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Carpineti: nelle terre di Matilde di Canossa


17/09/2018

di Valentina Zirpoli


Nella provincia di Reggio nell'Emilia, ai piedi del Monte Antognano, tra il bacino del fiume Secchia e i torrenti Tresinaro e Tassobbio, sorge il paese di Carpineti. 
Questo luogo fu abitato fin dalla Preistoria e vide la presenza delle popolazioni dei Liguri, dei Romani, dei Bizantini e dei Longobardi. 
Carpineti ebbe particolare importanza al tempo della contessa Matilde di Canossa, marchesa di Toscana ed ultima rappresentante della dinastia degli Attoni. 
Alla dissoluzione dei territori matildici a seguito della morte della contessa, Carpineti passò a diversi signori. Nel XIII secolo giurò fedeltà al Comune di Reggio, sebbene la lealtà verso la città di pianura fu spesso dubbia. In particolare è da ricordare la vicenda del brigante Domenico Amorotto, appartenente all'antica stirpe dei De Bretti, attuali Beretti che spadroneggiò nel territorio di montagna per molti anni, essendo acerrimo nemico del Guicciardini e dei vari signori di Reggio. Dal XVI secolo divenne parte del Ducato estense di Reggio, di cui condivise la sorte fino all'unità d'Italia.

Il Castello delle Carpinete

Il castello delle Carpineti, o Castello di Carpineti, è situato sulla vetta del monte Antognano (805 m sul livello del mare), dal quale domina le vallate del Tresinaro e del Secchia, a pochi Km dal centro di Carpineti. 
La costruzione del primo fortilizio difensivo di quello che oggi è il Castello delle Carpinete viene fatta risalire dagli storici al X secolo per opera di Atto Adalberto, intraprendente avo di Matilde di Canossa. In seguito all’espansione dei possedimenti dei Canossa il castello venne a collocarsi al centro delle loro terre, e assieme ad altri fortilizi del reggiano era parte del sistema di protezione di un vastissimo territorio. 
Durante il regno di Matilde, la rocca di Carpineti fu ulteriormente fortificata e divenne nel tempo la residenza preferita della contessa, che vi trascorse lunghi periodi amministrando i suoi territori dall’interno delle sue sicurissime ed inaccessibili mura. Dopo la morte di Matilde al controllo del castello si avvicendarono diverse famiglie signorili fra cui i Torelli, i Da Fogliano, per un breve periodo il famoso carpinetano Domenico Amorotti (vedi nella sezione "il medioevo") ed infine gli Estensi. Sotto il controllo di Nicolò III d’Este, nel XV secolo, il Castello delle Carpinete subì i primi interventi di restauro. Nel XVII secolo passò nuovamente di mano assieme al feudo di Carpineti, divenendo proprietà prima dei Giannini (1704) e poi dei Valdrighi (1775), che lo mantennero fino al XIX, quando lo abbandonarono in seguito ai numerosi cedimenti strutturali. Il castello fu ulteriormente danneggiato nel 1944, quando fu bersaglio di diversi colpi dell’artiglieria tedesca in quanto sospettato di essere un rifugio partigiano. Nel 1978 fu acquistato dalla provincia di Reggio Emilia che iniziò urgenti interventi per la conservazione ed il restauro.


L’ingresso per i visitatori è situato nel lato sud dove si trovava anche in epoca medioevale, attraverso di esso si accede, sotto un camminamento coperto, al cortile interno. Il recinto fortificato racchiudeva magazzini, orti, case e stalle, nonché diversi edifici disposti irregolarmente in conseguenza delle modifiche edilizie che apportarono i vari signori che presero possesso del castello in epoche diverse. Le edificazioni erano costituite da abitazioni d’artigiani e contadini, una cappella, il palatium (la residenza del signore) e magazzini. Il palazzo signorile era costituito da un edificio su due piani, ciascun composto di due ambienti divisi da murature, cui si accedeva attraverso un vestibolo al pianterreno. Il piano superiore era la vera e propria residenza del signore, mentre il pianterreno era utilizzato come ambiente di servizio. Sono visibili ancora oggi i segni delle scalinate che servivano per l’accesso ai piani superiori. Una seconda cinta muraria serviva per la protezione interna delle riserve d’acqua e della torre del mastio, estrema difesa per resistere ad attacchi nell’attesa di rinforzi. La torre del mastio è molto ben conservata anche se non sono più presenti i quattro piani interni, che sono riconoscibili solo grazie a tracce nei muri. Il pianterreno era adibito a magazzino e non aveva ingressi, quello attuale è stato ricavato in seguito. Il primo piano fungeva da deposito o ambiente di servizio, ma la presenza di due feritoie sui lati sud e ovest fa pensare che fosse usato anche per tenere sotto controllo l’interno del castello. Al secondo piano si apriva l’ingresso, accessibile attraverso una scala di legno che all’occorrenza poteva essere ritratta. A destra dell’entrata vi è una nicchia quadrata, che doveva fungere da latrina, mentre due finestre a tutto sesto si affacciano all’interno del cortile. La presenza della latrina, della porta e la minore altezza rispetto agli altri ambienti fa pensare che il secondo piano servisse come disimpegno o piano di servizio riservato alla residenza signorile. Il terzo piano era riservato alla residenza signorile vera e propria, e vi si accedeva dal locale sottostante mediante una scala interna. 
La cima della torre può essere raggiunta oggi attraverso un sistema di scale interne costruite durante i restauri. Essa offre un panorama mozzafiato: dall’alto del mastio è possibile, infatti, ammirare la vallata del Tresinaro a nord e quella del Secchia a sud, abbracciare con lo sguardo l’abitato carpinetano e gran parte del territorio comunale, scorgere verdi colline e morbidi pendii, piccoli borghi e campi coltivati.

