reti efficienti, che si alimenti con energie rinnovabili, che valorizzi i beni comuni, che integri stabilmente nella propria agenda politica il benessere eco-sostenibile, che rimuova diseguaglianze di ogni tipo”.  
“Deve essere - ha aggiunto Conte - un Paese di riferimento nella protezione delle persone con disabilità, che non lasci che i giovani si disperdano con esperienze all’esterno ma che sia un paese attraente per giovani che sono all'estero, che veda un Mezzogiorno rigoglioso. Un Paese nel quale la pubblica amministrazione non sia permeabile alla corruzione, un Paese con una giustizia più equa ed efficiente dove le tasse le paghino tutti, ma proprio tutti, ma le paghino meno”. Molto spesso negli interventi pubblici sin qui pronunciati ho evocato la formula di un nuovo umanesimo, non ho mai pensato fosse lo slogan di un governo ma l'orizzonte ideale del Paese”. 
La crisi politica aperta a mezz’agosto inopinatamente dalla Lega imbocca quindi la dirittura d’arrivo e dovrebbe tradursi nella nascita del nuovo Esecutivo giallo-rosso, scongiurando così il ricorso a elezioni anticipate che altrimenti si sarebbero dovute tenere a novembre. 
Al termine del secondo giro di consultazioni avviate martedì dal Capo dello Stato, Pd e M5S hanno infatti temporaneamente messo da parte ciò che continua, nonostante le frasi di circostanze e i sorrisi stentati, a dividerli: composizione del Gabinetto, un vice-premier unico o due, nonché le priorità del programma, abbozzato ma ancora da mettere a fuoco, per convergere sul nome di Conte, come futuro premier, considerato in “quota” M5S. 
“Abbiamo preso degli impegni con gli italiani come quello di evitare l’aumento dell’Iva a fine anno - ha detto il capo politico dei grillini Luigi Di Maio -. Ebbene, costi quel che costi, questi impegni vogliamo mantenerli”. Il quale Di Maio tiene a sottolineare la propria diversità dagli altri partiti italiani. “Siamo sempre stati un Movimento post-ideologico, convinti come siamo che non esistano soluzioni di destra o di sinistra, ma semplicemente soluzioni. Perché sono i programmi i veri protagonisti della politica”. 
Sulla reiterata richiesta che fosse Conte a restare a Palazzo Chigi, al punto da averne fatto una precondizione dell’intesa con i democratici, Di Maio non ha dubbi, perché a suo dire è uno dei grandi interpreti di questo “nuovo umanesimo.  Un uomo di grande coraggio, che ha dimostrato di voler servire il Paese con spirito disinteressato e di abnegazione”. 
Il ruolo di Conte, ha osservato ancora Di Maio, “ci fa sentire garantiti sulle politiche che intendiamo portare avanti. Perché abbiamo degli obiettivi da realizzare e il nostro programma è sempre lo stesso, quello che hanno votato 11 milioni di italiani”. 
Come dire, bisogna fare in fretta. In quanto gli italiani da circa un mese non hanno più un Governo pienamente operativo. Sulla testa delle loro famiglie è piombata una crisi inaspettata, provocata da una forza politica che ha staccato la spina al governo di Giuseppe Conte, dopo che quel governo aveva rimborsato i truffati delle banche (in realtà i rimborsi sono cominciati da pochi giorni - ndr); aveva dato a questo Paese quota 100 e il reddito di cittadinanza (misure, però, di cui gli interessati devono ancora usufruire) e aveva adottato nuove politiche sull’immigrazione (la chiusura dei porti e la richiesta agli altri Stati membri dell’Ue di farsi carico della ridistribuzione nel caso in cui le navi com’è avvenuto in diversi casi, fossero stati autorizzati ad approdare negli scali nazionali) e si era guadagnato il rispetto ai tavoli europei e internazionali”. 
E per quanto riguarda la Lega? “Salvini nei giorni scorsi mi aveva informato di volermi come presidente del Consiglio, per riproporre un governo con il Movimento 5 Stelle. E mi ha informato di averlo comunicato anche a livello istituzionale. Lo ringrazio, con sincerità. Ma a me interessa il meglio per il Paese e non il meglio per me stesso”. 
Dopo avere richiesto la discontinuità politica (con un capo del Governo diverso da Conte) e programmatica (facendo un programma diverso da quello dell’esecutivo giallo-verde più rispettoso dell’Europa, che applicasse una politica di redistribuzione tenendo in conto i principi dell’equità, della solidarietà, del Sud e della parità di genere), pressato dal senatore Matteo Renzi, il Pd ha dato via libera a Conte. 
