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Ci vorrebbe un vero salto di qualità nel Governo, ma il premier ne sarà all’altezza?

Se così fosse per Matteo Renzi, dopo i due voti di fiducia incassati dal premier Conte alla Camera e al Senato, potrebbe essere la fine. “In realtà il mio timore - secondo il giornalista Carlo Rognoni - è la nascita di un Esecutivo più debole di quello attuale”


18/01/2021

di Giambattista Pepi


Carlo Rognoni

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dopo i due voti di fiducia incassati alla Camera e al Senato (in quest’ultimo caso a fronte di una maggioranza relativa) è già al lavoro nel tentativo di “salvare” il suo traballante Governo a seguito dello strappo di Italia Viva. Mentre Matteo Renzi, dopo aver cercato di rimettersi in gioco senza perdere la faccia, ha detto chiaro e tondo di non fare più parte della maggioranza e di avere quindi le mani libere. In effetti i suoi voti pesano come un macigno a Palazzo Madama, dove i 156 sì incassati dal premier grazie a qualche transfuga la dicono lunga sulle difficoltà che poterebbe incontrare. Con le opposizioni a chiederne le dimissioni a fronte di un pronto, quanto improbabile, ritorno alle urne. 
A nulla sono infatti servite le trattative e i contatti con i cosiddetti “costruttori”, o “responsabili” che dir si voglia - vale a dire i parlamentari che non fanno più parte dei gruppi formatisi dopo le elezioni del 2018 e altri esponenti politici - per far quadrare il cerchio. Trattative che, c’è da supporre, proseguiranno a ritmo serrato anche in questi giorni. 
Di fatto una situazione complessa sulla quale peserà il giudizio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sempre molto prudente - com’è giusto che sia - quando si tratta di prendere decisioni rilevanti. 
E appunto su questa crisi strisciante, sui suoi ipotetici sbocchi e sul futuro che aspetta il Paese - stretto nella morsa tra la pandemia e la crisi economica e sociale - Economia Italiana.it ne ha parlato nei giorni scorsi con Carlo Rognoni. Giornalista di lungo corso (ha diretto le riviste Panorama ed Epoca nonché il quotidiano Il Secolo XIX) e politico navigato (senatore dal 1992 al 2001 e deputato dal 2001 al 2005 eletto nelle liste del Partito democratico della sinistra) Rognoni ha fatto anche parte del consiglio di amministrazione della Rai.

Come si è giunti alla rottura tra Conte e Renzi?  
Siamo arrivati alla resa dei conti rispetto alla pandemia che è un problema che riguarda il nostro Paese come il resto del mondo. L’Europa ci ha concesso la possibilità di accedere a 209 miliardi di euro (su 750 miliardi euro complessivi del Next Generation Ue: fondo di recupero approvato a luglio 2020 dal Consiglio europeo per sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia Covid-19 - ndr) per rimettere in sesto un’economia fortemente provata dalla crisi. 
Si tratta di un’occasione da cogliere al volo, da non sprecare: sono investimenti che servono per rilanciare la nostra economia. Ma dobbiamo farli con intelligenza e lungimiranza per avere una prospettiva di crescita vera e duratura negli anni a venire. Di fronte a questa occasione straordinaria Matteo Renzi si è arrabbiato perché ha visto che la strada che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, stava imboccando. Stradas che non portava da alcuna parte. Anzi avrebbe fatto solo danni.

Cos’è successo? 
Renzi che ha la pessima fama di “rottamatore”, quello che rompe i piatti, apre la crisi e viene accusato di averlo fatto senza costrutto né motivazioni. Questa è una valutazione che si può fare, ma che per me è sbagliata. Renzi è un “corsaro” della politica e Conte dovrebbe essere un “sarto” che cuce e ricuce. Ma in questa fase non l’ha fatto. Si è così arrivati allo scontro, definito dai media di bassa qualità, anche se a ben vedere è uno scontro politico con una posta in gioco straordinaria. 
Se Conte farà quello in cui i vecchi leader della Democrazia Cristiana erano maestri, saprà cioè lavorare da sarto, cercando di prendere le misure per l’abito da imbastire, si troverà il modo di uscire da questa crisi. Egli dovrà concedere a Renzi il merito di essersi battuto per un disegno ambizioso dandogli le garanzie che chiede in ordine ai punti che sono stati a suo tempo forniti al premier e in questo modo favorire il rientro di Italia Viva nella maggioranza. Altrimenti, se il premier farà prevalere la forza e non la ragione, se non avrà visione e lungimiranza, sarà difficile ricucire lo “strappo” e ricostituire la maggioranza. In altre parole si trova a doverla puntellare con i cosiddetti “responsabili” o “costruttori”, ma si tratta di un’ipotesi abborracciata che - secondo me - lascia il tempo che trova.

Dal Recovery Plan al raddoppio dei fondi sulla sanità, dalla disponibilità a rinunciare alla delega sui servizi di sicurezza fino all’offerta di un patto di legislatura: di passi avanti verso Renzi il premier ne ha compiuti. Ma è sembrato che a Renzi non bastasse. La crisi è stata allora pertanto aperta per dare visibilità al suo partito temendo un crollo dei consensi? 
Domanda sacrosanta. È un elemento che sta dominando nel dibattito pubblico poiché sono in molti a domandarsi dove vuole andare Renzi. Dico che ci sono diverse cosa di cui si deve tenere conto. Anzitutto sul Recovery Plan: formalmente il piano c’è, ma ancora oggi non sappiamo chi gestirà questa enorme quantità di risorse, con quali strategie e quale visione dell’Italia del futuro. All’inizio era stato fatto non con il necessario approfondimento, poi il tiro è stato corretto. Forse sarebbe stato bene portare il Recovery Plan in Parlamento. 
Il problema dell’Italia è sempre lo stesso: si parla tanto, ma poi quando si deve passare dalle parole ai fatti ci si perde per strada. Allora qui e ora non possiamo più permetterci di perdere. Conte può dare la garanzia che su questo si muoverà in modo più democratico, più articolato, più coinvolgente, di quanto non abbia fatto finora. Questo sarebbe già un punto importante.

