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Cinque preziosi manoscritti rubati, un unico indizio, una difficile indagine

Torna John Grisham, geniale e carismatico come sempre. Ma non aspettatevi un legal thriller. Sugli scaffali anche il bestseller di J.P. Delaney e la sorpresa Nora Venturini


24/07/2017

di Mauro Castelli


John Grisham, basta la parola. Un autore che con i suoi trenta e passa legal thriller (più sette romanzi per ragazzi e un saggio) ha venduto, si dice, oltre 280 milioni di copie con traduzioni in 44 lingue. Un autore che ha il merito di dare voce a storie dal taglio cinematografico, la qual cosa lo ha portato a monopolizzare il piccolo e grande schermo e, di conseguenza, a rimpinguare alla grande il suo conto in banca. Un uomo che peraltro non si è fatto mancare nulla, firmando ad esempio due sceneggiature, proponendosi come produttore di quattro pellicole, divertendosi a fare l’attore (in Mickey) nonché il doppiatore non accreditato per la Tv in A Painted House. Di fatto un grande appassionato di football americano (è tifoso dei Pittsburgh Steelers), nonché presidente della squadra locale dei Panthers come riconoscimento per la pubblicazione de Il professionista (un lavoro, per la cronaca, ambientato a Parma).
E appunto Grisham è tornato da poco sugli scaffali italiani con Il caso Fitzgerald (Mondadori, pagg. 274, euro 20,00, traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe), uscito quasi in contemporanea con gli Stati Uniti. Un lavoro che, come da titolo tricolore (quello originale è Camino Island, dal nome di una libreria che tiene banco nella trama), si riallaccia al furto, compiuto da una banda di ladri d’arte nel caveau della Princeton University, di cinque preziosi manoscritti originali - assicurati per un valore di 25 milioni di dollari - del grande scrittore e sceneggiatore a stelle e strisce Francis Scott Fitzgerald. Una storia che si dipana quindi lontano dalle aule dei tribunali e dalle sue consuete ambientazioni, nella quale l’autore si addentra, con intelligente scaltrezza, fra le luci e le ombre del mondo editoriale, ma anche di quello dei collezionisti, delle librerie indipendenti e delle piccole e grandi manie degli scrittori.
Come da sinossi, il furto si rapporta a una operazione «audace e impeccabile, se non fosse per una piccola traccia lasciata da uno dei malviventi. Basandosi su questo unico indizio, l’Fbi si mette sulle tracce dei ladri e della refurtiva, impresa che si rivela comunque particolarmente difficile. Ma chi può avere commissionato un furto così clamoroso? C’è un mandante o si tratta di un’iniziativa autonoma? Bruce Cable è un noto e chiacchierato libraio indipendente, appassionato di libri antichi, che commercia in manoscritti rari. La sua libreria si trova a Camino Island, in Florida, ed è un punto di ritrovo per gli amanti della lettura. Molti scrittori vi fanno tappa volentieri durante i loro tour promozionali. Forse lui sa qualcosa in merito a questa vicenda? Mercer Mann è una giovane scrittrice che conosce bene quell’isola, dove era solita trascorrere le vacanze con la nonna quand’era bambina. Ora è rimasta senza lavoro ed è alle prese con la stesura di un nuovo romanzo che non riesce proprio a scrivere. Chi meglio di lei può essere ingaggiata per indagare da vicino senza destare sospetti sulle misteriose attività di Bruce?».
Detto questo, torniamo al privato di Grisham, un autore dallo straordinario talento, nato a Jonesboro, in Arkansas, l’8 febbraio 1955 (secondo di cinque fratelli) da una modesta famiglia del Sud, con il padre che per tirare avanti lavorava nei campi di cotone nonché come operaio edile. Una famiglia che, dopo diversi trasferimenti, si era accasata nella piccola città di Southaven, nel Mississippi, dove John, sotto la spinta materna, sarebbe diventato un accanito lettore. Con un debole dichiarato per John Steinbeck, di cui ammirava la chiarezza. E sarebbe stato qui - come abbiamo già riportato su queste stesse colonne - che il giovanotto avrebbe frequentato la locale università, laureandosi in legge nel 1981 ed esercitando la professione di avvocato per quasi un decennio (abbinando l’attività forense a quella politica dalla parte dei democratici, venendo eletto alla Camera dei rappresentanti del Mississippi).
Ma, come lui stesso ha avuto modo di dichiarare, avvocato sì, ma «senza mai amare i giudici, i pubblici ministeri, i direttori delle prigioni e l’intero sistema giudiziario americano». Per questo, non appena è stato baciato dal successo e quindi non più pressato da esigenze economiche, avrebbe abbandonato volentieri la professione.
Grisham, si diceva, che aveva debuttato sottotono nel 1989 con A Time to Kill, Il momento di uccidere nella versione italiana, forte di una tiratura di appena 5.000 copie dopo che questo romanzo era stato rifiutato da diversi editori («Con questo mio primo lavoro ho imparato che scrivere libri è molto più semplice che venderli»). Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tanto per citare, venne pubblicato postumo dopo aver ricevuto dinieghi a due cifre). Ma John seppe tenere duro e due anni dopo pubblicò Il socio, che si propose negli States come il settimo romanzo più venduto di quell'anno e la cui trasposizione cinematografica lo avrebbe portato al successo internazionale. Sta di fatto che da allora in poi, sempre attingendo dalle sue esperienze giudiziarie, non si sarebbe più fermato. Con una lunga serie di bestseller, fra i quali citiamo Il rapporto Pelican, Il cliente, Il partner, La convocazione, L’ultimo giurato e Il ricatto.

