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Chi ha messo, e perché, un cadavere nel bagagliaio dell’auto di Mickey Haller, fratellastro di Harry Bosch?

Tornano in pista i due indimenticabili personaggi creati da Michael Connelly. A seguire la maestria di Anthony Horowitz e un affascinante tuffo nella storia con Giulio Castelli


29/03/2021

di MAURO CASTELLI


Tutte le volte che decidiamo di parlare di Michael Connelly (in pratica all’uscita di ogni suo romanzo) siamo costretti a ripeterci. Come si conviene per uno dei maggiori narratori dei nostri tempi, tradotto in una quarantina di Paesi e con all’attivo più di ottanta di milioni di copie vendute. Un collezionista di riconoscimenti, che si è portato a casa l’Edgar Allan Poe, il Nero Wolfe, il Dilys, un doppio Barry, un Macavity e la presidenza biennale del Mistery Writers of America e via dicendo. Mentre in Italia ha incassato un Bancarella e un Raymond Chandler Award al “Noir in Festival” di Courmayeur. 
Di fatto una penna che cattura e intriga, che si avvale della semplicità delle parole per dare voce a storie ben orchestrate e, soprattutto, a indimenticabili personaggi. Come il detective Hieronymus “Harry” Bosh (cognome preso in prestito dal famoso pittore olandese tanto amato da sua madre), peraltro travasato sul piccolo schermo nell’apprezzata serie prodotta in sette “stagioni” da Amazon Studios. Così come grande notorietà ha incassato un altro suo personaggio, ovvero Mickey Haller, fratellastro del citato Bosch, che a sua volta sta per debuttare a “puntate” su Netflix. 
E ora la nostra strana coppia la ritroviamo in scena, come già successo in altri quattro romanzi, nel thriller intitolato La legge dell’innocenza (Piemme, pagg. 446, euro 19,90, traduzione di Alfredo Colitto). Uno straordinario canovaccio imbastito su un mondo “dove la legge risulta troppo spesso l’arma vincente dei cattivi”, fermo restando che “in un’aula di tribunale anche l’innocenza può risultare un crimine”. 
Un passo indietro - visto che per le nuove leve un ripassino non guasta - per tratteggiare queste due accattivanti figure. In primis Bosh, un poliziotto speciale (“Per renderlo il più credibile possibile mi sono avvalso - ha sostenuto a più riprese Connelly - della collaborazione di veri detective, come Tim Marcia, Rick Jackson, Mitzi Roberts e David Lambkin”), abile come pochi nello scavare nei misteri del passato. Di fatto un tipaccio rude, portatore di una buona dose di violenza (ovviamente a fin di bene), oltre che disposto ad aggirare i divieti e a sfidare a faccia aperta la burocrazia. 
Insomma, uno scomodo numero uno che strada facendo sarà costretto a lasciare (attraverso un pensionamento forzato) il posto dove aveva lavorato per una vita. E lui, non sapendo stare con le mani in mano, sarebbe finito per accasarsi come volontario presso la polizia di San Fernando, piccola municipalità dell’area metropolitana di Los Angeles, per occuparsi di casi irrisolti. Fortuna vuole, per il lettore, che ci sia il suo fratellastro ad avere bisogno di lui. 
Ovvero il citato Mickey Haller, un avvocato (con due matrimoni alle spalle) dai modi spicci e pieno di difetti, malinconico e complicato quanto basta, condizionato da una vita all’insegna degli eccessi. Di fatto un uomo che fatica a tirare avanti, tanto che talvolta si trova a dover lavorare sul sedile posteriore di una Lincoln, assurta alla… notorietà del grande schermo nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer (Avvocato di difesa nella versione italiana), il thriller nel quale Connelly l’aveva fatto esordire nel 2005, interpretato da Matthew McConaughey. 
Ma veniamo alla trama de La legge dell’innocenza, un lavoro come al solito ben orchestrato quanto di piacevole leggibilità, grazie anche alla mano felice di un traduttore del calibro di Alfredo Colitto, giocato su una vicenda che si offre alla stregua di “un viaggio mozzafiato dentro un mondo dove la legge è troppo spesso l’arma vincente dei cattivi”. 
È una sera di ottobre nella Città degli Angeli, e Mickey Haller, a bordo della sua Lincoln, si allontana dal bar dove ha offerto da bere a un nutrito gruppo di colleghi per festeggiare la vittoria in un processo. Quando una volante della polizia gli fa segno di accostare, Haller è tranquillo: lui non ha bevuto neanche un goccio, come ormai da molti anni a questa parte. Ma non è per questo che l’agente Milton lo ha fermato. A quanto pare, qualcuno ha rubato la targa della sua auto. 
Probabilmente si tratta dello stupido scherzo di un collega, ma quando il poliziotto lo invita ad aprire il bagagliaio, quello che Haller si trova davanti è tutt’altro che una bravata. Sì, perché un cadavere non è mai uno scherzo. Specialmente se è quello di un suo ex cliente… 
Nei guai sino al collo il nostro avvocato - spalleggiato dal fedele investigatore Cisco e dalla socia Jennifer Aronson - comincia così la sua battaglia più importante: quella di difendersi da una infamante quanto ben orchestrata accusa di omicidio. 
Nonostante prove schiaccianti e assurde contro di lui, portate avanti da un legale dell’accusa nota come “Dana Braccio della Morte”, Haller decide di difendersi da solo in tribunale. Ma fortunatamente potrà contare su un alleato d’eccezione, qualcuno che gli deve un grosso favore e non lascerà che le cose si mettano troppo male: chi allora se non è Harry Bosch? 
Detto di questa nuova prova d’autore, spazio al privato di Michael Connelly, anche se lo abbiamo già percorso in lungo e in largo. Nato il 21 luglio 1956 a Filadelfia e cresciuto in Florida, figlio di un artista incompreso e di una accanita lettrice di polizieschi, già da ragazzino, sognava di seguire le orme di Raymond Chandler, grande innovatore del romanzo giallo tradizionale. “Un autore che mi era subito rimasto nel cuore, tanto è vero che quando mi trasferii a Los Angeles feci il diavolo a quattro per poter prendere in affitto l’appartamento in cui era stata ambientata la trasposizione cinematografica di un suo romanzo, Il lungo addio, per la regia di Robert Altman e l’interpretazione di Elliot Gould nel ruolo di Philip Marlowe”. 
E a Los Angeles, in prima battuta, Connelly si sarebbe messo a lavorare come cronista freelance, sin quando una sua inchiesta, scritta a sei mani con altri due colleghi, venne candidata al Premio Pulitzer, la qual cosa gli valse l’assunzione come giornalista criminologo al Los Angeles Times.
E sarebbe stato a quel punto che Michael avrebbe iniziato a mettere a frutto l’esperienza maturata stando a stretto contatto con la Polizia nonché grazie allo studio delle tecniche di indagine nel campo dei delitti. Debuttando alla grande nel 1992 con La memoria del topo, un romanzo dove aveva fatto debuttare il più navigato dei detective dell’Unità Casi Irrisolti della Polizia di Los Angeles, appunto Hieronymus “Harry” Bosch. E da allora in poi non si sarebbe più fermato. 


