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Chi è il brutale assassino che etichetta le sue vittime con croci di sangue sulla fronte?

Un ritorno vincente fra le pieghe della storia del geniale Fabio Delizzos. Note in anche sulla prima volta di Luca Crovi e di Debra Jo Immergut


01/10/2018

di Mauro Castelli


Giocare vincente fra le pieghe della Storia non è impresa facile. In quanto occorre impegnarsi in un attento lavoro di ricerca, approfondendo in parallelo le sfaccettature utili per regalare smalto e credibilità al racconto. Perché soltanto in questo modo la penna di turno riuscirà a trovare un filo conduttore che riesca a intrigare e catturare il lettore, oltre a divertire nel segno della credibilità. Spaziando quindi in contesti ben strutturati, dando voce a personaggi capaci di incidere sull’immaginario collettivo, regalando spaccati di realtà insaporiti, ci mancherebbe, da tocchi di credibile fantasia. 
Qualità che non fanno difetto a Fabio Delizzos, il quale - spesso ai vertici delle classifiche di vendita e tradotto in diversi Paesi (Spagna e nazioni con la stessa lingua, Serbia, Polonia e con diritti venduti anche in Russia) ha fra l’altro beneficiato della benedizione di altri autori da copertina nel campo delle vicende storiche, come il brillante Matteo Strukul (“Da abile alchimista della parola, sa miscelare gli ingredienti narrativi in una saga storica mozzafiato”) o il raffinato Marcello Simoni, il quale ha tenuto a precisare che i lavori di questo autore “corrono abilmente per i neri sentieri della storia intrigando il lettore”. 
Delizzos, si diceva, che torna sugli scaffali per l’ottava volta (dopo La setta degli alchimisti, La cattedrale dell’Anticristo, La loggia nera dei veggenti, La stanza segreta del papa, Il libro segreto del Graal, Il collezionista di quadri perduti e Il cacciatore di libri proibiti, oltre alla presenza di suoi racconti in antologie natalizie) con La cattedrale dei vangeli perduti (Newton Compton, pagg. 330, euro 9,90). Un romanzo che ha ovviamente beneficiato di un robusto lavoro di ricerca (“Molte delle cose narrate in questo romanzo corrispondono a fatti storici”, le più rilevanti delle quali - aggiungiamo noi - vengono condivise con il lettore in una nota finale), per non parlare della possibilità, vivendo l’autore nella Capitale, di poter visitare a più riprese i luoghi che hanno fatto da sfondo a questo canovaccio, castigando di domande le guide esperte che lo hanno introdotto ai misteri delle catacombe cristiane. 
Ferme restando non poche altre curiosità: come quella legata al fatto che Gian Angelo Medici, il futuro papa Pio IV, sia stato veramente - in gioventù - un pirata sul lago di Como, insieme al fratello maggiore Gian Giacomo. Il quale Gian Angelo avrebbe studiato, diventando cardinale, grazie appunto ai proventi della pirateria. Così come è un fatto storico accertato che Pio IV abbia subìto alcuni attentati e che siano apparse scritte di minacce contro di lui sui muri della Città eterna. 
Senza peraltro dimenticare il ringraziamento autoriale - da brava persona qual è - nei confronti della sua “fantastica editor Alessandra, che per un chiaro ed evidente segno del destino si chiama Penna. Una specie di taumaturga dei libri, in grado di sanare i punti dolenti di un manoscritto con un tocco magico. Lei sensibile, esperta e arguta, che questa volta si è addirittura superata”. Vi sembra poco? 
Detto questo, che altro nel privato di Delizzos? Un amore di vecchia data per la chitarra classica (suonata sino al 2010 a livello professionale nei locali e nei teatri, sin quando i troppi impegni legati alla scrittura gli avrebbero tarpato le ali, ma non certo la passione. Tanto è vero che “è in attesa di uno strumento importante, a coronamento di un suo sogno, ordinato a un importante liutaio napoletano”); un rapporto stretto con la forma fisica attraverso la corsa (“Ogni mattina, quando posso, percorro una decina di chilometri nella riserva naturale Aniene, vicina a casa mia, dove ho il piacere di incontrare volpi, pecore, istrici e vedere piccoli falchi volteggiare in cielo”. Tutto questo nel ricordo di Pirro, il cane che gli ha è stato amico per quindici anni, mentre ora si limita a rifocillare, giornalmente, due gatti randagi che lo vengono a trovare). 
