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Chi perde e chi vince tra Occidente e Oriente

Per Kishore Mahbubani, ex diplomatico e docente a Singapore, Stati Uniti ed Europa devono guardare alle nuove potenze asiatiche con rispetto e prudenza 


03/06/2019

di Tancredi Re


“Quel principe, che si appoggia tutto in su la fortuna, rovina come quella varia. Credo (anche) che sia felice quello che riscontra in modo di procedere suo con la qualità de’ tempi e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordano è tempi”. Questo frammento tratto da Il Principe, l’opera più famosa di Niccolò Machiavelli (uomo illustre, figura controversa della Firenze dei Medici di cui fu vicecancelliere dal 19 giugno 1498 al 7 novembre 1512 e fondatore della scienza politica moderna) dove egli espose il concetto della ragion di stato e la concezione ciclica della storia, riassume icasticamente la parabola dell’Occidente. Che, dopo aver dominato il mondo per oltre due secoli, come centro della ricchezza e del potere globale, è in declino, vive una crisi identitaria e reagisce con la vecchia strumentazione obsoleta e in modo velleitario all’avanzata inesorabile di nuove potenze demografiche, economiche e politiche come l’India e la Cina, punte di diamante dell’Oriente che ritorna a calcare la scena del mondo da protagonista. 
Il mondo sta cambiando, ma l’Occidente non sembra essersene accorto e non è ancora riuscito - perché non sa o non vuole farlo avvolto nel vuoto cosmico della propria supponenza e nel provincialismo delle proprie élite politiche - a modificare visione e strategia nei rapporti con l’Oriente. Ma, in un modo o in un altro, prima o poi, dovrà cominciare a mutare i propri atteggiamenti e comportamenti, a cambiare la cassetta degli attrezzi e degli strumenti di interpretazione dei fenomeni, pena altrimenti la sua sconfitta e l’ulteriore marginalizzazione che potrebbero condurre il mondo inevitabilmente verso una nuova catastrofe. 
Kishore Mahbubani, nel libro Occidente e Oriente chi perde e chi vince (Egea, pagg. 131, euro 16,00), sostiene in maniera appassionata e provocatoria che l’Occidente non può più imporre il proprio potere e i propri ideali al resto del mondo: è solo prendendo coscienza del proprio declino che i Paesi occidentali possono prepararsi per un successo strategico a lungo termine. Sfortunatamente questo non è ancora avvenuto, avverte fin dalla prime pagine, Mahbubani (ex ambasciatore, professore di Pratica di politica pubblica all’Università nazionale di Singapore e autore di numerose pubblicazioni tra cui Nuovo emisfero asiatico. L’irresistibile ascesa dell’Est) quando ricorda che “nessuna importante personalità dell’Occidente ha avuto il coraggio di formulare la verità che definisce la nostra epoca: un ciclo di dominazione occidentale del mondo sta giungendo alla sua conclusione naturale”. 
La mancata presa di consapevolezza che un’epoca - quella della dominazione dell’Occidente - è agli sgoccioli la si vede chiaramente nel depauperamento dell’economia delle Grandi potenze occidentali (anzitutto dell’Europa), con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, il calo del reddito pro capite, l’aumento della disoccupazione e dell’inoccupazione, l’aumento delle diseguaglianze, il peggioramento della qualità della vita, la reazione violenta ai fenomeni migratori. 
Spie di questo malessere sono la formazione e la diffusione dei movimenti nazionalisti e populisti che hanno messo in scacco le élite politiche tradizionali portando al potere uomini come Donald Trump negli Stati Uniti, Victor Orban in Ungheria, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in Italia, Nicolas Maduro (Venezuela) o in grado comunque di influire nei propri Paesi (come Marine Le Pene del Front National in Francia o Nigel Faragedel Brexit Partynel Regno Unito). 
Tutti, chi più chi meno, portatori di istanze fondamentalmente giuste, popolari, condivisibili, ma con metodi e strumenti dirompenti che mirano al sovvertimento di regole che giudicano obsolete, aumentano la conflittualità all’interno di organizzazioni sovranazionali (l’aspro rapporto tra Italia e Commissione europea ne è un esempio nell’Ue) o tra gli Stati (lo scontro tra Stati Uniti-Cina-Europa sul commercio e sul primato nella tecnologia; il muro che gli Usa vorrebbero costruire lungo il confine con il Messico e gli altri muri e steccati che stanno sorgendo nel Vecchio Continente tra uno Stato e l’altro) accrescono l’odio interclassista, interreligioso e il razzismo.  
Se si vuole comprendere meglio che tra Occidente e Oriente non c’è partita, basterebbe considerare alcuni dati. Partendo, ad esempio, da quelli inerenti alla crescita. 