 

L’Abbazia di Marola

Marola rappresenta da anni una delle località turistiche più significative della montagna reggiana, meta tradizionale di villeggiatura e sede di manifestazioni di richiamo. Marola è però conosciuta da secoli soprattutto per l’abbazia matildica e l’annesso seminario, storico centro di cultura per tutta la montagna. 
La chiesa, che si trova a poca distanza dall’abitato in direzione di Carpineti, fu fondata dalla contessa Matilde tra 1076 e 1092, con costruzione del monastero in un periodo di poco successivo. La chiesa e il convento avevano ricevuto dotazioni terriere dalla contessa e gli eremiti erano in numero tale da costituire una comunità religiosa prospera e autorevole. Rapidamente il monastero di Marola si consolidò acquisendo altre proprietà fondiarie su un’area assai estesa, anche al di fuori della montagna. 
 La struttura muraria della chiesa fu soggetta nei secoli a radicali ristrutturazioni che ne mutarono completamente l’aspetto originario. Nel 1754 l’ennesima ristrutturazione aveva ridotto la chiesa a una sola navata a croce latina. Solo nel 1955 venne avviato un processo di restauro e ricostruzione che ha ripristinato il complesso nella sua struttura primitiva. 
L’Abbazia mostra una facciata a capanna con un portale a tutto sesto, strombato, caratterizzato da esili semicolonne sormontate da capitelli fogliati in arenaria valestrina. Si osserva, al centro, una bifora. L’edificio sacro è orientato liturgicamente. Nell’abside risalta una decorazione ad archetti. Il “palazzo” è arricchito da due chiostri interni mentre, all’esterno, a est, restano i torrioni circolari. 
Nel palazzo adiacente, sede del seminario, si notano ampie tracce dell’antica costruzione che fu proprietà nel tempo dei Fontanella, degli Amorotti e dei Sabbatini.


La Pieve di San Vitale

Il sito archeologico dell’importante Pieve di San Vitale sorge in corrispondenza di un pianoro erboso situato a circa 4 Km ad est del Castello delle Carpinete. 
Non è noto l’anno di formazione della Pieve, che da taluni autori è fatta risalire al periodo bizantino. L’edificio fu abbandonato intorno alla metà del XVIII secolo, trasferendo le funzioni religiose nella sottostante chiesa di santa Caterina. All’interno dei quest’ultimo edifico è stata trasportata recentemente anche l’antica mensa d’altare di san Vitale. 
Dell’antica Pieve rimane attualmente visibile soltanto il nartece, ridotto a cappella negli anni ’30, e un breve tratto del muro perimetrale, rivolto a sud. Il nartece conserva l’originale portale quadrangolare affiancato da semicolonne capitellate in arenaria, sormontate da una lunetta perimetrata da una fascia decorata ad intreccio. La muratura del manufatto è in conci di pietra orsata disposta in corsi paralleli, con interclusi in cotto; nel retro dell’oratorio, seminascosto da una fittissima vegetazione, è visibile il piede dell’abside principale. Frontalmente all’antico portale plebano si innalza un altro fabbricato a pianta quadrata, tipologicamente attribuibile al XVI-XVII secolo, originariamente adibito a canonica, al cui interno, a livello del piano terreno, sono conservati pregevoli elementi scultorei, probabilmente appartenenti alla chiesa preromanica. 
I manufatti, che sono stati gravemente danneggiati da azioni vandaliche, consistevano in colonnine monolitiche con capitelli scolpiti antropomorfi. 
Dalla Pieve di San Vitale provengono altri pregevoli capitelli, opera probabilmente di maestranze campionasi, attualmente conservati presso numerose chiese del carpinetano e nella curia di Reggio Emilia.


La Festa della Castagna

Nel mese di ottobre, nella frazione di Marola, si svolge la nota la Festa della Castagna. 
La Festa della Castagna di Marola affonda le sue radici nel lontano ottobre del 1964 la prima tra tutte quelle dell’Appennino Tosco Emiliano e una tra le prime di tutta Italia, con lo scopo di far conoscere e valorizzare un prodotto del bosco che solo fino a qualche decennio prima aveva costituito la base dell’alimentazione locale tanto da essere chiamato il “pane dei poveri”.


Fonti: 
http://www.comune.carpineti.re.it/ 
http://www.castellodicarpineti.it/ 
http://www.marola.it 
http://www.4000luoghi.re.it

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