E ancora: una parsimoniosa frequentazione degli amici (“In realtà sono un tipo solitario”), che si rapporta a un carattere particolare: “Sono un uomo ansioso, curioso e irrequieto, che viaggia a corrente alternata e risulta segnato da una schiettezza rara. Ad esempio, degli scrittori contemporanei mi intrigano, anche se soltanto in parte, Cormac McCarthy e Stephen King, in quanto il mio interesse si riversa più su certi libri che non sui loro autori. Fermo restando un debole di vecchia data per Edgar Allan Poe”. 
Lui che - come ha avuto modo di raccontarci - è nato a Torino il 25 febbraio 1969, da un padre arrivato dalla Sardegna in cerca di fortuna e da una madre pugliese. E sotto la Mole Antonelliana avrebbe vissuto per dieci anni, sin quando il padre decise di lasciare la Fiat dove si era dato da fare per quindici anni e riportare la famiglia nell’isola, e più precisamente a Luras, un paesino della Gallura. “Di fatto un trauma da sradicamento che ancora oggi mi porto al seguito. Perché non fu facile lasciare la grande città, gli amici, il cinema, i divertimenti per finire catapultato in una realtà medievale isolata dal mondo. Ma alla fine ci si abitua a tutto”. 
Complice anche la possibilità di poter proseguire gli studi a Cagliari (“A scuola ho sempre avuto buoni voti, non perché fossi un secchione, ma perché mi piacva entrare in aula per interrogare i professori su questo o su quello”), città dove si sarebbe laureato in Filosofia e dove avrebbe iniziato a lavorare come pubblicitario - nel ruolo di copywriter - in una piccola agenzia diventata grande grazie a Tiscali. “D’altra parte scrivere, per me, rappresentava il coronamento di un sogno che mi ero portato dietro sin da quando ero ancora piccolo”. 
A seguire, tempo tre anni, “sarei sbarcato a Roma per proseguire con questo mestiere, al quale ora dedico, per mancanza di tempo, scampoli di energia: in buona sostanza seguendo come libero professionista il percorso comunicativo dell’Acqua Smeraldina, una minerale sarda commercializzata a livello internazionale”. E a Roma “vivo con la compagna della mia vita, Rosa - di professione ricercatrice, oltre che esperta e sensibile lettrice, sempre fonte di preziosi consigli - che avevo conosciuto nel 1986 e con la quale sarei andato ad abitare quattro anno dopo”. 
Detto questo, spazio a La cattedrale dei vangeli perduti, la cui trama risulta ambientata a Roma sul finire dell’anno di grazia 1564, dove un misterioso assassino traccia una croce di sangue sulla fronte delle sue vittime, mentre in Vaticano qualcuno sta tramando per uccidere il papa. A indagare, ancora una volta, sarà Raphael Dardo, agente segreto e mercante d’arte di Cosimo I de’ Medici (il cui fratello, un pittore, era stato arso per eresia, mentre lui stesso, in passato, era finito nelle prigioni di Castel Sant’Angelo per il possesso di una bibbia giudicata maledetta). Dardo che questa volta arriva nella Capitale con una missione: quella di proteggere la vita di Pio IV e scoprire chi muove i fili di una doppia congiura fallita per il ripensamento proprio di uno dei congiurati. 
