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Cesare Borgia e il genio di Leonardo: quando la disillusione del principe si trasforma in speranza

Torna Giulio Leoni con un romanzo che avvince e conquista. Giocato in maniera intrigante sul crinale che separa la realtà storica dalla fantasia, ma senza mai superare il limite imposto dalla coerenza


21/05/2018

di Mauro Castelli


Nel campo del giallo storico e della narrativa del mistero il romano Giulio Leoni ha pochi rivali. Ma anche quando decide di puntare sulla storia romanzata tout court questo autore si propone alla stregua di un numero uno. Gestendo protagonisti e contesti come si conviene: in altre parole addentrandosi con credibilità e malizia fra i meandri del passato (sempre all’insegna di un attento lavoro di ricerca) intrigando, emozionando e coinvolgendo. In altre parole dando voce a luoghi e personaggi che sembrano far parte integrante del nostro passato-presente. 
Un’ulteriore conferma delle sue qualità narrative, e se vogliamo anche divulgative, la riscontriamo infatti nel suo ultimo lavoro, Il principe. Il romanzo di Cesare Borgia (Nord, pagg. 352, euro 16,90), uno spaccato dei tempi andati ambientato nel 1502 a Imola. “Non si tratta infatti di un saggio o di una biografia ma, come da titolo, di un romanzo che esplora angolature vere e che risulta incentrato su un ben definito periodo e che ha preso spunto da due angolature che mi avevano colpito: la strage di Senigallia, perno di ammirazione per il mio principe, e l’assunzione di Leonardo”. 
Ma cosa lega queste due personalità, a prima vista così distanti l’una dall’altra? “Curiosamente più di quanto si pensi. In primis il fascino della violenza, che per Cesare Borgia rappresenta uno strumento mentre per Leonardo si traduce in una specie di orrore attrattivo. Sin da quando, in uno dei suoi primi disegni, regalava il suo pennello a uno degli impiccati della Congiura dei Pazzi del 26 aprile 1478: se vogliamo una specie una spia, al limite della morbosità, che avrebbe in seguito travasato nella Battaglia di Anghiari, lavoro che gli era stato commissionato per il Salone dei Cinquecento (allora detto “Sala del Gran Consiglio”) di Palazzo Vecchio a Firenze e del quale poco ci resta se non un riproduzione firmata da Paul Rubens”. 
Di fatto questi due personaggi, secondo Leoni, “risultano legati anche da un altro elemento: il senso dell’abbandono. Il principe veniva infatti considerato da molti - benché nessuno avesse il coraggio di dirglielo - alla stregua di un bastardo, nonostante risultasse contagiato dal senso del bello e dal piacere di scrivere poesie); a sua volta il genio da Vinci soffriva della sindrome dell’assenza materna. Il tutto contaminato da quella specie di filo erotico che lega un padre a un figlio: Leonardo aveva infatti trent’anni, Borgia venti di più”. Da qui un rapporto complesso, sviluppato dall’autore anche attraverso la falsariga di ben congegnati flashback
Ma torniamo a Imola dove, appunto nel 1502, incontriamo Cesare Borgia - asserragliato in città con le poche truppe che gli sono rimaste fedeli - a rimuginare sul tramonto di quello che era stato il suo grande sogno: quello di dominare l’Italia intera. Insomma, l’uomo che pensava in grande si trova ora costretto a fare i conti con la necessità di ridimensionare le proprie ambizioni, tanto più che i capitani di ventura che sinora lo avevano sostenuto hanno deciso di abbandonarlo, se non addirittura tradirlo. Così, da un giorno all’altro, i suoi trascorsi vittoriosi rappresentano soltanto un lontano ricordo. 
Ma non tutto è perduto. La disperazione lascia infatti il posto alla speranza nel momento in cui le vedette annunciano il ritorno di Leonardo da Vinci, l’uomo al quale il duca Valentino ha affidato il compito di ideare nuove armi e di rafforzare le fortificazioni dei nuovi domìni. 
Tuttavia non è soltanto “l’offerta di innovativi e terribili strumenti di distruzione a risollevare l’animo di Cesare. L’arrivo del maestro riaccende anche quella fascinazione reciproca nata nel corso del loro primo incontro a Milano, anni prima. E il dialogo si trasforma in un confronto tra due concezioni del mondo apparentemente agli antipodi, sebbene entrambe soggiogate da un desiderio spasmodico di bellezza: bellezza nell’armonia del corpo e della sua rappresentazione per l’artista, bellezza nella forma di un grande progetto politico per il condottiero”. 
Sta di fatto che “nella lotta comune contro ogni limite, che è stata la cifra delle rispettive esistenze, Cesare e Leonardo decidono di esplorare insieme le loro affinità e le loro differenze. Ed evocando il ricordo delle battaglie passate, insieme a squarci della difficile giovinezza di Cesare e delle sinistre premonizioni della sua fine, prenderà corpo l’intuizione che potrebbe consentirgli di superare, con un colpo a sorpresa, le difficoltà contingenti. Così quando Leonardo gli illustrerà il progetto della sua Battaglia di Anghiari e la grande allegoria della crudeltà umana che ne sarà il cardine, nella mente di Cesare Borgia si formerà poco a poco un affresco altrettanto maestoso: quello che sarà il capolavoro politico del suo genio spietato...”. 
Insomma, leggere per rendersene conto. E sarà comunque una lettura scorrevole e al tempo stesso piacevole. In ogni caso questa storia poco ha a che vedere con le avventure investigative imbastite su Dante Alighieri, tradotte in una trentina di Paesi e benedette da lusinghiere critiche internazionali. Avventure in bilico, ci mancherebbe, sul crinale che separa la storia dalla fantasia, ma sorrette da una ragionata coerenza. Tanto da far dichiarare all’autore: “Le mie non sono parodie, ma un omaggio al sommo poeta, all’uomo del quale troppo spesso vengono messi in ombra gli aspetti politici, comportamentali e di grande investigatore”. 
