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Com'è cambiata la comunicazione dei politici nell'era dei social

Secondo Nello Barile il populismo è un’espressione culturale che va oltre il rapporto tra il leader e i suoi elettori, ma si manifesta proprio nella comunicazione politica a bassa fedeltà


18/03/2019

di Giambattista Pepi


Quasi ovunque i sistemi politici liberaldemocratici sono in crisi. Già manifesta oppure ancora latente, la crisi non riguarda il principio su cui si basa la democrazia di matrice aristotelica che ha dato vita ai moderni Stati liberaldemocratici prima negli Stati Uniti e, successivamente, passando attraverso vicende turbolente, in Europa. La crisi riguarda piuttosto la democrazia rappresentativa che fa leva sul sistema dei partiti politici che influenza, media e canalizza la volontà popolare e la rappresenta nelle assemblee elettive: i Parlamenti. 
Il passaggio dalle forme di Stato liberali a quelle liberal democratiche procede di pari passo con la graduale estensione del suffragio elettorale, cioè del diritto di voto durante l’Ottocento. 
Dapprincipio era fondato sul suffragio maschile e sui cosiddetti “partiti dei notabili” (minoranze formate da persone istruite e dotate di cespiti patrimoniali), non strutturati, privi di una stabile organizzazione e mobilitati essenzialmente in occasione delle campagne per l’elezione dei Parlamenti. Quando il diritto di voto divenne universale e fu esteso anche alle classi non abbienti (operai, contadini, piccola borghesia) e le Camere alte formate da membri che non venivano eletti, ma nominati (si pensi al Senato del Regno d’Italia sotto la dinastia della Casa reale dei Savoia) furono abolite e sostituite con Camere elettive, tutti ci cittadini ebbero il diritto ad aspirare legittimamente al ruolo sia di rappresentanti, sia di governanti. 
Questo passaggio di fase storica diventa fondamentale per la partecipazione effettiva del popolo alla democrazia liberaldemocratica attraverso la mediazione del sistema dei partiti cosiddetti di massa sia di ispirazione laica (si pensi ai comunisti ed ai socialisti), sia di ispirazione cattolica (la Democrazia cristiana). Con una differenza fondamentale: mentre in precedenza i partiti dei notabili facevano riferimento ad un elettorato sostanzialmente omogeneo in quanto chi andava a votare apparteneva ai ceti medio-alti (aristocratici, borghesi, possidenti), nel secondo caso quell’omogeneità della base elettorale si affievolì. 
Il presupposto su cui si fondavano entrambi i sistemi elettorali (sia quello ristretto, sia quello allargato) era che l’accesso alle urne dovesse spettare a quanti, nei diversi gradini della gerarchia sociale e culturale, fossero dotati di un’almeno accettabile “capacità” e consapevolezza delle scelte da compiere. Mentre nel primo caso, eletti ed elettori erano in grado di potersi scambiare i ruoli di governati e governanti, con l’avvento del suffragio universale e dei grandi partiti di massa che “organizzavano” il consenso questo non fu più possibile. 
Nei Paesi europei retti da istituzioni liberaldemocratiche, i partiti di massa hanno avuto un percorso temporale durato all’incirca un secolo. Questi partiti (basti pensare al Partito comunista e dalla Democrazia Cristiana in Italia, all’Spd, il partito socialdemocratico in Germania, o a quello laburista nel Regno Unito per citare i primi esempi che ci vengono a mente) cambiarono completamente le forme della mobilitazione e della partecipazione politica rispetto a quelle dei partiti dei notabili. 
Ogni partito chiaramente aspirava a rappresentare i ceti di riferimento ed a promuoverne e tutelarne gli interessi durante la campagna elettorale e successivamente, una volta eletti i propri rappresentanti, nel Parlamento e poi nel Governo. 
Emblematica in questo senso fu la parabola dei partiti democratici in Italia, in particolare della Dc. Dopo aver vinto alle elezioni del 1948 (le prime libere dopo il ventennio di dittatura fascista), la Dc, partito di maggioranza assoluta in Parlamento, riuscì a garantire anni di stabilità e di buon governo che consentirono all’Italia di risollevarsi dalle macerie della Seconda guerra mondiale ed avviarne la ripresa economica. 
