Share |

Cambiamenti climatici: tira una gran brutta aria. Il parere di Tony Christian Landi

Il noto ricercatore del Cnr si addentra fra le pieghe di una problematica globale. E per quanto riguarda l’Italia? Luci e ombre. Ad esempio nel bacino padano, una delle zone più inquinate del pianeta, negli ultimi vent’anni sono stati fatti passi avanti. Ma non a sufficienza


03/12/2019

di Giuseppe Marasti


Tony Christian Landi

Per fare il punto su un problema globale, quello dei cambiamenti climatici, abbiamo interpellato Tony Christian Landi, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, attivo presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima con sede a Bologna. Un uomo per così dire con le mani in pasta: si occupa infatti, in primis, di fisica e chimica dell’atmosfera terrestre allo scopo di comprendere e approfondire le conoscenze dei processi di dinamica meteorologica associati alla diffusione e trasformazione dei principali inquinanti atmosferici. Quelli che svolgono un ruolo chiave sia nel processo di riscaldamento globale attualmente in corso che nello studio della qualità dell'aria che respiriamo. Dal 2014 è inoltre Cultore di materia per gli insegnamenti del Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, in Chimica Fisica dell’Atmosfera, Chimica e Fisica con Laboratorio. Insomma, la persona giusta per avere un quadro della situazione. 

Dott. Landi, visti i cambiamenti climatici dove sta andando questo nostro Pianeta? 
Gli scenari “business as usual” (cioè in assenza di politiche di riduzione di emissioni di gas serra) prodotti da tutti i modelli del sistema Terra scientificamente accreditati, indicano che gli effetti dei cambiamenti climatici su innumerevoli settori della società e sugli ecosistemi naturali sono tali da mettere in pericolo lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo, e quindi il futuro delle prossime generazioni. È probabile che il riscaldamento globale raggiungerà 1.5°C tra il 2030 e il 2052 se continuerà ad aumentare al tasso attuale (Fonte: IPCC, 2018: Summary for Policymakers).

Può fornirci alcuni dati circa le aree più inquinate nel mondo e in particolare in Italia? 
Il nord Italia, nello specifico il bacino padano, è una delle zone più a rischio del pianeta. Tuttavia in quest’area, come in tutti i Paesi industrializzati, le analisi dei dati relativi alle concentrazioni di particolato atmosferico negli ultimi 20 anni mostrano un lento ma continuo decremento (e.g. da 1 a 3 microgrammi a metro cubo all’anno nel bacino padano). Tutte le iniziative sin qui intraprese non possono essere quindi considerate sufficienti per contrastare in maniera efficace gli impatti negativi che il particolato atmosferico - emesso in atmosfera principalmente da attività antropiche - ha sulla salute umana e sull’ambiente (EEA report 2018).

Quali sono i settori che creano più inquinamento? 
Restando nella Pianura padana, i dati raccolti principalmente dalle agenzie regionali di protezione dell’ambiente (ARPA) e mostrati nell’ambito del progetto LIFE PREPAIR, mostrano che la combustione residenziale (principalmente quella a legna) costituisce la fonte principale (circa il 55%) di particolato atmosferico primario. Il trasporto su strada (differenziando tra mezzi pesanti e da automobili che contribuiscono egual misura, 50% e 50% rispettivamente) risulta essere la fonte principale (circa il 53%) di ossidi di azoto (NOx) ed al contempo contribuisce significativamente (circa il 23%) alle emissioni di PM primario. Pratiche agricole, come ad esempio allevamenti intensivi, sono responsabili del 97% delle emissioni di ammoniaca (NH3) in atmosfera. Con ragionevole certezza, si può affermare che sono questi tre i principali macrosettori responsabili della cattiva qualità dell’aria in questa zona così densamente popolata (nelle Regioni della Pianura Padana risiede il 40%della popolazione italiana- oltre 23 milioni di persone).

I tre Paesi che più inquinano di più a livello di percentuale di emissioni sono Stati Uniti, Cina e Unione Europea. Pensa che si possa giungere nel breve/medio termine ad accordi che possano limitare questo grave problema? 
Mi auguro che questo possa accadere in tempi brevissimi!

Rispetto, per esempio, a 50 anni fa la situazione nel nostro Paese la trova peggiorata? 
Da uno studio - di cui sono coautore - pubblicato recentemente sulla rivista Atmospheric Environment viene discussa l'evoluzione della frequenza delle giornate con “atmosfera limpida” (ovvero con visibilità superiore a 10 e a 20 km) in varie aree del territorio italiano nel periodo 1951-2017. Questa frequenza è cambiata in tutte le aree considerate e i cambiamenti più grandi si sono avuti nelle aree più inquinate del Paese tanto che, in zone come il bacino padano, la frequenza dei giorni con visibilità sopra i 10 o i 20 km è più che raddoppiata negli ultimi 40 anni. Quindi si può affermare che la situazione sia complessivamente migliorata, grazie alla attuazione di normative (recepimento di normative europee) in grado di limitare le emissioni dei principali inquinanti atmosferici.