Una figura, quella di dante, alla quale “volevo rendere giustizia in quanto ben lontana dallo stereotipo che ci avevano inculato a scuola. Una figura che aveva tutte le caratteristiche di un autentico eroe da romanzo giallo: la sagacia, la logica, il dinamismo, l’intuizione, la passione morale e politica, la profonda conoscenza della natura umana e del male. Oltre che una forte attrazione per le belle donne. Il tutto supportato dalla cultura del coraggio e, se vogliamo, anche da una buona dose di cattiveria. In altre parole non ne ho voluto celebrare il genio, che sarebbe stata una banalità, ma l’incredibile spessore umano”. 
E visto che l’autore ne parla con tanto entusiasmo, eccoci a chiedergli se Dante sarà protagonista di una settima indagine. Risposta: “Prima o poi certamente. Anche se al momento sto lavorando a un giallo-thriller di ambientazione contemporanea”. Un terreno sinora inesplorato, ferme restando le sue incursioni d’autore nel secolo scorso (“Gli anni Venti, e in buona misura anche i Trenta, sono stati un momento straordinario della storia”), quando Leoni ha giocato a rimpiattino con una serie di aspetti meno conosciuti e controversi. 
Che altro nel percorso narrativo di questa raffinata penna? La serie di racconti brevi battezzata M-Files, che riprende lo stile della più famosa serie americana X-Files, incentrata su eventi misteriosi ambientati negli anni Trenta in Italia. “Dove ho peraltro tirato in ballo personaggi famosi come Guglielmo Marconi e Primo Carnera”. Per non parlare dei tre mistery imbastiti sull’architetto Cesare Marni, prima ufficiale nella Grande Guerra, poi legionario fiumano e infine detective. Senza trascurare il ruolo avuto da Gabriele d’Annunzio: “Un gigante solitario, espressione di un mondo europeo che si andava rapidamente trasformando e si apriva alla modernità all’insegna dei grandi moti rivoluzionari, dei nuovi rapporti sessuali, dell’avvento delle macchine, dei primi passi della globalizzazione”. 
Altra tematica cara a Giulio Leoni - ne abbiamo già parlato su queste stesse colonne - è quella legata all’avventura, alla fantascienza e all’horror, con puntate anche sul fantastico, sotto lo pseudonimo di J.P. Rylan (leggi il ciclo di Anharra), non de plume di uno “scrittore di thriller di fama internazionale, nato per esigenze editoriali. In quell’anno stavano infatti uscendo tre miei libri e mi venne consigliato di firmarne uno con uno pseudonimo”. E così sino al 2009 quando, nel corso di un dibattito sulla fantascienza, decise di uscire allo scoperto. 
Per la cronaca Leoni - sposato con Anna e padre di Flavio e Riccarda - è nato a Roma il 12 agosto 1951, dove si è laureato in Lettere moderne con una tesi sui linguaggi della poesia visiva, mentre negli anni Ottanta (dopo aver lavorato a saggi e testi creativi per alcune importanti pubblicazioni di settore) aveva fondato e diretto la rivista trimestrale Symbola, dedicata all’analisi sperimentale della poesia e della letteratura. 
Di fatto un autore fuori dalle righe (“La buona scrittura è figlia di primo letto della lettura” tiene a precisare) che si propone, tanto per non farsi mancare nulla, studioso delle avanguardie artistiche, appassionato di storia dell’illusionismo e delle pop-culture degli anni Cinquanta e Sessanta (di cui ricerca testimonianze e memorabilia) nonché docente per alcuni anni di Teoria e tecniche della scrittura creativa presso la Sapienza della Capitale. Ferma restando, e qui entriamo nella sua sfera privata, la passione per la magia e la prestidigitazione (“Sono membro della società statunitense dei maghi”), che pratica però soltanto dietro insistente sollecitazione degli amici. 
Insomma, uno spumeggiante personaggio, nato sotto il segno del leone, dal quale a suo dire ha ereditato pregi e difetti. “Sono infatti ottimista e vanaglorioso, insopportabile e irruento, fantasioso, creativo e anche contraddittorio. Fortuna vuole che queste caratteristiche vengano mitigate dai gemelli, il mio più pacato ascendente”. Che altro? La passione per i libri (“Ne possiedo ventimila”) e i manifesti, in abbinata a quella per i giocattoli d’epoca del ramo spaziale, con la soddisfazione recente di aver trovato, e acquistato al giusto prezzo, una chicca giapponese degli anni Sessanta che richiama la stazione spaziale a cerchio immaginata dallo scienziato tedesco, naturalizzato americano, Werner von Braun”. 
A titolo di cronaca ricordiamo che Leoni è stato fra l’altro tradotto in lingua etiope, coreana e cinese, anche se le maggiori soddisfazioni gli sono state riservate dal francese e dall’inglese d’oltre Manica. Mentre le sue letture preferite risultano allargate ai grandi del Novecento, come Proust, Nice e Kafka, in abbinata - in ambito poliziesco - all’apprezzamento per Raymond Chandler, Eric Ambler e, approdando nel presente, “per l’amico di lunga data Sandrone Dazieri”. Lui che il pallino per la scrittura se lo porta dietro sin dai tempi del liceo partendo, udite-udite, “dalla poesia contemporanea e sperimentale”. Con diversificazioni che, strada facendo, hanno interessato anche i giovani, ai quali ha regalato tre libri: “Anche se entrare nelle loro lunghezze d’onda risulta dannatamente complicato”.

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