Da un bestseller a un altro. In tale ottica suggeriamo la lettura de La ragazza di prima (Mondadori, pagg. 390, euro 19,00, traduzione di Mariagiulia Castagnone), un romanzo costato a J.P. Delaney la bellezza di dieci anni di lavoro e dedicato «al suo invincibile figlio Ollie, uno dei pochi al mondo nati con la sindrome di Joubert di tipo B, una rara forma di autismo, e alla memoria di Nicholas, suo fratello maggiore, il ragazzo venuto prima e che avevamo perso». Dieci anni si diceva, ma ne valeva la pena, visto che le vendite di questo thriller raffinato, avvincente e particolare sono schizzate alle stelle sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, mentre i diritti sono stati venduti in 39 Paesi. A sua volta la Universal si è impegnata a travasarlo sul grande schermo con la regia di Ron Howard, a suo tempo una delle star di Happy Days e poi apprezzata prima guida di numerosi film. Di fatto in questo romanzo Delaney (si tratta del nom de plume di Tony Strong, un autore che, in passato, era arrivato sugli scaffali con alcuni lavori a loro volta firmati con altrettanti pseudonimi) gioca a rimpiattino con il lettore sulla falsariga di una vicenda plausibile, ma non per questo da dare per scontata. In buona sostanza questo canovaccio psicologico, «giocato su due voci di donna e una tecnica alla Sliding Doors», si nutre di inaspettati voltafaccia e una buona dose di suspense, imbastito com’è sulla storia di una ragazza che si racconta ponendosi molte domande, convinta che nella casa che ritiene quella della sua vita - una specie di coprotagonista della vicenda - sia successo qualcosa di terribile. Una sensazione che persiste supportata da un interrogativo: chi era la ragazza che, tre anni prima, in quello splendido appartamento era morta? Detto questo, spazio alla sinossi, che genialmente si rapporta a quanto racconta Emma, la protagonista: «Con quest’uomo ci andrei a letto. Gli ho detto poco più che buongiorno, eppure la parte più segreta di me, quella che sfugge al mio controllo, ha già espresso il suo giudizio. Lui mi tiene aperta la porta della sala riunioni e persino questo piccolo gesto di cortesia mi sembra carico di significato. Non posso credere di essere a un passo, un solo piccolo passo, dall’aggiudicarmi la casa che lui, Edward Monkford - un innovatore, un architetto riservato e profondo -, ha progettato e realizzato in Folgate Street, civico 1, Londra. Una casa straordinaria. Un edificio che coniuga l’avanguardia europea ad antichi rituali giapponesi. Design minimalista di pietra chiara, lastre di vetro insonorizzate e sensibili alla luce, soffitti immensi. Nessun soprammobile, niente armadi, niente cornici alle finestre, nessun interruttore, nessuna presa elettrica. Un gioiello della domotica, dove tutta la tecnologia è nascosta. Una casa che però ha le sue regole, il Regolamento come lo chiamo: se diventerà mia non dovrò soltanto rinunciare a tappeti, fotografie alle pareti, piante ornamentali, animali domestici o feste con gli amici, ma dovrò plasmare il mio carattere, accettare una concezione della vita in cui il meno è il più, in cui l’austerità e l’ordine sono la purezza, e la sobrietà la ricompensa. Perché lui vuole così, perché lui è così. Ha voluto sapere tutto di me, mi ha chiesto un elenco di tutte le cose che considero essenziali per la mia vita. Dicono che quest’uomo, dai capelli di un biondo indefinito e dall'aspetto poco appariscente, con gli occhi di un azzurro chiaro e luminoso, sia un architetto eccezionale perché non cede ad alcuna tentazione. Tuttavia, la casa è già stata abitata, una volta. Da una ragazza della mia stessa età, quasi una mia gemella, mi hanno detto. Anche lei, come me, non insensibile al fascino di quest’uomo e che…».