“Fino in tempi recenti - scrive lo studioso - gran parte della crescita globale è venuta dalle economie del G7 (comprende Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Unti – ndr), non dalle economie degli E7 (i sette Paesi emergenti sono Cina, India, Brasile, Messico, Russia, Indonesia e Turchia – ndr). Negli ultimi due decenni la situazione si è nettamente rovesciata. Nel 2015, per esempio, le economie del G7 hanno contribuito alla crescita globale per il 31,5 per cento, gli E7 per il 36,3 per cento”. Secondo Pricewaterhouse Coopers (un network internazionale, operativo in 158 Paesi con circa 223mila dipendenti, che fornisce servizi di consulenza di direzione e strategica, revisione di bilancio e consulenza legale e fiscale) nel 2050 la quota del G7 sarà scivolata al 20 per cento e quella degli E7 sarà salita a quasi il 50 per cento in termini di parità del potere di acquisto. 
“L’Occidente - spiega Mahbubani - è stato alla ribalta della storia mondiale per quasi 200 anni. Ora deve imparare, se non ad abbandonare quella posizione, a condividerla, adattandosi a un mondo che non può più dominare. E’ possibile? Finora l’Occidente non è stato capace di produrre una strategia globale coerente e competitiva per affrontare la nuova situazione. Invece, si agita disordinatamente, attaccando l’Iraq, bombardando la Siria, sanzionando la Russia e stuzzicando la Cina. Tutto ciò suscita la sensazione di una turbolenza globale”. 
Eppure l’Occidente ha fatto per il progresso del genere umano moltissimo, prima di suicidarsi con le due guerre mondiali che hanno rappresentato, anche se non ne sono stata l’unica causa, il progressivo declino del suo primato mondiale. “Il dono più grande che l’Occidente ha dato al Resto del Mondo è stato la potenza del ragionamento logico”. Le forme della razionalità occidentale sono filtrate nelle menti asiatiche gradualmente, attraverso l’adozione della scienza e della tecnologia occidentali e l’applicazione del metodo scientifico per risolvere i problemi sociali. 
“La scienza e la tecnologia hanno mostrato il potere della prova empirica della verifica continua. Ciò ha condotto all’adozione di molte nuove tecnologie, dalla medicina moderna all’elettricità, dalle ferrovie ai telefoni cellulari, tutte capaci di apportare miglioramenti rilevanti alle vite delle persone”. 
L’applicazione del metodo scientifico ha permesso agli asiatici di affrontare problemi millenari come le alluvioni, le carestie, le pandemie e la povertà. Il Giappone e le cosiddette Quattro Tigri (Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore) hanno sperimentato con successo l’economia del libero mercato e la ricerca scientifica empirica. Il loro successo ha ispirato in seguito altre società asiatiche (India, Cina, Pakistan, Bangladesh, Filippine) e africane (Uganda, Ruanda, Etiopia). 
“Questa diffusione del modo di pensare occidentale, a sua volta, ha innescato tre rivoluzioni silenziose: quella politica (sono i governanti a dover rendere conto ai popoli e non il contrario), quella psicologica (la vita non è governata dal destino, ma è determinata dalle capacità di ogni individuo di saper gestire la propria esistenza) e, infine, dalla capacità di governo (i leader asiatici condividono la convinzione che il loro buon governo trasformerà e migliorerà le loro società). Ma queste rivoluzioni silenziose sono passate inosservate nei circoli intellettuali occidentali. 
C’è, secondo l’autore, una certa dosa di supponenza e di superbia nelle élite occidentali che non permette loro di cogliere i profondi cambiamenti che sono avvenuti nelle società e negli Stati orientali. “Non è certo l’umiltà a caratterizzare ciò che esse scrivono sulle pagine del New York Times o del Financial Times, o del Wall Street Journal o dell’Economist - scrive il saggista - o quando parlano davanti alle telecamere della BBC e della Cnn. Molti esponenti di queste élite restano convinti di essere nel giusto. Però oggi le élite sono sfiduciate dalla gente comune, colpita nella propria vita quotidiana dalle conseguenze dell’emergere di un nuovo mondo che esse hanno preteso di negare o ignorare”. 
Muhbubani invita l’Occidente a cambiare rotta e prospettiva e guardare all’Oriente senza pregiudizi e senza l’atteggiamento da primo della classe. 
Ma come fare? Da dove cominciare? “Una semplice dose di Machiavelli è ciò che occorre per salvare l’Occidente e il Resto del Mondo. Altrimenti, l’Occidente ha perso davvero”. Una riflessione acuta di un intellettuale asiatico che ama e riconosce i grandi meriti degli occidentali nei profondi mutamenti intervenuti nel corso degli ultimi due secoli nell’Oriente, di cui le nostre classi dirigenti farebbero bene a far tesoro e mettere in pratica prima che sia troppo tardi.

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