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Ci siamo persi, per colpa del Coronavirus, lo sguardo luminoso della primavera? Consoliamoci allora con i fiori dei grandi geni della pittura

In un viaggio a ritroso fra i capolavori dell’arte potremo lasciarci rapire da pennellate sfavillanti, spesso poetiche, altre malinconicamente dolorose. Catturati - come d’incanto - dalla speranza, dalla giovinezza e, perché no, anche dalla gioia


25/05/2020

di DONATELLA GALLIONE MOLINARI

Quest’anno ci siamo persi lo sguardo luminoso della Primavera, i suoi soffi tiepidi che si dissolvevano nelle strade deserte. Mentre avanzava, la stagione più radiosa dell’anno si guardava intorno smarrita: tutto era silenzioso ed immobile. Il suo passo, seppure leggero, rimbombava nelle piazze vuote e nei parchi solitari. Si sentiva confusa la bella dea della luce e si domandava se valesse la pena spargere fiori e profumi in luoghi che sembravano abbandonati, immobilizzati da un incantesimo misterioso e inquietante. Non sapeva che noi la stavamo spiando, malinconici, dalle finestre e, nel silenzio, sentivamo più limpido il canto della cinciallegra nascosta tra i rami degli alberi. 
Ma la Primavera è la vita che si rinnova è la speranza, la giovinezza, la gioia. Così ha continuato, come sempre, il suo lavoro. 
Durante quelle giornate sospese senza poter uscire, mi è venuto spontaneo, ed è stato consolatorio, guardare i fiori che i grandi artisti hanno dipinto nel corso dei secoli. Non era possibile sentirne il profumo, ma sicuramente ho potuto apprezzare i colori, le tecniche utilizzate per realizzarli, l’originalità con cui i pittori li hanno rappresentati, guidati dalla loro sensibilità, dalla loro indole e dal loro vissuto. 
Tra i tantissimi quadri osservati alcuni mi sono sembrati sfavillanti e gioiosi, altri commoventi, altri pieni di poesia, altri ancora malinconici o dolorosi. Ognuno è riuscito a raccontarmi una storia, a trasmettermi un’emozione, uno stato d’animo o semplicemente lo stupore di fronte alle meraviglie del creato. Questi fiori mi hanno permesso di entrare furtiva nell’ anima degli artisti e di percepirne i pensieri più segreti. 
Solo dal 1600 in poi i fiori diventarono veri protagonisti dei dipinti, come le nature morte in generale, mentre fino ad allora venivano utilizzati unicamente come sfondo o riempitivo nelle opere di argomento religioso, storico e mitologico o nella ritrattistica, ritenuti temi di gran lunga più importanti e di maggior interesse. 
Le prime nature morte o “vite silenziose” come più poeticamente le chiamano gli inglesi, nascono nell’Olanda protestante dove, proprio a causa della diversa concezione della fede e, mancando le grandi committenze sia religiose che aristocratiche, del mondo cattolico, i soggetti sacri sono quasi inesistenti. 
Nei Paesi Bassi i dipinti sono richiesti dai ricchi borghesi che hanno fatto fortuna con i commerci e le nature morte, solitamente di dimensioni contenute, sono più adatte alle loro disponibilità economiche e alle loro abitazioni comode e confortevoli, ma più sobrie ed essenziali rispetto alle sontuose dimore presenti in area cattolica. 
La natura morta risponde perfettamente al loro desiderio autocelebrativo e i fiori sono un tema molto apprezzato, specie i tulipani (originari della Persia) che nell’ Olanda del 1600 diventarono un articolo preziosissimo tanto che l’entusiasmo esagerato per questo bene (i bulbi dei tulipani appunto) avrebbe portato conseguenze disastrose per gli investitori, determinando la prima bolla speculativa della storia. 
Queste composizioni floreali, sono conosciute anche col nome di “Vanitas” perché sottendono una critica ai piaceri effimeri del mondo e alludono alla caducità della vita e alla precarietà dell’esistenza umana, concetti insiti nella severa visione calvinista. 
L’iniziatore della tradizione di nature morte con fiori, è un pittore di origini fiamminghe che vive e lavora in Olanda nel così detto secolo d’oro, proprio nel periodo della bolla dei tulipani che anche nell’arte aumenta l’interesse verso il genere floreale: Ambrosius Bosschaert (Anversa 1573 - L’Aia 1621).