Proseguiamo. Per chi intende leggere “un grande mistery”, il suggerimento arriva da quel geniaccio dell’orrore che è Stephen King. Il quale propone I delitti della gazza ladra (Rizzoli, pagg. 528, euro 16,00, traduzione di Francesca Campisi), un canovaccio nel quale l’autore - Anthony Horowitz, un delle più prolifiche ed eclettiche del Regno Unito - “ha combinato due polizieschi in uno, in una entusiasmante ricerca di indizi tra finzione e realtà”. Con Kirkus Reviews a rincarare la dose della curiosità: “I lettori che piangono ancora la scomparsa di Agatha Christie daranno il benvenuto a questi delitti”. 
Ma anche, aggiungiamo noi, per assaporare le atmosfere mortali, peraltro raccontate in punta di penna, della prima stagione dell’Ispettore Barnaby, della quale si era proposto produttore. Il quale Horowitz, nato il 5 aprile 1955 e che nel 2014 aveva ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico per meriti in campo letterario, ha firmato anche romanzi, lavori per ragazzi, film, opere teatrali, la serie bestseller Alex Rider (composta da undici storie più due correlate) della quale è peraltro seguito l’adattamento cinematografico, oltre ad avere dato continuità letteraria ai personaggi di Sherlock Holmes e James Bond. 
Ma veniamo al dunque. I delitti della gazza ladra è un mistery del 2016 che ha riscosso un robusto successo sia in Inghilterra che in giro per il mondo e che si propone come il primo volume della serie con protagonisti Susan Ryeland e Atticus Pünd. Un romanzo che si dipana, come scoprirà il lettore, su diversi piani narrativi. E allora spazio alla sinossi. 
“Niente riesce a battere un buon giallo, con il più classico dei detective narcisisti, gli indizi ben disseminati nella trama, le false piste, i colpi di scena e, da ultimo, ogni tassello che si incastra nel posto giusto. Susan Ryeland, editor di una piccola casa editrice, ne trova immancabilmente conferma nei libri di Alan Conway che hanno come protagonista Atticus Pünd, infallibile investigatore per metà greco e per metà tedesco. Ora l’ultimo manoscritto di Conway è finalmente tra le sue mani, e Susan non vede l’ora di calarsi nei panni dell’investigatore per dare la caccia a un assassino che compie le sue efferatezze in un sonnolento paesino della campagna inglese degli anni Cinquanta”. 
Ma questa volta il suo nuovo romanzo è destinato a cambiarle la vita. “Perché oltre ai cadaveri e alla lista dei sospettati, dissimulata tra le pagine, Susan legge un’altra, incredibile vicenda - reale, purtroppo - che intreccia la sua storia a quelle di Atticus Pünd e dello stesso Alan Conway, una vicenda che ribolle di gelosie, avidità e ambizioni sfrenate”. 
Risultato? “Un ipnotico giallo al quadrato, a fronte di una labirintica storia nella storia”, che vede in scena “personaggi degni dei migliori classici del crime” in un thriller fuori dalle righe giocato sulla suspense. “Nel quale anche tu, lettore, ti sentirai chiamato a individuare il colpevole”. 