“Abbiamo accettato la proposta del Movimento 5 Stelle di indicare, in quanto partito di maggioranza relativa, il nome del presidente del Consiglio, nome indicato dal M5S nei giorni scorsi” ha detto Nicola Zingaretti, segretario del Pd. “Abbiamo risolutamente confermato al presidente Mattarella, in sintonia con quanto detto in occasione del nostro primo incontro, l’esigenza ora di costruire un governo di svolta e di discontinuità per questo Paese - ha spiegato il leader del Nazareno. A seguito di un confronto tra Pd e M5S, nei giorni scorsi abbiamo definito un primo comune contributo politico di linee di indirizzo da offrire al presidente incaricato”. “Amiamo l’Italia e crediamo valga la pena tentare questa esperienza. In tempi complicati come quelli che viviamo, sottrarci alla responsabilità del coraggio di tentare, è l'unica cosa che non possiamo e non vogliamo, come democratici, permetterci. Noi intendiamo mettere fine alla stagione dell’odio, del rancore e della paura”. 
Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega gridano allo scandalo, al pateracchio e invocano il ricorso alle urne come unica opzione per avere un Governo che sia realmente in sintonia con il sentire e gli interessi degli italiani. 
Beppe Grillo ha telefonato a Di Maio per dirgli che lui è il leader politico del Movimento e spetta a lui e a nessun altro di scegliere i ministri che devono entrare nell’esecutivo di Conte. “E' assolutamente normale ed atteso - ha scritto sul suo Blog Grillo -  che ogni accenno ad un ministero si trasformi in una perdita di tempo condita da cori di reciproche accuse di attaccamento alla poltrona. Questo perché un po' di poltronofilia c’è - aggiunge - ma, soprattutto, non ci sono i tempi né per un contratto e neppure per chiarirci su ogni aspetto, anche fintamente politico, delle realtà che i ministeri dovranno affrontare”. 
Spetterà adesso a Conte impegnarsi personalmente per trovare la soluzione ai problemi rimasti aperti: nessun vice premier, un solo vice premier (richiesto dal Pd), o due vice premier (la formula preferita dal M5S); dare il giusto equilibrio alle due formazioni tenendo conto del numero dei parlamentare di ciascuno, e anche delle divisioni (il Pd deve soddisfare le varie “anime”: quella dell’ex premier Matteo Renzi, che può far leva sui molti parlamentari che ha fatto eleggere a marzo 2018 e gli sono rimasti fedeli, quella di Orlando, di Franceschini, di Gentiloni e di Zingaretti), soddisfare le aspirazioni di chi vuol fare il ministro e di chi ha fatto parte del vecchio esecutivo e non è disposto a farsi da parte (il ministro della Giustizia Bonafede, il ministro della Difesa, Trenta e il ministro della Salute Grillo, che sono legatissimi a Di Maio e che dovrebbero essere confermati, oltre allo stesso leader pentastellato, che vorrebbe essere vice premier e andare al Viminale o alla Difesa, ma per i nomi è ancora presto). 
Ogni partito politico o coalizione ha bisogno di 316 deputati e 161 senatori per formare un governo. 
Se M5S e Pd mettessero da parte le loro differenze e tentassero - come stanno facendo - di mettersi insieme, avrebbero complessivamente 327 deputati e 158 senatori, ipotizzando che tutti i loro leader eletti agiscano all’unanimità. 
I rappresentanti eletti del Pd, però, sono divisi in gruppi: la parte preponderante è vicina a Renzi, mentre gli altri fanno riferimento a Orlando, Martina, Franceschini e Zingaretti. 
Se il primo gruppo votasse a favore della creazione di un governo, il M5S accettasse di parteciparvi e riuscissero persino a trovare il sostegno delle regioni autonome locali, si avrebbe una grande coalizione con 322 parlamentari alla Camera e 166 al Senato. Questi “numeri” sarebbe sufficienti per arrivare all’obiettivo ed evitare le elezioni. 
La domanda chiave è se questo Governo avrebbe a portata di mano un obiettivo specifico (e quindi un definito orizzonte temporale). 
Qualunque sia lo sbocco, questa crisi politica ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, una verità amara, difficilmente controvertibile: l’Italia è una Nazione ingovernabile. 
Bisogna riconoscere che aveva ragione il patriota Massimo D’Azeglio che, all’indomani della nascita del Regno d’Italia proclamato dal Parlamento il 17 marzo 1861 con capitale Torino, disse: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Eravamo e siamo ancora oggi così diversi tra noi per cultura, storia, lingue, tradizioni, modi di vivere, interessi e aspirazioni, che risulta ardua l’opera di chiunque aspiri o provi a governarci. 
