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Carlo Azeglio Ciampi: riflessioni di un uomo (per bene) sulle istituzioni

Debutta nelle librerie Italia, Europa, economia e banche, il volume che raccoglie gli interventi del rimpianto capo dello Stato che abbracciano un periodo storico travagliato del Paese, tra eventi socio-economici drammatici (la crisi finanziaria e valutaria, la recessione, Mani pulite, il terrorismo e le stragi di mafia) e cambiamenti epocali (l’ingresso nell’euro)


29/01/2018

di Giambattista Pepi


Due decenni della vita economica e politica dell’Italia tratteggiati dalle riflessioni, ancora attuali, di Carlo Azeglio Ciampi (scomparso il 16 settembre 2016), pronunciate tra il 1981 e il 1998 in occasione delle partecipazioni alle Assemblee annuali dell’Associazione Bancaria Italiana in qualità di Governatore della Banca d’Italia e, dal 1996 al 1998, in quella di ministro del Tesoro. Gli interventi di quello che fu il decimo presidente della Repubblica sono raccolti nel volume Italia, Europa, economia e banche (Laterza, pagg. 169, euro 22,00) che proprio in questi giorni debutta nelle librerie. 
Il testo è introdotto da una prefazione firmata da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, e da Maurizio Sella, presidente dell’Istituto Einaudi per gli studi bancari, finanziari e assicurativi. Questo libro - arricchito dalla postfazione del ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan e da un profilo di Ciampi scritto da Pierluigi Ciocca – è stato curato da Federico Pascucci, segretario generale dell’Istituto Luigi Einaudi e raccoglie quindici contributi, pubblicati sulla rivista “Bancaria”, che abbracciano un intervallo quasi ventennale. 
Tenuti tra l’inizio degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta, gli interventi di Ciampi ci aiutano a ricostruire il cammino di una Nazione impegnata a evolvere verso una nuova dimensione europea in un periodo caratterizzato da eventi politici e economico-sociali drammatici (la crisi finanziaria e valutaria, la recessione, l’inchiesta Mani pulite, il terrorismo e le stragi di mafia) e cambiamenti epocali (l’ingresso nell’euro). Un fil rouge tiene uniti i ragionamenti dell’allora Governatore della Banca d’Italia: il convinto riconoscimento della natura imprenditoriale delle attività bancarie in concorrenza tra loro. 
Alla fine degli anni Ottanta - come evidenziano Patuelli e Sella nella prefazione - Ciampi sosteneva che gli intermediari finanziari dovevano valutare e gestire “…i fidi secondo criteri di redditività che la teoria e l’esperienza bancaria hanno reso canonici” per calcolare “il rendimento atteso al netto di un fattore di rischio valutato in termini di probabilità soggettive” e aggiungeva che “il presidio essenziale della stabilità delle banche resta quello della capacità (…) di valutare il merito di credito delle imprese”. 
Già in quel periodo il governatore Ciampi individuava “la spinta impressa all’integrazione europea dall’Atto Unico che avvicina la prospettiva di una concorrenza più intensa fra gli operatori finanziari dei Paesi della Comunità” e vedeva che “la trasformazione in atto trae origine dall’affermazione di alcuni principi fondamentali. I convincimenti che la banca, pubblica o privata, è impresa; che il riscontro del mercato costituisce l’unico vaglio della validità delle iniziative”. Si era allora alla vigilia dell’avvio del grande percorso di privatizzazione delle banche italiane, allora pubbliche: un processo, va rammentato, che Ciampi influenzò e rese rapido da tutti gli incarichi istituzionali ricoperti. 
Nella seconda metà degli anni Novanta, Ciampi torna a prendere parte alle assemblee annuali dell’Associazione Bancaria Italiana in qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze, convinto sostenitore dell’adesione dell’Italia al progetto della moneta unica. Nell’assemblea del 1997, in particolare, Ciampi sottolineava che “per l’Italia, partecipare fin dall’inizio all’Unione economica e monetaria va ben al di là di esigenze di prestigio o di acquisizione di vantaggi contingenti. Significa concorrere alla formazione della ‘qualità’, dei ‘caratteri’ delle nuove istituzioni europee, operando con gli altri Paesi membri nel definirne le regole del funzionamento e nell’avviarne le prassi”. 
Sul ruolo di Ciampi nell’aver favorito l’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria si esprime anche il ministro dell’Economia nella sua postfazione. Padoan osserva infatti che “Ciampi voleva l’Italia nell’euro perché riteneva che l’Europa e l’euro avessero bisogno dell’Italia, per evitare una predominanza della componente mitteleuropea, considerando l’Italia, immersa nel Mediterraneo, come ponte di anime e culture diverse. Riteneva che l’Europa fosse destinata a integrarsi: una integrazione economica e monetaria, che sarebbe comunque avvenuta di fatto, ma che bisognava governare”. 
“I Governi di allora pensarono (in minor misura la Banca d’Italia) – ricorda Pierluigi Ciocca, che collaborò per 25 anni con Ciampi alla Banca d’Italia - che l’entrata nell’euro avrebbe, di per sé, promosso la crescita italiana attraverso la stabilità monetaria, il minor costo del capitale, l’infittirsi dell’interscambio con i partner, i ridotti costi di transazione, le aspettative più positive. Ma così non fu. Da allora infatti l’economia ha ristagnato. La produttività congiunta di lavoro e capitale è addirittura in diversi anni scemata. Altre forze hanno operato in senso contrario a quelle connesse con l’euro e hanno prevalso sul loro agire: dal riproporsi degli squilibri delle pubbliche finanze, all’inadeguatezza delle infrastrutture, fisiche e giuridiche; dai profitti da carenza di pressioni concorrenziali, le quali avrebbero invece stimolato innovazione e progresso tecnico, all’accentuarsi del nanismo delle imprese. Fattori negativi radicati nel corpo della società italiana. Avrebbero espresso la loro negatività comunque. Anzi lo avrebbero fatto in maggiore misura se l’economia non avesse potuto disporre della nuova moneta: l’euro”. 
Sempre Padoan, nella postfazione, sottolinea ancora che Prodi e Ciampi vollero che il Patto di stabilità “fosse chiamato anche di crescita, temendo che l’integrazione coinvolgesse solo gli aspetti monetari”. Ciampi ricorda ancora Padoan “ha sempre stigmatizzato come a fronte di una politica monetaria completamente federale permanessero politiche economiche e di bilancio non coordinate, la “zoppia” nella costruzione europea. Essi ritenevano che l’unificazione monetaria fosse un punto di partenza, non solo di arrivo”. 
Un approccio, quello dell’ex capo dello Stato, quanto mai attuale nella fase in cui le Istituzioni europee sono chiamate a superare le numerose contraddizioni, eredità della crisi esplosa tra 2007 e 2008, e, al contempo, ridefinire la propria identità, darsi finalmente una Costituzione comune, disegnare obiettivi capaci di esprimere una visione di strategia economica condivisa, di lungo periodo e orientata allo sviluppo sociale e al progresso.

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