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Ci sono tanti modi per morire in una solfatara islandese. E il dubbio si fa strada

Torna in libreria la genialità del francese Ian Maoook che, dopo aver incantato con il commissario mongolo Yeruldelgger, lancia un nuovo personaggio


03/12/2019

di Massimo Mistero


Lo abbiamo imparato a conoscere, e ad apprezzare, con le tenebrose storie incentrate sulla figura Yeruldelgger Khaltar Guichyguinnkhen (un nome e un cognome per la verità non semplici da ricordare), una trilogia proposta in Italia da Fazi Editore per la collana Darkside. Yeruldelgger, si diceva, che secondo Giancarlo De Cataldo si propone come “uno dei personaggi più originali, forti e convincenti apparsi negli ultimi anni nel panorama del noir europeo”. Un ex commissario che era stato in forza alla polizia di Ulan Bator, capitale della Mongolia post-sovietica, ridotta allo stremo da mezzo secolo di dittatura, che ha deciso di ritornare alle tradizioni dei suoi antenati. 
Il suo padre putativo? Il francese Ian Manook, pseudonimo di Patrick Manoukian, giornalista, editore e romanziere in quel di Parigi, un autore che ha incassato i più prestigiosi riconoscimenti. Del quale Fazi dà ora alle stampe Heimaey (pagg. 454, euro 17,00, traduzione di Maurizio Ferrara), un thriller dal ritmo serrato che non deluderà i suoi lettori e che si propone come un viaggio di iniziazione fra le magiche terre d’Islanda, un brulicare di vulcani, antiche leggende, scogliere impervie a picco sul mare: “un Paese di una bellezza abbagliante, modellato dalla collera millenaria dell’oceano. Un’Islanda arcana e luminosa, in cui dietro ai paesaggi immacolati si celano traffici illeciti di ogni sorta”. Il tutto a fronte di una storia che gronda vendetta, personaggi variegati che lasciano il segno, un raccontare che è un inno alla lettura. 
Detto questo spazio alla sinossi. Kornelíus - un poliziotto islandese possente come un troll, che canta musica folkloristica in un coro di donne - trova un cadavere in una solfatara. Si dice che ci siano tanti modi per morire nel fetore di un luogo come questo: ad esempio con i seni nasali corrosi dall’acido solforico; con le meningi e le mucose liquefatte dai vapori di mercurio a cinquecento gradi; con l’interno dell’occhio abraso dal biossido di zolfo. Oppure con la gola e i polmoni impeciati di silice in fusione. Ma questa volta la musica è diversa: il morto viene infatti trovato spellato dal ventre in giù e con la nuca spezzata. Una morte non proprio accidentale, E non tutto quadra. Semmai viene da pensare a un macabro rituale. 
Sta di fatto che, mentre cerca una spiegazione per questo strano delitto, Kornelíus ha anche altre gatte da pelare, pressato com’è dalla mafia lituana alla quale deve dei soldi. E appunto per estinguere il suo debito il nostro non proprio immacolato tutore dell’ordine, dotato però di un acume di prim’ordine, deve fare di necessità virtù. Impegnandosi, in altre parole, a ritrovare due chili di cocaina rubati da un mozzo durante una “transazione” in mare. Fermo restando che “il mare è come un’amante ingannevole che prende gli uomini e le navi per il ventre e li inghiotte”. 
Negli stessi giorni giunge in Islanda il giornalista Jacques Soulniz: quarant’anni dopo aver visitato l’isola con un gruppo di amici, vi fa ritorno con la figlia Rebecca e con la ribelle Beckie, con la quale cerca di riallacciare un rapporto compromesso. Sin dalle prime tappe, però, il loro soggiorno prenderà una piega inaspettata: l’uomo è infatti inseguito dalle ombre del suo passato e sembra avere un conto in sospeso con quelle terre misteriose, che purtroppo per lui hanno in serbo un’implacabile vendetta. 
Che altro? Secondo logica narrativa le strade di Kornelíus e Soulniz, a un certo punto, si incroceranno in un gioco crudele orchestrato dal destino. 
E questo è quanto. Anzi no. Ricordiamo infatti - anche se ne abbiamo già parlato - che Ian Manook è nato a Meudon nel 1949. Dio fatto un irrequieto personaggio che, dopo aver trascorso - ancora giovanissimo - due anni in viaggio tra Stati Uniti e Canada percorrendo 40 mila chilometri in autostop, avrebbe studiato Scienze politiche alla Sorbona e poi Giornalismo all’Institut français de presse. In seguito, portate a termine nuove scorribande turistiche fra Islanda, Belize e Brasile, sarebbe tornato in Francia per mettere a frutto le sue esperienze di viaggio collaborando alle rubriche di Le Figaro, Télé Magazine, Top Télé, Vacances Magazine e Partir. Sin quando, nel 1987, decise di fondare due società: l’agenzia editoriale Manook specializzata in scritture di viaggio e le Éditions de Tournon. 
E per quanto riguarda la sua attività di scrittore? Dopo aver dato alle stampe tre libri di viaggio - D’Islande en Belize, Le Temps du voyage: petite causerie sur la nonchalance et les vertus de l’étape e Les Bertignac. L’homme à l’œil de diamant firmato come Paul Eyghar - nel 2013 sarebbe sbarcato nella narrativa thriller con il suo riuscito commissario di polizia di Ulan Bator che indaga su crimini efferati sullo sfondo di una società in bilico tra tradizione e modernità. Una trilogia composta, appunto, da Yeruldelgger - Morte nella steppa, Tempi selvaggi e Yeruldelgger - La morte nomade e che in Italia ha venduto centomila copie.

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