La testata inglese The Guardian ha pubblicato i risultati di un’indagine che va dal 1965 al 2017 e vede in testa alla classifica delle aziende che inquinano maggiormente la Saudi Aramco, al secondo posto la Chevron seguita dalla Gazprom. E comunque nel complesso, le 20 aziende petrolifere prese in esame sarebbero responsabili di circa il 35% delle emissioni mondiali di anidride carbonica, precisamente 480 miliardi di tonnellate di CO2. E’ possibile? 
Sono gli stessi dati elaborati dal Climate Accountabilty Institute (CAI). Credo fermamente che informazioni del genere meritino una attenzione particolare soprattutto per l’urgenza necessaria per la regolamentazione delle emissioni in linea con quanto stabilito dagli accordi internazionali. Mi piace far notare che - come riportato dalla ricerca pubblicata dal Guardian stesso - l’impatto maggiore delle emissioni è dato dal consumo globale ad opera dei singoli cittadini e delle aziende più che dalle pratiche di estrazioni.

Secondo l’Ipcc, l’organismo dell’Onu che studia i cambiamenti climatici, restano poco per evitare un aumento delle temperature medie terrestri entro la fine del secolo sopra la soglia fissata dagli accordi di Parigi di 1,5/2,00 gradi rispetto all’età preindustriale. Quindi per l’Onu l’industria avrebbe un ruolo pesante sull’inquinamento... 
Tale criticità certamente non riguarda solo il modo industriale. Di fatto l’IPCC evidenzia a chiare lettere la necessità di agire in maniera tempestiva per riuscire ad arrestare l’aumento delle concentrazioni di biossido di carbonio (CO2) in atmosfera. È possibile evitare il superamento del limite fissato con l’accordo di Parigi e l’affidamento a un impiego futuro su larga scala della rimozione di biossido di carbonio solo se le emissioni globali di CO2 cominceranno a diminuire ben prima del 2030 (gli 11 o 12 anni di cui lei parla). Azioni possibili nell’immediato sono: il passaggio a combustibili differenti e l’implementazione di opzioni riguardanti l’efficienza energetica nei settori del trasporto, dell’industria e dell’edilizia come anche le possibili tecnologie impiegabili per il sequestro del carbonio nel settore industriale; le opzioni del settore riguardante il suolo comprendono quelle agricole e forestali, diete sostenibili e minor spreco alimentare, bestiame e gestione dei liquami, minore disboscamento, imboschimento e rimboschimento, approvvigionamento responsabile.

Alcuni scienziati sostengono che il lavoro dell’uomo incide grosso modo solo per il 5% sui cambiamenti climatici... 
Il cambiamento climatico è un argomento scientifico che viene affrontato da decenni da migliaia di scienziati di tutto il pianeta. Le misure dell’aumento dei gas-serra e delle variazioni del clima terrestre confermano ciò che la fisica di base ci dice e quanto i modelli del sistema Terra indicano: le attività antropiche sono la causa principale dei cambiamenti climatici a scala globale cui stiamo assistendo. Migliaia di scienziati che studiano il clima del sistema Terra, la sua evoluzione e le attività umane, concordano sul fatto che ci sia una relazione di causa ed effetto tra l’aumento dei gas serra di origine antropica e l’aumento della temperatura globale terrestre, come confermato dai rapporti dell’Intergovernmental Panel on ClimateChange (IPCC), che riassumono i risultati pubblicati dalla comunità scientifica globale. 
A tal proposito colgo l’occasione per ricordare che è stata avviata una iniziativa tesa a fare chiarezza sulle informazioni sul clima. Crediamo fermamente che sia nostro compito - in quanto scienziati del clima - enfatizzare e chiarire sempre meglio le consolidate evidenze scientifiche, cercando di dare pochissimo spazio ad illazioni e/o ipotesi spesso basate su nessun fondamento scientifico.

Una domanda avveniristica: si potranno un giorno attenuare, intervenendo “verso il cielo,” uragani e trombe d’aria di grande intensità? 
Sono dell’avviso che lo stato di evidente anomalia meteo-climatica attualmente in corso potrebbe rientrare se e solo se saremo in grado di ristabilire un equilibrio dell’ecosistema in cui viviamo, salvaguardandolo e rispettandolo nella sua interezza. In altre parole, il mio parere soggettivo è il seguente: se l’essere umano vuole provare a gestire/controllare a suo piacimento la Natura potrebbe crescere a dismisura il rischio di disastri ambientali di vario genere.

Cosa fare per inquinare di meno? Quale futuro vede per le nuove generazioni? 
Certamente bisogna: essere più incisivi sulla produzione di energia, diminuendo drasticamente l’utilizzo di combustibili fossili a favore delle fonti rinnovabili. Ad esempio - nell’immediato - potrebbe essere sensato tassare l’energia prodotta attraverso l’utilizzo di idrocarburi e ridurre le emissioni di gas serra ed inquinanti atmosferici sia in forma gassosa che forma particellare attraverso tecniche di abbattimento sempre più efficaci. Che altro? Salvaguardare e ripristinare gli ecosistemi che sono particolarmente adatti all'assorbimento di biossido di carbonio in atmosfera; orientarsi verso un consumo alimentare decrescente di derivati animali (principalmente carne rossa) a favore di una dieta vegetariana; intraprendere in maniera decisa politiche carbon-free che siano orientate alla salvaguardia della biosfera e non all’accrescimento - ad ogni costo - del Prodotto Interno Lordo. Infine un futuro sostenibile per le prossime generazioni dovrà inevitabilmente prevedere, tra l’altro, maggiore equità sociale e un deciso impulso alla ricerca scientifica verso una nuova forma di produzione di energia compatibile con la vita della nostra specie su questo pianeta. 
Ovviamente questa lista non segue un ordine di importanza poiché ciascun punto potrebbe essere più importante/rilevante di un altro a seconda della porzione di globo presa in considerazione.

(riproduzione riservata)