L’indagine lo porterà a fare ricerche tra cavatori di tesori, maghi, profeti eretici, nobili indebitati e potentissimi cardinali: insomma, dai piani alti del potere sino alle profondità labirintiche delle catacombe paleocristiane. Perché sono proprio quei cunicoli a nascondere qualcosa di estremamente prezioso e pericoloso, qualcosa di cui tutti sembrano desiderosi di impossessarsi, per poter poi esercitare qualsiasi forma di ricatto. Se vuole salvare se stesso, le persone che ama, il papa e l’intera Chiesa, Raphael dovrà quindi scoprire cosa si nasconde nel ventre di Roma. E deve farlo al più presto… 
In sintesi: un appassionante romanzo, sorretto da frasi brevi quanto efficaci, che plana felice fra le braccia della storia, a fronte di una scrittura di piacevole lettura; che si nutre di richiami e ambientazioni che lasciano il segno; che diverte e al tempo stesso intriga. In ogni caso, se proprio si vuole fare un appunto a La cattedrale dei vangeli perduti, è il richiamo non sempre cristallino ai passaggi che lo legano ai precedenti libri. Un peccato veniale compensato dalla bravura nel far correre il racconto a cento all’ora e di farcelo vivere a braccetto del suo ben caratterizzato protagonista. 
E per quanto riguarda il domani narrativo di Delizzos? “Ovviamente sto già lavorando a un nuovo romanzo, a fronte di un ulteriore lavoro di ricerca, tanto più che non si svilupperà su Roma e quindi cambieranno i riferimenti, le ambientazioni, gli stili di vita, le monete, gli abbigliamenti… Ma da operaio della scrittura quale ritengo di essere - mi siedo davanti al computer alle 9.30 per lasciare alle 19, come quando mi davo da fare in agenzia - non mi spaventano i sei-sette mesi che mi servono per dare voce a una storia, durante i quali non manco di continuare a studiare luoghi, usi, costumi e, ci mancherebbe, nuovi personaggi”.  

A questo punto quello che tutti si aspettavano da tempo: il debutto nella narrativa di settore di uno con le mani in pasta, ovvero il milanese Luca Crovi, il personaggio che ha fatto scrivere ad Annarita Briganti che “se sei un giallista, e lui non ti ha intervistato, non conti nulla”. Una esagerazione, certo, ma che ben si addice a questo paffuto signore - mezzo secolo sulle spalle (è infatti nato il 24 gennaio 1968) e quattro figli al seguito - i cui interessi si allargano a macchia d’olio fra le più diverse sfaccettature del delitto e del mistero. 
Lui che aveva sempre nicchiato sul fatto di proporsi come scrittore, preferendo darsi da fare come “suggeritore” per i libri degli altri, sponsorizzando peraltro penne di un certo peso, come quelle di Besola-Ferrari-Gallone, Matteo Strukul o Lorenzo Beccati (il capo degli autori di Striscia la Notizia nonché voce del Gabibbo), tutti autori intervistati da questa testata. Ma ora, dopo aver scritto una decina di saggi, aver dato voce a diversi racconti noir e aver pubblicato con Seba Pezzani un “rock thriller in salsa olandese” intitolato Tuttifrutti, siamo arrivati al dunque con L’ombra del campione (Rizzoli, pagg. 202, euro 18,00). 
Poteva essere altrimenti? No di certo, anche perché esimersi, dopo aver dato la sture in questi ultimi anni a una montagna di presentazioni, era come nuotare controcorrente fra le rapide di un fiume. 
Luca Crovi, si diceva, figlio d’arte. Nel senso che suo padre Raffaele, scomparso nel 2007, si era proposto come scrittore, giornalista, poeta, critico letterario, autore televisivo, sceneggiatore, editore, docente e chi più ne ha più ne metta. Un padre ingombrante che giocava a scopone con Elio Vittorini (del quale era assistente in Einaudi), che frequentava Alberto Moravia, che aveva lanciato Andrea Vitali; che era arrivato ai vertici della Mondadori negli anni Sessanta e poi della Rusconi, della Bompiani e della Sonzogno, oltre a vincere un Campiello e a produrre programmi culturali per la Rai. Insomma, un bel biglietto da visita in mano al figlio… 
Sta di fatto che, dopo aver conseguito una laurea in Filosofia con specializzazione in Storia antica all’Università Cattolica di Milano, Luca avrebbe lavorato per le case editrici Camunia e Garzanti, oltre a proporsi come critico musicale per diversi quotidiani e periodici, sino a essere assunto come redattore dalla Sergio Bonelli, dove attualmente cura la serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick
Lui che dopo essersi dedicato allo studio delle origini e degli sviluppi della narrativa poliziesca in Italia - pubblicando nel 2000 il saggio Delitti di carta nostra. Una storia del giallo italiano e, nel 2001, l’antologia del brivido, curata assieme al musicista Franz Campi, L’assassino è il chitarrista - nel 2002 avrebbe realizzato la monografia Tutti i colori del giallo, divenuta l’anno successivo una trasmissione per Radio2. Che altro? Nel suo carnet anche due lavori di successo, Noir. Istruzioni per l’uso (una raccolta di interviste esclusive ai grandi della narrativa mondiale, con i quali si è incontrato e a volte anche scontrato) nonché Giallo di rigore. Per non parlare del suo impegno nello sceneggiare storie a fumetti facendo riferimento a testi di Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Andrea G. Pincket e Joe R. Lansdale. 
