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Ci sono momenti in cui la guerra diventa (purtroppo) ineluttabile

Claudio Locatelli in Nessuna resa racconta la battaglia di civiltà intrapresa contro la barbarie dell’Isis per la liberazione di Raqqa, capitale del fantomatico Stato Islamico   


02/07/2018

di Giambattista Pepi


Martedì 17 ottobre 2017, le Syrian Democratic Forces (le Forze democratiche siriane: un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni), sostenute dagli Stati Uniti, annunciano di aver liberato completamente la città di Raqqa dai militanti dello Stato Islamico. Il bilancio è pesante: 3.250 persone hanno perso la vita, fra cui 1.130 civili e di questi 270 bambini. Raqqa era stata eletta capitale dello Stato Islamico, conosciuto come Isis: un’organizzazione jihadista salafita guidata da Abu Bakr al-Baghdadi attiva principalmente in Siria e Iraq, nei cui territori sottoposti al suo dominio fino al 2017 aveva instaurato un regime militare basato sulla violenza e la sopraffazione e sull’applicazione della legge islamica della Sharia. 
Occupata dalle milizie del Califfato (altro nome con cui veniva designato lo Stato Islamico) all’inizio del 2014, Raqqa ne era una roccaforte e un simbolo del potere di questa organizzazione terroristica. La sua liberazione è stata - a tutti gli effetti - uno di quegli eventi che segnano la storia, così come gli uomini e le donne che hanno combattuto sul campo, fino a veder ammainare le bandiere nere del fantomatico Califfato, mai esistito, se non nelle menti dei suoi esponenti e guerriglieri e mai riconosciuto da nessun stato e organizzazione internazionale. 
A rendere testimonianza di questa battaglia di civiltà contro la barbarie dell’Isis è Claudio Locatelli, sceso in campo di sua volontà per combattere, armi in pugno, contro questi terroristi e far vincere la libertà, il diritto e la giustizia. Da questa esperienza certamente non comune è scaturito il libro Nessuna resa (Piemme, pagg. 239, euro 17,50) scritto in collaborazione con il giornalista Alberto Marzocchi.   Appassionato di politica estera, Claudio - che nel libro si definisce “giornalista combattente” - è un giovane attivista originario di Bergamo, che presta il suo impegno nelle zone terremotate d’Italia, a beneficio dei profughi curdi di Kobane e in Palestina. 
Prima di partire per il fronte in Siria non aveva mai imbracciato un fucile, né pensato di farlo. Ma di fronte all’escalation di violenza delle forze dell’Isis, alle immagini dei profughi o delle donne violentate, decide che non può solo indignarsi. “Restare a guardare non era più possibile” confessa. Bisogna “vincere o morire. Purtroppo alternative non ce n’erano. E di questo ero convinto”. Ma quando è scoccata la scintilla che ha portato il nostro “eroe” a decidere che era arrivato il momento fatidico di darsi da fare per difendere la popolazione civile, soprattutto le donne e i bambini della Siria da un’immane minaccia? “Mi aveva convinto - risponde - il genocidio del popolo yazida nel Sinjar; mi avevano convinto gli attentati terroristici in Europa: il Bataclan (la sala concerti di Parigi e altri locali pubblici nei quali il 13 novembre 2015 in una serie di attentati persero la vita 130 persone, tra cui un’italiana - ndr), Zaventem e Maelbeek (l’aeroporto e la fermata metro di Bruxelles dove il 22 marzo 2016 si registrarono 32 morti, fra i quali una belga-italiana e 340 feriti in un duplice attacco terroristico - ndr), la Promenade des Anglais (a Nizza il 14 luglio 2017 con 86 morti, tra cui 6 italiani e 434 feriti - ndr) e i mercatini di Natale di Berlino (il 19 dicembre 2016 con 12 morti e 56 feriti - ndr). 
Questi sono solo alcune delle efferate stragi compiute dai fanatici dell’Isis, ma ci permettiamo di aggiungere che gli attentati terroristici riconducibili a questa e ad altre organizzazioni estremiste di matrice islamica sono stati moltissimi nell’arco di quattordici anni per limitarci all’Europa. Dall’11 marzo 2004 quando alla stazione ferroviaria di Atocha a Madrid in una serie di attentati terroristici a treni locali persero la vita 192 persone, di cui 177 nell’immediatezza dell’esplosione delle bombe e 2.057 furono i feriti, fino agli attentati più recenti compiuti a Londra nel 2017 e nel 2018, è stato tutto un susseguirsi di episodi di una spirale senza fine di morte e di sangue che ha trasformato l’Europa in un grande campo di battaglia contro l’Occidente, i suoi valori, le sue libertà, le sue tradizioni, la sua gente. 
Ebbene, quella cultura di odio è una chiamata alle armi. E così il 27 febbraio 2017, con tutte le cautele che comportava doversi recare in Paesi instabili politicamente e divisi al suo interno da guerre fratricide, atterra in Iraq e da lì, con pericolose marce notturne, riesce ad entrare in Siria. Il 1° marzo Locatelli si trova a Rojava (una regione autonoma della Siria del Nord, divenuta Federazione Democratica del Rojava nel 2012 considerata dai nazionalisti curdi una delle quattro parti del Kurdistan) da dove tutto era iniziato. L’addestramento militare è breve poi è subito guerra. Con il nome di battaglia di Ulisse partecipa alla sanguinosa campagna per la liberazione prima di Tabqa, poi di Raqqa, capitale e centro nevralgico dell’Isis. Ha trascorso sette mesi in quell’inferno, poi è tornato in Italia. 
Nel suo libro Locatelli non si limita a raccontare solo le pallottole a pochi centimetri dal volto, gli amici feriti vicino a lui nei conflitti a fuoco o il compagno arabo che gli è morto tra le braccia. Vuole raccontare perché il pericolo Isis non può dirsi definitivamente scongiurato e perché bisogna vigilare per evitare che l’indottrinamento faccia altri danni. L’Isis, come ogni regime di fanatismo, prima della barbarie e dell’occupazione militare, è una mentalità, subdola e pericolosa. Ed è questa la battaglia più difficile, che spetta a ognuno di noi combattere. 

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