Ma secondo lei una maggioranza può restare ostaggio di un partito così piccolo? Anche gli altri partiti che ne fanno parte avrebbero allora il diritto di puntare i piedi eppure non lo fanno. 
È vero. Bisogna però tener conto del fatto che Renzi è deluso dai risultati dei sondaggi: oscilla infatti dal più 3% al meno 3% dei consensi. È chiaro che si rende conto che la sua grande scommessa, che è stata quella di uscire dal Pd e fare un partito di centro-sinistra, rischia di essere penalizzata dall’elettorato. Ma la politica è fatta anche di questo. Chi guida un piccolo partito sa che se vuole crescere deve avere un ruolo. E il ruolo che si sarebbe assegnato prevede un confronto dentro il Governo.

Per quello che se ne sa, gli esponenti di M5S, Pd e LeU non sono disposti a riaccogliere Italia Viva nella maggioranza perché dicono di non fidarsi di Renzi. Lo scenario in questo caso si complica se, Conte a parte, si mettono di traverso gli altri partiti della coalizione. 
Non c’è dubbio. Ci infiliamo in una situazione che vede l’Italia in una situazione sempre più precaria dal punto di vista economico e finanziario. Potrebbe diventare auspicabile un “commissariamento” internazionale che potrebbe essere proposto ipoteticamente dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal neo presidente americano JoeBiden, avvertiti della pericolosità rappresentata da un’Italia la cui economia è vulnerabile e il debito pubblico è salito vertiginosamente e potrebbe mettere a repentaglio la stabilità dell’Unione europea con ripercussioni gravissime sulla tenuta dell’economia di una grande regione del mondo ancora alle prese con la pandemia. È un’ipotesi al momento remotissima, ma si potrebbe verificare se ci fosse un Governo molto più debole di quello di oggi, non capace di gestire né la crisi sanitaria né quella economica. 
Questo non succederà, perché non siamo nelle mani di Zingaretti ma di Goffredo Bettini (parlamentare del Pd ed ex coordinatore nazionale dei Democratici - ndr). Siamo in un momento in cui la democrazia dentro i partiti è in difficoltà. Partiti come il Pd che pensano che l’alleanza con il M5S sia dirimente sbagliano. Non è così: il M5S è il primo partito nel Parlamento, ma non più nel Paese. Basta vedere i sondaggi e si scopre che è messo malissimo. Fare politica significa anche immaginare una prospettiva. Un partito come il Pd che con Zingaretti dice mai più con Italia Viva non esiste in politica.

Da Cossiga a Denis Verdini, passando per Razzi e Scilipoti; sono diversi i momenti della Seconda Repubblica in cui una maggioranza ha proseguito la legislatura nonostante il venir meno dell'appoggio di uno dei partiti che inizialmente sostenevano il Governo. Lei pensa che accadrà anche stavolta? 
Potrebbe succedere perché c’è una vocazione a farsi del male. La democrazia è andata in tilt alcuni anni fa e non si è più ripresa. Noi oggi abbiamo una legge elettorale (il cosiddetto Rosatellum) molto peggiore di quelle del passato. Il rischio che corriamo è che l’involuzione della nostra democrazia cresca. Sicuramente questo Governo e quelli che verranno dovranno contrattare non più con partiti o gruppi, ma con singoli parlamentari disposti a mercanteggiare il loro sostegno e i loro consensi al miglior offerente. Insomma la democrazia cessa di essere il governo della maggioranza per diventare un mercato.

Mi sembra che oggi i partiti della maggioranza non vogliono andare a elezioni anticipate e lo stesso Capo dello Stato vuole evitare a ogni costo il ritorno alle urne che confermerebbe, se ancora ce ne fosse bisogno, l’ingovernabilità del Paese. 
Se tu costruisci un Governo che per stare in piedi deve contrattare 15-20 voti con i voltagabbana, che oggi si chiamano “costruttori”, mi pare che andiamo verso una fase di sopravvivenza della democrazia, non certo del suo rafforzamento. L’alternativa oggi può essere solo che Conte pensi di potersi fare un partito di centro che a questo punto prenderebbe voti in uscita dal M5S, dal Pd e segnerebbe questa volta davvero la fine politica di Italia Viva e di Renzi. Questa potrebbe essere una tentazione forte, ma Conte ha le caratteristiche e le qualità del leader? Ne dubito.

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Questo è un rischio reale che non si risolve con Governi raccogliticci. Ci vuole un salto di qualità del governo. Ci vuole un premier diverso e migliore. Nei prossimi giorni capiremo se Conte ha le qualità per dire: ma a questo punto posso anche farmi un partito, rimettere insieme l’attuale alleanza, concedendo a Renzi quello che è giusto concedergli, dicendogli però allo stesso tempo di smetterla con la “pirateria” politica e gli insulti. Non sono ottimista: il mio timore è che nascerà un Governo più debole di quello di oggi.

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