Ambrosius Bosschaert: Natura morta con fiori - 1614 - olio su rame - cm. 30,5 x 38,9 - Museo Paul Getty - Los Angeles

Guardando questo dipinto vediamo una parete scura su cui risalta un basso cestino di paglia che contiene coloratissimi e lussureggianti fiori con il gambo tagliato molto corto, particolare inusuale. Il cesto è appoggiato su un tavolo sul quale sembrano caduti, quasi per caso, un garofano, un tulipano, una rosa, una farfalla e una libellula. 
Tutto è illuminato da una luce chiara che giunge da sinistra e mette in evidenza molti particolari dei fiori e degli insetti presenti nel dipinto con evidenti riferimenti alle Vanitas: il bruco rovina le foglie, il moscone insidia i fiori, le farfalle e la libellula sono creature di per sé effimere ed i fiori recisi, se pure molto rigogliosi, sono destinati a sfiorire molto presto. 
Tulipani, rose, garofani, mughetti, non ti scordar, ciclamini, rose canine, viole del pensiero, giacinti, gerbere e molti altri ancora, sono i fiori rappresentati con colori smaltati ed una pennellata pulita e levigata. Sono, specie che sbocciano in stagioni diverse, ma il pittore si è preso la libertà di dipingerle tutte insieme. 
 I fiori sembrano gettati nel cestino con grande naturalezza, quasi con noncuranza (notate la rosa a testa in giù) mentre in realtà sono studiatissimi e raffinati sia la composizione, sia gli accostamenti cromatici armoniosi e smaglianti, resi tali anche dall’uso del rame come base di supporto. In particolare sSalta all’occhio la precisione scientifica nel rappresentare fiori ed insetti, la leggerezza vellutata dei petali e la morbidezza delle corolle tanto che sembra di percepirne l’estrema fragilità.

Il 700 francese, a sua volta, ha dato i natali a un artista originalissimo e isolato rispetto alla pittura dell’epoca: Jean Baptiste Simeon Chardin (Parigi 1699 /1779) che diventerà celebre per le sue sobrie nature morte e i suoi quieti interni domestici quando il Rococò, stile mondano e amante dello sfarzo e delle frivolezze (pensate a Fragonard e Boucher), è nel suo massimo splendore. 
Poco interessato agli insegnamenti d’accademia, ai viaggi di formazione e allo studio dei grandi maestri Chardin preferisce osservare e rappresentare la realtà e di molteplici aspetti del quotidiano. 
Nelle sue opere non ci sono dettagli lussuosi, né sfoggio di ricchezza, non troviamo né significati simbolici, né allegorie, ma solo l’incanto del silenzio e la poesia delle piccole cose. Questa è l’unica composizione floreale dell’artista giunta fino a noi e, come potete vedere, profondamente diversa da quella di Bosschaert analizzata precedentemente.


Jean Baptiste Simeon Chardin: Vaso di fiori - 1760/63 - olio su tela - cm. 44 x 36 - galleria nazionale - Edimburgo.

                                                                                                                   








È un semplice vaso di fiori trattato con l’affettuosa attenzione che il pittore dedica a tutti gli oggetti d’uso comune che trova tra le pareti domestiche e che grazie alla sua rara sensibilità, dipinge con studiato equilibrio, armonia e sapiente perfezione tecnica. Per comprendere meglio la concezione artistica di Chardin basta leggere una sua frase: “…ci si serve del colore, ma si dipinge col sentimento”. 
Quest’opera ci ricorda il fascino delle cose semplici: il piacere che procurano il profumo del pane fresco, lo scorrere dell’acqua limpida e la frescura dell’ombra in una giornata assolata. 
Garofani, tuberose e piselli odorosi sono immersi in un vaso di ceramica di Delft ed i fiori bianchi e blu richiamano i colori del vaso, mentre i tocchi di rosso e di giallo degli altri fiori scaldano i colori freddi del vaso. 
I toni bruni dello sfondo si armonizzano perfettamente con quelli dei fiori e il raffinato gioco di luci e di ombre evidenzia il tavolo rischiarato dalle piccole corolle appassite cadute su di esso. 
È evidente in quest’opera come il pittore sorvoli sui dettagli perché interessato soprattutto a evidenziare non i particolari, ma le masse che rende utilizzando pennellate vibranti e pastose, tanto da preludere alcune caratteristiche tipiche dell’impressionismo che si svilupperà circa cento anni dopo.

