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Castelfranco Piandiscò: tra le Balze delle Fate e di Monna Lisa


18/06/2018

di Valentina Zirpoli


Il 1 gennaio 2014, dalla fusione dei due ex comuni di Castelfranco di Sopra e Pian di Sco’, è stato istituito il comune di Castelfranco Piandiscò, uno dei Borghi più belli d’Italia della Toscana, in provincia di Arezzo. Oggi il Comune è caratterizzato dalla presenza di tre centri principali: Castelfranco di Sopra, Faella e Pian di Sco’, situati in prossimità delle “Balze” e di dolci colline alle pendici del Pratomagno. Il suo territorio è esteso in una delle aree geologicamente più interessanti del Valdarno Superiore, caratterizzata dalle cosiddette “Balze”, originali conformazioni ai piedi del Pratomagno create da un fenomeno erosivo di rocce arenarie, residui di un antico lago pliocenico. Luoghi magici attorno ai quali si sviluppa una natura bizzarra, fantastica ed irreale, che ha attratto nei secoli numerosi grandi artisti.

La Pieve di Santa Maria a Sco’

In cima al paese di Castelfranco Piandiscò, lungo la direttrice della Strada panoramica dei Setteponti (ex via consolare Cassia Vetus lastricata dai romani su un vecchio tracciato etrusco e sulla quale, si narra, sia passato anche Annibale), sorge la Pieve romanica di Santa Maria a Scò. 
Questa antica Pieve ha una grande storia. Sebbene si ignori l’anno preciso della sua fondazione, tuttavia dall’insieme della sua architettura possiamo supporre che sia sorta verso l’anno mille. Il primo documento nel quale viene ricordata risale al 12 marzo 1008. In quell’anno viene nominata in una donazione fatta dalla famiglia dei nobili Ubertini in favore dell’Abbazia di Santa Trinita in Alpe. In un altro documento si ricordano alcuni terreni situati nel piviere di Pian di Scò donati alla chiesa di Gastra. Alcuni storici pensavano che questa Píeve appartenesse e dipendesse dalla Sede Apostolica, ma i documenti emanati dai Pontefici Pasquale II (1103), Innocenzo II (1134) e Anastasio IV (1153) confermavano ai vescovi di Fiesole la giurisdizione su questa chiesa.


La Chiesa di S. Maria a Scò si presenta maestosa e decorosa. La facciata è formata da cinque archi con lunghe lesene che corrono parallele fino alla base. Due finestre laterali danno luce all’edificio. L’interno è riposante e pulito in tutta la sua struttura architettonica. La luce flebile che filtra dalle bifore ne accentua la sacralità e la mistica sobrietà. Le capriate robuste del tetto danno un senso di sicurezza e compiutezza. Nel tempio si leggono due interventi: la parte presbiteriale con i primi tre pilastri ha un pietrame più piccolo e una lavorazione più rozza ed arcaica al contrario le prime tre colonne all’inizio della chiesa hanno un capitello ben lavorato e le pareti con un bozzato più rifinito. La prima impressione può trarre in inganno facendo datare le parti del presbiterio e i pilastri come più antichi di tutta la costruzione; mentre come ci assicura l’Arch. Guido Morozzi, intelligente realizzatore del restauro, la parte più antica dell’impianto originario è quella anteriore della chiesa. Questo fatto è forse strano ed unico, infatti in Casentino le antiche pievi sono crollate tutte sul davanti e le facciate furono ricostruite in epoche posteriori.

La Chiesa di San Filippo Neri

La chiesa di San Filippo Neri fu edificata nella prima metà del XVII° secolo. Inizialmente costruita ad una sola navata fu poi arricchita di due navate laterali, della canonica e delle due campane sul piccolo campanile a vela. 
Al suo interno troviamo opere della Bottega Fiorentina di Andrea del Sarto e di Matteo Rosselli (XVI° e XVII° sec.) assieme ad uno splendido soffitto affrescato. 
Gli abitanti di Castelfranco sono sempre stati molto devoti a San Filippo Neri (1515 – 1595) che, da ragazzo, veniva a passare il periodo estivo nella casa paterna. 
In suo onore fu così deciso di costruire questa chiesa che ne porta il nome e di proclamare il santo protettore delle terre di Castelfranco.