Non occorre certamente ripercorrere qui la nostra storia dal 1948, cioè dalle prime elezioni politiche libere dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, per trovarne conferma. Basterebbe scorrere gli annali delle statistiche sulle elezioni politiche per sapere che la vita media dei Governi repubblicani è di 14 mesi. E tutti, chi più, chi meno, hanno avuto una vita travagliata. Un po’ com’è avvenuto per quello giallo-verde durato quattordici mesi. 
Presi singolarmente, naturalmente, ce ne sono stati di più duraturi: si pensi, ad esempio, a quelli guidati dai democristiani Giulio Andreotti, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Amintore Fanfani e del socialista Bettino Craxi: restarono in carica dai due ai quattro anni. Nella Seconda Repubblica post Tangentopoli, si distinsero per durata quelli del cattolico di sinistra Romano Prodi e del democratico di sinistra, Matteo Renzi, ma la vita degli Esecutivi tricolore è la più bassa non soltanto se comparata con quella degli altri Stati europei, ma in assoluto nel mondo. 
Il premier più longevo è stato Silvio Berlusconi, che resta, a dispetto dell’età, ancora sulla breccia: quattro volte Presidente del Consiglio dei ministri nella XII, XIV e XVI legislatura. Nell’arco di 17 anni è stato a Palazzo Chigi per nove anni non continuativi naturalmente. 
Meglio di lui, ma quando l’Italia era una monarchia, hanno fatto Giovanni Giolitti e Benito Mussolini. Ma, attenzione: pur potendo contare su ampie maggioranze, tre dei quattro Esecutivi presieduti da Berlusconi sono naufragati a causa dell’entrata in crisi della coalizione. Proprio com’è avvenuto nel caso di Conte che poteva contare su una maggioranza numericamente consistente, ancorché non omogenea. 
Pur sapendo che il voto è l’esercizio della sovranità popolare su cui è stata fondata la Repubblica italiana siamo sicuri che sarebbe la soluzione più opportuna e realistica con l’attuale legge elettorale? Siamo certi che non si riproporrebbe una situazione come quella del marzo 2018, quando ci vollero tre mesi e mezzo per varare una maggioranza e un Governo che, dopo appena 14 mesi, ha gettato la spugna? E anche in passato non mancano certo precedenti su cui riflettere. 
Nel 1994, Berlusconi con Forza Italia, Udc-Cdu, Lega Nord ed altri partiti minori vinsero le elezioni e disponevano di un’amplissima maggioranza in Parlamento: governarono insieme dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995, nove mesi appena, prima che Umberto Bossi, leader della Lega, lo sfiduciasse. O quando il Governo di Romano Prodi (Ulivo), nato il 18 maggio 1996 cadde il 21 ottobre 1998, cioè poco più di 15 mesi dopo la sua costituzione per un voto di fiducia non ottenuto alla Camera dei deputati per un solo deputato in seguito al ritiro dell’appoggio di una parte del gruppo di Rifondazione Comunista. E potremmo continuare per un pezzo.  
Resta sullo sfondo un grande problema: si chiama stabilità. Le riforme elettorali andate in porto non sono mai riuscite ad affrontare e risolvere questo problema. Che si appalesa periodicamente. Rivelando l’inefficacia e, dunque, l’inefficienza, del nostro sistema politico e, in definitiva, l’incapacità manifesta di sapersi riformare. 
La Costituzione repubblicana sarà pure - Roberto Benigni docet la più bella del mondo, ma la forma di governo (parlamentare) e il nostro sistema elettorale (il Rosatellum è la legge con la quale abbiamo votato il 4 marzo 2018, ma non è che quelle precedenti avessero fatto molto meglio) lasciano alquanto a desiderare visto che non si riesce mai ad avere una maggioranza coesa e numericamente consistente da poter assicurare che il Governo duri per un’intera legislatura. 
Il nostro sistema non è comparabile a quelli che garantiscono il bipartitismo perfetto: il partito che vince governa, quello che perde fa opposizione. Ciascun partito ha un ruolo che gli viene assegnato prima, non dopo le elezioni. E tra governo e opposizione c’è il rispetto dei ruoli e la reciproca legittimazione. Da qui la richiesta del Pd di inserire il taglio dei parlamentari, priorità del M5S, all’interno di una riforma complessiva che punti al bipartitismo. 
Un problema - quello della stabilità e durata dei governi - che si dovrebbe affrontare avviando già in questa legislatura una stagione di riforme istituzionali che ridisegnino la forma di governo (da parlamentare a presidenziale) e il sistema elettorale (maggioritario corretto da una bassa soglia di sbarramento) che deve coniugare la rappresentatività con la stabilità delle maggioranze in Parlamento.

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