Di tutt’altra farina risulta invece impastata L’ora di punta (Mondadori, pagg. 298, euro 18,00), una garbata storia gialla, amara e al tempo stesso frizzante, firmata dalla debuttante Nora Venturini, apprezzata regista teatrale e sceneggiatrice nonché moglie dell’attore Giulio Scarpati (dalla loro unione sono nati Edoardo e Lucia). Una mano calda che ha scritto svariate serie Tv e Tv movie per la Rai e per Mediaset e che, appunto per questo, sa come manovrare la penna per catturare il lettore. A tenere la scena di questa specie di commedia di settore è Debora Camilli («Ricordatevi di lei, del suo taxi Siena 23 e del suo modo di osservare Roma: probabilmente - annota Maurizio de Giovanni - è nata una stella. Nera»), una tassista venticinquenne - fumantina e istintiva, maldestra e grintosa, che ama studiare i suoi passeggeri per carpirne il carattere, ma anche eventuali problemi - che sogna di fare la poliziotta. In questo spalleggiata dall’ultraquarantenne commissario capo Edoardo Raggio, un tipo malinconico, parco e riflessivo, non certo dotato del fisico degli investigatori di stampo americano. In ogni caso un poliziotto sempre attento a seguire la pista giusta. Insomma, una strana coppia alle prese con uno strano caso. Tutto inizia quando una bella signora bionda, in preda a una buona dose di agitazione, chiede alla nostra tassista di portarla (e aspettarla) sotto il portone di un palazzo di via degli Ausoni che, a giudizio di Debora, «trasudava un senso di morte». E in effetti da quel portone non sarebbe più uscita. In seguito si scoprirà che quella donna, moglie di un noto avvocato, è stata strangolata. La qual cosa - dopo aver superato i morsi del panico - porta Debora (dopo aver denunciato in commissariato quel po’ che sapeva sulla faccenda) a indagare, cercando di realizzare in questo modo il sogno svanito in seguito alla morte del padre. E in questo ambito incontrerà Edoardo Raggio, che dal Cilento si è trasferito a Roma per lavoro, e lei si lascerà irretire dal suo modo di indagare. Di certo il loro rapporto non sarà tutto rose e fiori: così discutono e fanno pace. E visto che gli opposti si attraggono potrebbe anche nascere l’amore, ma non per il momento. Sta di fatto che fra colpi di scena, equivoci e incontri inattesi, l’intuito e l’audacia di Debora si riveleranno determinanti per risolvere il caso. Con un doppio colpo di scena finale. Che dire: una storia di piacevole lettura, impregnata di humour popolaresco (poteva essere diversamente nel girovagare del taxi Siena 23 fra le strade caotiche e traboccanti di vita della Capitale, in un continuo avanti e indietro fra il centro storico invaso dai turisti, i quartieri eleganti dei Parioli e quelli popolari di San Lorenzo?). Una storia che narrativamente parlando, potete contarci, avrà certamente un seguito.

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