La Badia di San Salvatore a Soffena

Posto proprio alle porte di Castelfranco, isolato e immerso fra il verde degli olivi e delle viti, sorge il complesso della Badia di San Salvatore a Soffena, altro elemento straordinario per quanti giungono in Paese dalla via di Setteponti. Il complesso è costituito dalla Chiesa, il chiostro e il convento. 
La Badia è nominata già in un documento del 1014. Nel 1090 con una bolla papale di Urbano II°, fu affidata ai monaci Vallombrosani insieme ad altri possessi. Nel 1394 la chiesa fu completamente ricostruita, come dimostrano i caratteri architettonici odierni di stile gotico. Nei primi decenni del 1700 però la Badia andò incontro ad un rapido declino; fu destinata infatti ad uso agricolo con conseguente dispersione dei manufatti artistici e danneggiamento degli affreschi. Dopo il 1960 lo Stato acquistò l’immobile e diede inizio all’opera di ricostruzione; provvide allo stacco degli affreschi (che erano stati rovinati a colpi di martello), ripristinò il tetto, riportò all’antica forma il chiostro e sistemò l’interno della chiesa ed il campanile. 
La Chiesa ha pianta a croce latina con abside quadrato. La copertura è a volte a crociera. Gli affreschi all’interno della chiesa, del ‘400, sono di artisti quali Paolo Schiavo, il Maestro Liberato da Rieti, Bicci di Lorenzo. Di particolare pregio “L’Annunciazione” del fratello di Masaccio Giovanni di Ser Giovanni detto lo Scheggia. Attualmente sono in corso lavori di ristrutturazione per la realizzazione di un archivio, della biblioteca e di un museo dei reperti archeologici ritrovati durante gli scavi del 1991.


L’antico borgo di Casabiondo

Lasciata alle spalle la Pieve di S. Maria a Scò, procedendo sempre sulla Setteponti in direzione di Reggello, superata la settecentesca villa di Casamora, si raggiunge l’antico borgo di Casabiondo, che attira l’attenzione del visitatore per una bella e rara Cappella, dedicata all’Immacolata Concezione, la cui facciata, in stile Barocco, presenta caratteristiche architettoniche poco diffuse nella tradizione toscana. 
L’edificio fu costruito in epoca rinascimentale e sottoposto a lavori di ristrutturazione verso la fine del XVII Sec. per essere adibito ad oratorio aperto al culto; estremamente degradato, è stato recentemente oggetto di interventi che hanno recuperato gli elementi settecenteschi.


La Torre di Castelfranco

Castelfranco di Sopra è conosciuta anche e soprattutto per la splendida Torre, il resto più evidente del castello fondato da Firenze. La storia dell’edificazione non è ben chiara mentre la sua progettazione da parte di Arnolfo di Cambio sembra certa. 
La Torre ha subito diversi interventi di modifica e di restauro: nella prima metà del 1500 fu inserito l’orologio; nel 1610 la sommità fu coperta da un tettuccio di protezione che modificò completamente l’aspetto del monumento e che in seguito fu tolto. In prossimità della porta si può osservare un tratto delle antiche mura del castello ottimamente conservate. 
Nel 1996 Castelfranco ha festeggiato il VII° centenario della sua fondazione restaurando la cosiddetta “Torre di Arnolfo”, considerata il simbolo del paese. 
Salendo sulla torre è possibile ammirare la campana presente sulla cima e il paesaggio di Castelfranco ai piedi dell’appennino toscano.


Le “Balze” e la “Buca delle Fate”

Come detto, il territorio di Castelfranco Piandiscò si estende lungo le “Balze”, conosciute anche come Smotte del Valdarno. Si tratta di formazioni costituite da sabbie, argille e ghiaie stratificate, alte fino a un centinaio di metri, di forme diversificate, intercalate da profonde gole. Queste sono il risultato dell'erosione dei sedimenti pliocenici lacustri del Valdarno Superiore da parte degli agenti atmosferici e dei corsi d'acqua. 
Le Balze sono un paesaggio da fiaba, un fenomeno geologico originale e unico nel suo genere in Italia. La terra solcata dalle acque, erosa dal vento e screpolata dal sole, dà forma a pinnacoli, pareti scavate, bastioni e mura quasi merlate: è un paesaggio a metà strada tra un cartoon e lo sfondo di un film western, con sopra i paesi dell'altipiano disposti in fila come una processione lungo la strada dei Setteponti con torri e campanili che bucano il cielo come negli affreschi di Masaccio. 
Le “Balze” offrono grandi suggestioni anche al tramonto, quando le ombre si infilano nelle vallecole scavate dai borri, che qui si chiamano "buche", come la "Buca delle Fate" o “Cava delle Fate”, oltre al sentiero dell’acqua zolfina, dove la leggenda popolare ha alloggiato misteriose presenze.


Le “Balze” di Leonardo da Vinci

Le “Balze” hanno attratto nei secoli numerosi grandi artisti. Tra questi spicca il genio di Leonardo Da Vinci. Le “Balze”, infatti, disegnano un paesaggio giallastro di forte suggestione che sembra proiettare questo angolo di Toscana in un antico passato. Secondo molti critici lo scenario delle “Balze” farebbe da sfondo in vari dipinti e disegni di Leonardo tra cui, si pensa, anche la “Gioconda”. 
Leonardo Da Vinci studiò a fondo lo scenario del Valdarno Superiore e osservando le balze del Valdarno capì questi processi con qualche secolo di anticipo rispetto alle teorie moderne sull’erosione e la sedimentazione.


Fonti: 
www.castelfrancopiandisco.it 
www.unsic.it/comunicazione/borghi 
http://www.terraospitale.it

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