Si nutre per contro di spunti di gratificante Storia il nuovo romanzo di Giulio Castelli intitolato La battaglia del Leone di Venezia (Newton Compton, pagg. 686, euro 12,00). Una vicenda incentrata - a fronte di una solida documentazione storica impregnata di credibile fantasia - sulla città lagunare che, di lì a poco, si sarebbe imbarcata in una lunga quanto sanguinosa guerra nel corso della quale avrebbe perso, per mano ottomana, anche la cretese Candia dopo un assedio durato ventiquattro anni. 
Guerra peraltro costata duecentomila morti a fronte di un impegno grandioso per resistere alla proditoria invasione dell’isola di Creta da parte degli ottomani. “Purtroppo - come tiene a sottolineare l’autore - nel momento decisivo mancò ai governanti della Repubblica l’audacia per un ulteriore sforzo che avrebbe potuto capovolgere l’esito dello scontro”. Probabilmente per via dei duemila chilometri che separavano Candia dalla Laguna mentre la base più avanzata di Zante ne distava 400. Per contro Costantinopoli, terra dei nemici, era lontana novecento chilometri e i suoi porti fortificati della Morea, l’attuale Peloponneso, soltanto cento”. 
Di fatto una sconfitta che avrebbe pesato, e non poco, sul futuro di Venezia, rappresentando un ulteriore passo verso il disfacimento della Repubblica per via dell’enorme sforzo finanziario sostenuto nonché per il citato tributo in termini di sangue. E appunto per questo l’impero della Serenissima, dopo aver brillato di luce propria incantando il mondo, avrebbe imboccato la inesorabile strada del declino. 
Al riguardo va sottolineato che gli episodi storici narrati in questo libro sono documentati e “il racconto è fedele a quanto realmente accaduto se si escludono le vicende personali dei protagonisti”. A fronte di un quadro ben ricostruito delle sfarzo e delle miserie della società veneziana che si raffrontava con quello del sultano, offuscato invece dalla crudele schiavitù dei galeotti, dalla fame, dalla peste e dal tenebroso fanatismo dell’Inquisizione. 
A tenere la scena, nell’isola di Chio (siamo nel settembre del 1644), incontriamo Marco Civran, il giovane figlio di un mercante veneziano, sempre per mare a caccia di avventure. Suo padre vorrebbe che imparasse a far di conto, a calcolare le distanze e i denari, ma Marco ha ben altro per la testa: si è infatti invaghito di Thea, la sorella di un amico greco, e ha intenzione di corteggiarla. 
L’occasione si presenta quando Thea si imbarca alla volta di Creta per raggiungere una zia: durante il viaggio Marco fa di tutto per conoscerla meglio. I suoi piani sono però interrotti quando, dalla nave, i due assistono a una cruenta battaglia nel mare Egeo tra le galee cristiane dei Cavalieri di Malta e una piccola flotta ottomana, che viene sopraffatta. Marco non lo sa ancora, ma quello spettacolo rappresenterà solo un’avvisaglia delle future battaglie. Perché ben presto gli ottomani arriveranno a minacciare i possedimenti della Serenissima, mettendo a repentaglio tutto ciò che Venezia aveva di più caro... 
Per la cronaca Giulio Castelli, nato a Roma il 13 febbraio 1938 da una famiglia di origini toscano-piemontese, strada facendo si è proposto, oltre che come scrittore e saggista, anche e soprattutto come giornalista (è stato redattore e inviato per diversi quotidiani, oltre ad aver condotto trasmissioni radiofoniche quali Antologia di RadioTre, Prima Pagina e Terza Pagina). Lui che dalla metà degli anni Novanta si è occupato di editoria rivestendo il ruolo di amministratore delegato di Multimedia Adnkronos oltre che di direttore editoriale di Aki-Adnkronos International. Parimenti è stato presidente di Cives, un’associazione di promozione sociale per l’ambiente e la qualità della vita nelle città. 
Studioso di storia tardo-antica e medievale, Castelli ha regalato ai lettori intriganti spaccati di passato, portandosi a casa riconoscimenti come il Premio Letterario dei Giovani e il Premio Castellamare. Lui che aveva debuttato sugli scaffali nel 1973 con Il fascistibile, pubblicato da Valentino Bompiani su indicazione di Umberto Eco, per poi arrivare nel 2008 alla corte della Newton Compton con Imperator. Romanzo seguito da Gli ultimi fuochi dell’impero romano, 476 A.D. L’ultimo imperatore, Il diario segreto di Marco Aurelio, L’imperatore guerriero, La battaglia sulla montagna di Dio, Il guerriero del mare e, buon ultimo, La battaglia del Leone di Venezia.

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