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Chi vuole uccidere Fred il Tacchino, animale da compagnia della signora Giulia?

Una favola natalizia firmata da Marco Polillo e imperniata su Gatto, il fedele micio del vicecommissario Zottìa, al quale hanno fatto sparire la ciotolina


30/10/2017

di Mauro Castelli


Marco Polillo non finisce mai di stupire. Ad esempio portando avanti il suo ruolo di raffinato editore oppure scrivendo storie gialle che catturano e intrigano all’insegna di una signorile eleganza (è il caso dell’ormai corposa serie che fa capo al vicecommissario Enea Zottìa), per poi spiazzare il suo affezionato pubblico di lettori con una “tenera e spassosa” favola natalizia ambientata sul Lago d’Orta, luogo d’elezione delle sue storie. Ovvero Chi vuole uccidere Fred il Tacchino?, un romanzo breve (sono soltanto 108 pagine) proposto per i tipi della Rizzoli a 16,50 euro e impreziosito dalle illustrazioni di Alessandro Sanna, matita insignita del Premio Andersen.
Una chicca fuori dalle righe, più per adulti che per bambini, che non mancherà di conquistare “per l’irresistibile simpatia dei suoi protagonisti a quattro zampe, se si escludono le due del tacchino e le altre due del vicecommissario”. Un lavoro scritto in punta di penna e nato da “un suggerimento - tiene a ricordare l’autore - del mio editor Michele Rossi, al quale non era sfuggito il successo ottenuto da un libro pubblicato dalla Giunti nel quale una cucciola di nome Ellie faceva bene il suo lavoro e soprattutto voleva essere una brava cagnolina… E siccome a me sono sempre piaciuti gli animali (il gatto di Zottìa risulta un personaggio fisso nelle mie storie, mentre nella realtà ha ad esempio tenuto banco una micia che si era presentata al quinto piano, davanti alla porta dell’abitazione di mia madre, diventando ben presto la padrona di casa sotto il nome di Mina) mi sono messo al computer e ho scritto un migliaio di battute che sono piaciute”.
A quel punto avrebbe preso corpo la storia costellata di personaggi accattivanti, come Gatto, il cane Giampaolo, il Ratto di Venere in quanto strabico e Fred il Tacchino, “al quale ho voluto dedicare il titolo, anche se in Rizzoli erano di diverso avviso”.
Ma veniamo alla sinossi, così ben riassunta da meritare di essere riportata pari-pari. “Certe giornate partono talmente storte che solo un miracolo potrebbe raddrizzarle. Anche se è la mattina di Natale, e nella villa della padrona Giulia sul lago d’Orta fervono i preparativi per l’apertura dei regali e l’imminente cenone, Gatto, il fedele micio del vicecommissario Enea Zottìa, è nervoso: cosa ci fanno quelle palline colorate appese allo strano albero accanto alla sua cuccia? Che razza di dispetto è questo, non permettergli di giocarci? Ma soprattutto: chi gli ha nascosto la ciotolina dove ora, appena sveglio, vorrebbe fare colazione?”.
Una seccatura dietro l’altra per Gatto, “anche se, deve ammetterlo, la villa è davvero incantevole e la compagnia non è poi così male: Giampaolo, il cane color fango sempre impegnato a rotolarsi nelle pozzanghere, Sappo, il felino più saggio del circondario, con mille cicatrici e avventure da raccontare, e poi Fred, il leggendario Tacchino che per la sua bellezza è diventato animale da compagnia e che dovrebbe partecipare alla serata di festa. Qualcuno però vuole fargli del male, e potrebbe trattarsi proprio di chi ha ordito la sparizione della ciotolina di Gatto. Ma questi sono misteri che solo chi ha nove vite e un coraggio di gran lunga superiore alla propria taglia può risolvere...”.

