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Cinque vite brutalmente “segnate” dall’immigrazione in quel di Londra

In un lavoro attualissimo, l’inglese Amanda Craig amalgama temi scottanti. Come quelli dell’amore, dei problemi economici, del sangue


09/03/2020

di Valentina Zirpoli


Ha undici anni, ma non li dimostra: nel senso che la freschezza narrativa è rimasta intatta, la storia si propone in tutta la sua attualità (peraltro giocata su diversi piani), a fronte di una ambientazione - quella di Londra, una città che vive all’insegna delle luci, ma anche delle ombre e delle polveri che arrivano dal passato - che non mancherà di gratificare la fantasia del lettore. Ferma restando una genialità creativa impregnata di satira sociale, vicende d’amore, problemi economici e, ci mancherebbe, anche di fatti di sangue. 
Stiamo parlando di Un castello di carte (Astoria, pagg. 472, euro 20,00, traduzione di Silvia Scognamiglio, revisione di Bruno Mora), un romanzo che si dipana fra le pieghe di una società in bilico firmato da Amanda Craig, autrice inglese nata in Sudafrica nel 1959, cresciuta (anche) in Italia, con studi alla Bedales School e laurea a Cambridge. 
Sposata, madre di due bambini e accasata a Londra, prima di diventare scrittrice a tempo pieno aveva collaborato (ma lo fa ancora per l’Observer, il Guadian e Bbc Radio 4) con testate del calibro di The Indipendent on Sunday e The Times come critica della letteratura per l’infanzia, intuendo in anticipo sugli altri le potenzialità di Harry Potter (nato dalla fantasia di J.K. Rowling), di Philip Pullman (e la sua trilogia Queste oscure materie), di Twilight di Stephenie Meyer e di Hunger Games (il romanzo di fantascienza firmato da Suzanne Collins). 
Che altro? Una penna - come abbiamo già avuto modo di sottolineare - paragonata dalla critica inglese, sia pure con una buona dose di esagerazione, a quelle di Charles Dickens, Anthony Trollope, Honoré de Balzac, Angela Carter ed Evelyn Waugh (autori che, per un verso o per l’altro, hanno certamente influenzato il suo approccio alla scrittura e alla sua visione della vita). Lei inoltre pronta a giurare sulle qualità narrative del connazionale Ian McEwans, ma anche su quelle di Elena Ferrante” -mai chiarito nom de plume italiano nonostante ci abbiano provato in molti - che il settimanale Time nel 2016 aveva inserita fra le cento persone più influenti al mondo. 
Lei che sinora ha dato alle stampe sette romanzi, dei quali Astoria ha già proposto Le circostanze, un canovaccio imbastito, fra l’altro, sulle conseguenze dell’uscita dell’Inghilterra dalla Comunità europea. Un lavoro peraltro benedetto come libro dell’anno 2017 da diverse autorevoli testate (citiamo Guardian, Observer, New Statesman, Telegraph, Irish Times e Financial Times), oltre a essere tradotto, con buoni riscontri, in diversi Paesi. 
Ma veniamo al dunque. A tenere la scena in Un castello di carte (un libro da noi passato sotto silenzio nel 2010, quando venne pubblicato dalle edizioni Casini sotto il titolo di Cinque anime indivisibili) sono cinque vite coraggiose che riflettono le luci e le ombre di un’intera società. Cinque immigrati diversi uno dall’altro, “consapevoli della propria insignificanza nel più ampio quadro dell’umanità, e tuttavia pronti a combattere perché l’umanità abbia un senso”. 
Cinque vite che si muovono in una Londra ricca e contraddittoria, capace di accogliere ma anche di rifiutare, una città “che anche nei mesi più morti dell’anno non è mai del tutto buia”, peraltro segnata da “un’aria acre, ispirata ed espirata da otto milioni di polmoni, che non è mai pulita. Anche se dopo un po’ ci si abitua”. Ed è qui, nell’Hampstead Heath, zona mal servita dalle telecamere a circuito chiuso, che l’assassino è venuto a nascondere il corpo. Quella di una clandestina - che era stata giovane, forte, attraente - molto più pesante di quanto si aspettasse… 
Corpo che in una fredda notte invernale viene gettato in uno stagno, lentamente inghiottito dall’acqua sotto lo sguardo di un uomo misterioso. E le “vite di cinque persone, in apparenza molto distanti, finiranno tutte per incrociarsi intorno a questo evento: Job, tassista senza licenza la cui moglie in Zimbabwe non risponde più alle sue lettere; Ian, insegnante idealista proveniente dal Sudafrica; Katie, giornalista newyorkese appena trasferitasi a Londra e reduce da una delusione amorosa; Anna, quindicenne ucraina coinvolta in un giro di sfruttamento della prostituzione; Polly, avvocato attivista nella difesa dei diritti umani e mamma part-time”. 
In sintesi: una intrigante storia, ben orchestrata quanto di facile lettura, che ha il merito di indurre alla riflessione. All’insegna, se vogliamo, del “sapore della libertà” e della “ingiustizia biologica”. Non trascurando una osservazione dell’autrice che ha un suo perché: “Molto di quello che ho scoperto sulle vite nascoste degli immigrati non poteva essere inserito in un lavoro di fantasia, ma molto di quello che avevo immaginato si è rivelato reale”.

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