Dopo questo lungo quanto dovuto preambolo, spazio alla sinossi de L’ombra del campione, una sofisticata commedia noir nella quale l’autore dà voce, fra l’altro, a una leggenda del calcio, Giuseppe Meazza, l’icona dello sport più amata dagli italiani, che incontriamo in una fascinosa Milano “smarrita nella nebbia del passato”. Una non fiction novel, come annota lo stesso Crovi, che mescola personaggi immaginari ad altri veramente esistiti, fatti reali ad altri che sarebbero potuti succedere. In buona sostanza un lavoro molto milanese - dedicato alla bisnonna Matilde Maria Ballerini per avergli “insegnato ad ascoltare storie e per averle raccontate in portineria per tanti anni” - che si nutre di godibili espressioni dialettali meneghine. T’è capì ben, caro lettore? 
Per farla breve: “C’era una volta la Milano della ligéra, la città popolata dai contrabbandieri, dai maestri del borseggio e dagli artisti dello scasso: balordi intenti in malefatte più che in misfatti, persi nell’eterno guardie e ladri con i ghisa e la madama. Correva l’anno 1928 e, da Roma, Benito Mussolini, duce del fascismo, dichiarava guerra ai duri meneghini. Intanto, nella regia questura in piazza San Fedele, è di stanza un poliziotto che legge Platone e va pazzo per la cassoeula. Lo chiamano il poeta del crimine. Nelle spire della scighera, la spessa bruma che punge i visi e gela i cuori, torna così il commissario Carlo De Vincenzi, già protagonista dei gialli di culto firmati, a cavallo fra gli anni Trenta e Quaranta, dallo scrittore Augusto De Angelis”. 
E toccherà appunto a questo poliziotto fuori dalle righe “fare i conti con l’anima più profonda della Capitale morale d’Italia: quella che trema ai boati di bombe attribuite agli anarchici e sogna dietro alle magie del suo Peppìn, l’eroe dell’Ambrosiana (in seguito diventata Inter), registrato all’anagrafe col nome di Meazza Giuseppe”. E sarà lui “a svelare i misteri che aleggiano intorno alla vita del campione, mentre dovrà vedersela con i piccoli, grandi enigmi di una malavita stracotta come la busecca e romantica come un riflesso al tramonto sull’acqua dei Navigli”.

In chiusura di rubrica un giallo psicologico, profondo e acuto, che lascia intendere le qualità narrative di una debuttante che in futuro, c’è da scommettere, non mancherà di regalare sorprese. Perché quello firmato dall’americana Debra Jo Immergut - La prigioniera (Corbaccio, pagg. 298, euro 17,90, traduzione di Valeria Galassi) - è un romanzo speciale, che trasuda talento pagina dopo pagina sia per le tematiche trattate che per la caratura dei suoi due protagonisti. Un lavoro d’esordio - seguito a un’antologia di racconti, Private Property, pubblicata nel lontano 1992 - che ha visto la luce grazie al supporto “disinteressato” di diverse persone e istituzioni, fermo restando il costante sostegno familiare (“Dietro a ogni singola parola di questa storia e ogni singolo momento di ogni giorno c’è John, la mia roccia e il mio redentore, e Joe, la mia gioia”). 