L’impossibilita o la difficoltà di poter garantire un’alternativa nel governo dello Stato (risale agli anni Ottanta l’espressione “democrazia bloccata” in riferimento al veto posto dagli Stati Uniti alla partecipazione a qualsiasi titolo del Pci al governo del Paese) portò successivamente la Dc a dar vita ad un sistema di potere. 
Divenuto il perno della corruzione che coinvolse in maniera turbinosa soprattutto i partiti di governo, questo sistema cedette di schianto nei primi anni Novanta per l’effetto congiunto di Tangentopoli (che rivelò quanto fosse profondo il fenomeno della corruzione nella classe politica) e della caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale e dell’Unione Sovietica. 
Travolto dagli scandali, dai processi celebrati a leader politici popolari (Mani pulite), finiti in manette e poi in carcere entrò in crisi il rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, tra governati e rappresentanti della volontà popolare. 
A chi intende candidarsi a ricoprire incarichi pubblici elettivi, oggi l’elettore chiede anzitutto che sia moralmente integro. Le idee, i propositi, i programmi sono importanti, ma un requisito conta più di tutti: l’onestà. 
Le nuove generazioni di uomini e donne che fanno politica hanno capito che non possono più barare con gli elettori: per essere credibili, devono non solo essere onesti, ma restare tali una volta che si è stati eletti in Parlamento o si è entrati a far parte di un esecutivo. 
E se una volta il rapporto tra leader politici ed elettori avveniva in luoghi fisici: i comizi nelle piazze, gli incontri nelle assemblee organizzate nelle sedi e nei circoli dei partiti, partecipando a programmi radiofonici o televisivi; oggi, nell’era dei social, il rapporto è essenzialmente virtuale, è interattivo e continuo: si nutre di post, di video, di incontri in streaming. E’ cambiato insomma il modo e le forme della comunicazione. 
Al tema della comunicazione nell’epoca dei populismi è dedicato il libro Politica a bassa fedeltà (Mondadori, pagg. 191, euro 14,00) di Nello Barile
Docente di sociologia dei media nel corso di laurea in comunicazione, media e pubblicità dell’Università Iulm di Milano e saggista (tra i libri più recenti ricordiamo Brand Renzi del 2014 e Il marchio della paura del 2016) l’autore affronta, nell’ambito del nuovo scenario del populismo contemporaneo, inteso come reazione alle tecnocrazia e agli scompensi della globalizzazione, il cambiamento qualitativo della comunicazione tra leader politici ed elettorato.
Persa completamente l’aura che i media tradizionali conferivano ai leader, questi devono oggi trasformarsi in brand per gestire il nuovo ecosistema mediale incentrato sui social media” spiega l’autore. “Come i brand globali a partire dagli anni Novanta hanno capito la necessità di <scendere dal piedistallo> per esaltare la nuova centralità del consumatore, così i brand della politica hanno capito che - per rispondere alla crisi di credibilità che li ha investiti nell’ultimo decennio - devono modularsi sulle posizioni dei propri elettori”. 
La comunicazione che Barile definisce a “bassa fedeltà” consente al contempo di ridefinire l’immagine del leader grazie alla risorsa dell’autenticità e di rigenerare il suo legame con la comunità di riferimento grazie a dosi massicce si empatia”. 
“L’effetto a bassa fedeltà dopo essere maturato all’interno di una lunga storia alternativa e controculturale, è diventato oggi la forma di comunicazione mainstream preferita dai giovani leader”. 
In un’epoca di crisi dei valori, della rappresentanza e della progettualità politica, la bassa fedeltà indica un doppio processo: “da un lato – spiega l’autore – consente di ridefinire l’immagine del leader grazie a dosi massicce di empatia e di autenticità che sono sempre più necessarie in un mondo mediato dal web 2.0; dall’altro aiuta a ricostruire il legame che unisce il leader alla sua comunità di riferimento, che è stato messo in discussione dalla crisi di autorevolezza della politica contemporanea”.

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