Che altro? Mentre fiamminghi e olandesi nelle loro nature morte, rendono i particolari con precisione quasi botanica e fedeltà fotografica, i pittori impressionisti, che troviamo attivi nella Parigi di metà Ottocento, sono affascinati dai colori e dalla luce che gioca tra i petali e gli steli. Per cui le forme del disegno tendono a sfaldarsi ed i colori esplodono sotto l’effetto della luce.  Quello che noi percepiamo è una sensazione di aria che circola, è l’immediatezza di uno sguardo fugace fermato sulla tela ma destinato a mutare continuamente col trascorrere delle ore del giorno e col variare della luce. 
Pur essendo tra loro profondamente diversi gli Impressionisti rifiutano tutti la rigida tradizione accademica e cercano un nuovo modo di rendere la realtà, mettendo in primo piano la luce ed il colore più che il disegno sul quale si basava la pittura tradizionale d’accademia. Uno fra i più noti e rappresentativi protagonisti dell’impressionismo è Claude Monet (Parigi 1840 - Giverny 1926) che, particolarmente amante dei fiori, realizzerà un famosissimo giardino attorno alla sua casa di Giverny, in Normandia che trasformerà in un vero e proprio quadro vivente; un tripudio di colori dovuto alle innumerevoli specie di fiori che occupano tutti gli spazi del suo piccolo paradiso. 
Famose diventeranno le sue ninfee fiori che lo ispireranno più di ogni altro tema e che lui dipingerà in modo quasi ossessivo fino alla fine dei suoi giorni, producendo le opere più innovative della sua arte. 
Col passare del tempo l’artista concentra la sua attenzione su aree sempre più ristrette del suo laghetto pieno di fiori acquatici, stringendo il campo di osservazione sul particolare, mentre aumenta le dimensioni della tela. 
Non esistono più riferimenti spaziali: non il cielo, né lo sfondo, ma solamente ninfee che galleggiano in un’atmosfera soffice e lieve dove i riverberi dell’acqua sembrano scomporle e dissolverle in miriadi di tocchi multicolori, immateriali e delicati di straordinaria novità artistica tanto da essere avvicinati da alcuni critici, alla futura arte informale.


Claude Monet: Ninfee - 1920 - olio su tela - cm. 200 x 427 - National Gallery - Londra

Spirito tormentato e complesso Van Gogh (Groot Zundert1853 - Auvers-sur-Oise 1890), pittore post-impressionista di origine olandese, ha una sensibilità acutissima che gli permette di cogliere anche il più piccolo palpito del mondo naturale che lo circonda e di tradurlo in pittura con straordinaria forza espressiva. 
Famoso per i suoi rutilanti cieli stellati e gli originalissimi ritratti, nella sua breve vita dipinge diverse specie di fiori, ma sicuramente i più amati sono girasoli ed iris.


Van Gogh – Iris - 1889 - olio su tela - cm. 71 x93 - Museo Paul Getty - Los Angeles.

È un’opera eseguita un anno prima della sua morte.  Il suo sguardo è attratto dagli iris che vede nel giardino dell’ospedale psichiatrico di Saint Rémy, dove era ricoverato per disturbi nervosi. L’artista ne è talmente affascinato che dipingerà questi fiori in più versioni. 
Gli iris di Van Gogh, ripresi in primissimo piano, sono carnosi, forti, sensuali. Nella sua tela non c’è atmosfera circolante, né ci sono baluginii luminosi che sfaldano le forme, ma solo una grande energia che spinge gli steli e le foglie ad ondeggiare, a piegarsi e a torcersi come creature sofferenti. 
I fiori sbocciano da una terra ricca, dal colore rossiccio che contrasta con il blu acceso degli iris e il verde delle foglie, acuminate come spade. 
La materia pittorica più che dipinta sembra plasmata, non tanto dalle sue mani, ma dalla sua mente tormentata dalla sua sensibilità acutissima e vulnerabile.