Questo lavoro, pubblicato nel maggio scorso dalla Harper Collins come The Captives, si differenzia dalla versione originale per l’utilizzo invertito singolare-plurale, probabilmente per regalare maggiore forza descrittiva alle situazioni che opprimono i due protagonisti, i quali si alternano nel raccontare la loro storia. Storia che li ha portati a reincontrarsi in galera, lei nei panni di una detenuta riconosciuta colpevole di omicidio (e condannata a 52 anni di detenzione), lui come psicologo addetto al sostegno dei carcerati. Con la tara di aver buttato alle ortiche la carriera per via di un recente scandalo che gli ha fatto perdere il posto in un prestigioso studio di Manhattan, oltre al peso di un fratello entrato nel tunnel della droga. 
Va precisato che Frank Lundquist è un trentaduenne disilluso, preparato a ogni tipo di situazione. Ma nulla può sorprenderlo più del fatto di trovarsi come paziente, nel suo studio presso il Centro psicoterapeutico dell’istituto penitenziario di Milford Basin, nello Stato di New York, proprio Miranda Greene, la detenuta della quale si era innamorato perdutamente ai tempi del liceo. Anche se lei, schiva e misteriosa, non si era nemmeno accorta dei suoi sentimenti. Già, Miranda, una donna “chiusa nella sua disperazione”, tormentata dal ricordo di una tragedia che l’ha segnata nel profondo a fronte di un amore sbagliato che l’ha portata dietro le sbarre. 
Come da note editoriali, “non è inconsueto incontrare casualmente una persona che in passato ci ha fatto perdere la testa. Di solito la vecchia passione si ridimensiona, più raramente si riaccende. Nel nostro caso però la situazione è fortemente anomala. Il luogo è claustrofobico, la realtà che si vive è rarefatta e distorta. Per questo la relazione tra Frank e Miranda non può essere normale, eppure non è affatto chiaro chi dei due dipenda dall’altro, chi sia libero e chi non lo sia. E il passato, che si disvela poco a poco coinvolgendo non solo i due protagonisti ma, per cerchi concentrici, le famiglie, i genitori e tutte le persone che fanno parte della loro vita, è un concatenarsi di eventi che ineluttabilmente li portano proprio dove sono adesso. Con un carico di emozioni, di frustrazioni e di passioni che non si sa che strada possa prendere: verso la salvezza, oppure verso la distruzione?”. E prevarrà nello psicologo il distacco dovuto dalla sua professione, oppure sarà la voglia di infrangere tutte le regole deontologiche a condizionarlo? Di fatto, come il lettore scoprirà, i due protagonisti si troveranno prigionieri del loro modo di sentire: sentimentale da un lato e fisico dall’altro. E un’uscita comune non è certo facile da imboccare… 
In buona sostanza un romanzo “ipnotico, esplosivo e ossessivo”, nel quale l’autrice dà voce, in maniera personale e per certi versi provocatoria, al bene e al male visti sotto due diverse angolature. Ripartendo questi sentimenti in egual misura fra un uomo e una donna a prima vista normali, che vivono, sbagliano e puntano a riscattare gli errori commessi. 
Risultato? Un canovaccio di peso, che ha registrato favorevoli recensioni da parte di testate importanti. Come Booklist (“La continua altalena emotiva tiene alta la tensione dall’inizio alla fine”), New York Times Book Review (“Due protagonisti indimenticabili per un romanzo dal ritmo serrato”), Vanity Fair, Kirkus Review (“La forza propulsiva di questo lavoro non si esaurisce mai”) e Publishers Weekly (“Un libro che fa restare svegli la notte”). Oltre a non pochi riscontri internazionali, con diritti venduti in diversi Paesi. 
Insomma, un esordio col botto per Debra Jo Immergut, insegnante di scrittura creativa presso diverse istituzioni (biblioteche, basi militari e, appunto, prigioni), dopo aver lavorato come redattrice-giornalista in testate di peso come il Wall Street Journal e il Boston Globe, mentre diversi suoi racconti sono stati pubblicati su American Short Fiction e Narrative Magazine. Un percorso che ha fra l’altro beneficiato di una Mac-Dowell Fellowship e una Michener Fellowship.

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