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Come è possibile catturare un assassino se è già morto?

Anche nel suo secondo thriller, L’uomo nell’ombra, Daniel Cole gioca vincente con il lettore. Sfidandolo dalla prima all’ultima pagina


01/04/2019

di Massimo Mistero


A soli 34 anni, nell’aprile 2016, alla tre giorni londinese di Book Fair, il suo romanzo d’esordio, Ragdoll (primo capitolo di una trilogia dedicata al detective William Fawkes, detto Wolf), risultò conteso da 14 case editrici, a partire dalla Longanesi che se ne aggiudicò i diritti per l’Italia. Inezie se si pensa che nel giro di un paio di mesi i Paesi interessati alla sua pubblicazione sarebbero saliti a oltre trenta. La qual cosa non sorprende visto che l’autore, Daniel Cole, nato in Inghilterra nel 1983, ha dalla sua una scrittura incalzante, che ben si adatta a storie thriller esche. Di quelle che graffiano, intrigano e inquietano. 
Appunto per questo la Orion decise di farne il titolo di punta per il lancio di un nuovo marchio, Trapeze, iniziando a promuoverlo fra settembre e dicembre, anticipandone l’arrivo nelle librerie avvenuto all’inizio del 2017. Risultato? L’immediata entrata nella top ten dei libri più venduti sugli scaffali inglesi. E non solo. 
Un inaspettato exploit per questo autore con un passato da paramedico alle spalle, che oggi vive a Bournemouth, una cittadina a circa 150 km da Londra che si affaccia sulla baia di Poole, di fronte all’Isola di Wight. Lui che aveva faticato e non poco a piazzare questo suo primo romanzo, con diversi rifiuti al seguito. “Fortuna volle - ha avuto modo di ricordare qualche tempo fa - che incontrassi Sue Armstrong (amica e confidente, oltre che mia agente), la quale credette subito in me. Se non fosse stato per lei Ragdoll starebbe probabilmente ancora accumulando polvere sotto il mio letto, insieme a tutte le altre cose che avevo scritto”. 
Insomma, l’imprevedibilità delle cose lo avrebbe incoronato penna di primo livello, tanto da riportarlo nelle librerie con un secondo lavoro di successo, L’uomo nell’ombra (Longanesi, pagg. 398, euro 19,90, traduzione di Alberto Pezzotta), un thriller incentrato su un inquietante interrogativo: Come posso catturare un assassino se è già morto? Ma anche un thriller, benché non si tratti di un seguito vero e proprio di Ragdoll, che ne riprende parte dei personaggi e delle situazioni. A fronte di un lavoro costellato di indizi, a volte fuorvianti, disseminati fra le righe con lo scopo di sfidare l’intelligenza del lettore. Giocando peraltro su una trama fuori dalle righe, ricca di sfumature e inventiva, in ogni caso carica di tensione. Insomma, un canovaccio dal taglio cinematografico, ideale per approdare sul grande schermo. 
Complice una protagonista dura, spigolosa e al tempo stesso fragile, vale a dire l’ispettore capo Emily Baxter, una delle più giovani della storia della Metropolitan Police a ricoprire questa carica, anche se la sua promozione (seguita all’ingiusta defenestrazione del suo predecessore) era stata accolta con scarso entusiasmo dai colleghi. Visto il suo non ricchissimo curriculum, in pratica illuminato soltanto dalla cattura, l’estate precedente, di un famigerato serial killer. 
Emily, si diceva, una poliziotta dai lunghi capelli castani, trentacinque anni mal portati, piena di lati oscuri, che non manca di dire quello che pensa, dotata comunque di una buona dose di umanità dietro quella sua facciata da cattivona. Lei che non teme nulla, tranne forse se stessa, le sue ombre e i suoi segreti (d’altra parte, chi non li ha?). Lei così ben caratterizzata che, c’è da giurarci, in men che non si dica diventerà la beniamina del lettore nel suo indagare che rimbalza dalle strade di Londra a quelle di New York. 
Ma veniamo al dunque: è passato un anno e mezzo dalla chiusura del “caso Ragdoll”, Wolf è scomparso (lo avevamo lasciato nel precedente romanzo a dare i numeri per il fatto che il suo assassino era stato incredibilmente assolto in quanto le sue prove erano state ritenute indiziarie. E per questo lo avevano rinchiuso in un ospedale psichiatrico…) e gli altri attori che avevano contribuito alla soluzione dell’indagine tirano a campare. 
Ma non Emily Baxter, pronta a mettere subito le cose in chiaro: “Quello che mi aspetta è un compito impossibile, un enigma che sfida qualsiasi comprensione. Anche se sono una detective di New Scotland Yard e sono fatta per questo lavoro. O così ho sempre creduto. Ma fermare questi omicidi sembra qualcosa al di là delle mie forze, e perfino di quelle dell’Fbi e della Cia. Tutto per un semplice fatto: non muoiono solo le vittime, muoiono ogni volta anche gli assassini. Sempre in coppia, omicidio e suicidio”. Che sia Sotto il Big Beng o fra le strade della Grande Mela poco importa. 
C’è soltanto, annota ancora la nostra protagonista, “un aspetto che può aiutarmi a trovare chi tira i fili nell’ombra. Ma è anche ciò che più mi terrorizza. Perché, per quanto possano sembrare distanti, questi omicidi hanno una cosa in comune. Quella cosa ha un nome: il mio. Quella cosa sono io”. 
Che dire: una scelta vincente, quella della morte contestuale della vittima e del suo assassino, che si porta al seguito la percezione di una terza figura, una specie di ombra malvagia che sembra sempre essere un passo avanti rispetto alla squadra incaricata delle indagini. E pertanto capace di dominare la scena...

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