Che dire: una piacevolezza narrativa, che induce alla riflessione su un mondo che non è il nostro ma che fa parte della nostra vita; una storia così ben gestita e orchestrata che si legge che è un piacere.
Ma torniamo all’autore. Marco Polillo, un intellettuale fuori dalle righe oltre che una delle figure più in vista dell’editoria italiana (è stato direttore e direttore generale sia della Rizzoli che della Mondadori, nonché presidente dell’Associazione italiana editori), è nato a Milano il 14 maggio 1949, città dove si è laureato in Legge. Lui che nel 1995 aveva fondato, insieme alla moglie Leslie Calise, la casa editrice che porta il suo nome e con la quale ha dato vita, fra l’altro, alla storica collana I bassotti, ricca di oltre 180 gialli raccolti dal passato con la passione del collezionista.br>“Buon ultimo Aria di Natale di Meyers, un’opera unica scritta nel 1941, alla quale sto lavorando e di prossima pubblicazione. La qual cosa mi ha portato a sospendere la scrittura della nuova avventura di Zottìa che, se tutto andrà per il meglio, dovrebbe arrivare sugli scaffali a giugno. Per quanto riguarda il titolo - inizialmente pensavo a La casa di Ringhiera - dovrò pensarne a un altro in quanto sono stato preceduto da Francesco Recami. Un peccato, in quanto la trama risulta imbastita sui fattacci che si succedono appunto in una casa di ringhiera non ristrutturata, in zona Garibaldi a Milano, abitata da sei famiglie (tre su una scala e le altre tre sull’altra), dove viene scoperto un cadavere di una persona che nessuno conosce. Non bastasse un’altra persona viene trovata svenuta e una terza a sua volta morta, guarda caso negli appartamenti che non erano i loro. E Zottìa indaga, a fronte di una robusta sorpresa finale…”.    
Ma torniamo al ruolo editoriale di Polillo: un passaggio quasi obbligato, visto quel che era successo in quel periodo. “Di ritorno in Mondadori mi ero trovato invischiato nella grande battaglia di Segrate. Purtroppo, non facendo parte della fazione vincitrice, venni esiliato nella Capitale per occuparmi di cinema. In realtà, mi trovai alla periferia dell’Impero a non fare nulla…”.
Figlio d’arte (“Mio padre Arrigo, grande esperto di musica jazz, era stato direttore del personale della Mondadori, mentre mio zio Sergio, un uomo di grande levatura, ne era arrivato addirittura alla presidenza”), Polillo non manca di proporsi all’interlocutore all’insegna della cordialità. Così, riassumendo il suo profilo dalle varie chiacchierate fatte per parlare dei suoi libri (repetita iuvant), lo possiamo così etichettare: un uomo cordiale, pacato, mai sopra le righe (“Mi ritengo socievole, per nulla umorale, pronto ad andare d’accordo con tutti”); un brillante intrattenitore che utilizza l’arma della simpatia forse per stemperare la sua robusta cultura; un numero uno che si rapporta a una maliziosa sincerità (“Io non soffro a scrivere, semmai mi diverto. E dei mestieri intrapresi devo dire che è questo a intrigarmi di più, anche se non posso nascondere il piacere di fare l’editore”); un autore che, premiato dalle recensioni, la mette simpaticamente sul ridere: “Certo, ne sono compiaciuto, ma sarebbe meglio che lo fossi anche dalle vendite”.
E ancora: un numero uno pronto ad assicurare che il vero motore delle sue storie sono i pettegolezzi; una penna certamente abile nel caratterizzare in poche righe i suoi personaggi (“Che ci riesca o meno questo è un altro paio di maniche, ma ci provo”); infine un narratore rimasto fedele all’antico (“Mentre il presente si è imbevuto di violenza e criminalità, mi piace rifarmi ai morti per una sorta di necessità, in altre parole a quegli omicidi che tenevano banco nei palazzi signorili…”). Sarà forse per questo che i suoi autori preferiti, in primis George Simenon e il suo Maigret, risultano accasati nella classicità. Con una eccezione al seguito, “un modello al quale mi sono ispirato: La donna della domenica di Carlo Fruttero e Franco Lucentini”. Un lavoro da molti considerato il capostipite del giallo italiano.

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