Pittore appartato e solitario Giorgio Morandi (Bologna 1890-1964) non si lascia coinvolgere dalle polemiche artistiche del suo tempo che però segue sempre con spirito attento e vigile, riuscendo a tradurre ogni innovazione in modo del tutto nuovo e personale. 
Morandi ricorda molto Chardin col quale ha in comune l’amore per le piccole cose d’uso quotidiano che, come lui, ritrae in modo delicatissimo e poetico.


Giorgio Morandi: Fiori - 1950 / 51 - olio su tela - cm.26 x 35 - collezione privata

Grazie ai graduali e raffinatissimi passaggi tonali, ai delicati e armoniosi accordi cromatici e ai pochissimi elementi che caratterizzano la composizione, in questo dipinto regnano un’atmosfera sospesa, un senso di meditazione e raccoglimento dove il pittore sembra voler lasciar fuori il frastuono del mondo e le sue inquietudini per creare un universo silenzioso e ordinato dove assaporare la pace e l’immobilità. 
Morandi teme tutto ciò che cambia, si degrada e si trasforma, per cui i suoi fiori sono solitamente raccolti in mazzolini piccoli e compressi dove le corolle strette fra loro, quasi pigiate con forza, sembrano secche o fatte di carta, materiali che a differenza dei fiori freschi non si deteriorano e rimangono quindi immutabili. 
Più che la delicatezza dei fiori Morandi sembra voler mettere in evidenza uno stato d’animo, una predisposizione interiore: forse la sua riservatezza, i suoi turbamenti, le sue ansie, la sua riluttanza ad aprirsi al mondo.

Proseguiamo. Mario Mafai (Roma 1902–1965) è stato un rappresentante della Scuola Romana, movimento artistico che si contrappone alle opere monumentali e celebrative dell’arte ufficiale del periodo tra le due guerre.


Mario Mafai: Fiori secchi - 1932 - cm. 61,5 x 50 - olio su tela - collezione Jesi - pinacoteca di Brera - Milano





























In questo periodo l’artista realizza dipinti dal sapore intimo e discreto, essenziali e raffinati. Nel quadro che proponiamo vediamo cinque esilissimi fiori, probabilmente garofani, e una foglia di felce sparsi, apparentemente in modo casuale, in uno spazio non chiaramente identificato, irreale e privo di costruzione prospettica. Leggeri e delicati, ottenuti con tratti morbidi e pastosi, sono molto distanziati tra loro su uno sfondo liscio ed omogeneo nella parte superiore, caratterizzato invece da linee curve ed ondeggianti, simili ad onde marine, nella metà inferiore. Gli steli sottilissimi e le piccole corolle, dai delicati colori giallo, verde e arancio, quasi sfiorite, sembrano privi di peso, quasi inconsistenti. 
I fiori, caratterizzati da eleganza e delicatezza di tocco, sembrano sospesi, come fossero sollevati da un leggero soffio di vento. 
Se pure malinconici, questi fiori quasi morenti, sono pieni di grazia e di poesia e il dipinto fa pensare a un’intima e assorta meditazione sul significato della vita e della morte, esposta senza drammaticità, ma con intonazioni di grande lirismo.

La concezione provocatoria per cui l’arte doveva essere “consumata” come qualsiasi prodotto commerciale fa di Andy Warhol (Pittsburgh 1928 - New York 1987) uno degli artisti più famosi della pop art e uno dei più influenti del 900. 
Eccentrico e anticonformista trasforma delle rappresentazioni in serie in opere d’arte. Famosi i suoi ritratti di Marilyn Monroe o le immagini delle bottiglie di Coca-Cola o della zuppa Campbell’s. 
Nessuno si sarebbe mai aspettato che un artista così dissacrante e trasgressivo potesse essere affascinato da un tema tradizionale e romantico come i fiori.


Andy Warhol: Ibiscus - 1964

Colpito da una fotografia raffigurante degli ibiscus, l’artista ha saputo manipolare l’immagine, semplificandola e trasformandola in un’opera grafica e decorativa. Warhol creerà così ibiscus stilizzati di tantissimi colori diversi (circa 900 copie) che, nel 1964, esporrà in una mostra organizzata a New York presso la galleria di Leo Castelli, ricoprendo letteralmente di fiori tutte le pareti e trasformando così le sale in un giardino fantastico e coloratissimo. Ovviamente la mostra ebbe enorme successo e i suoi ibiscus sarebbero diventati una delle opere più famose della pop art.

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