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Come diceva Napoleone, dopo la ritirata da Mosca, "una lunga notte a Parigi ci guarirà da tutto"

Dov Alfon, ex ufficiale dell’Unità 8200 (sezione speciale dell’intelligence militare israeliana), dà voce - nel suo romanzo d’esordio, in corso di traduzione in 12 Paesi e destinato a diventare una serie Tv - a un intrigo spionistico infarcito di cadaveri e colpi di scena. Ma raccontato all’insegna di una piacevole ironia


26/08/2019

di Lucio Malresta


Di Dov Alfon - nato nel 1961 a Susa, in Tunisia, ma con studi all’Università ebraica di Gerusalemme - onestamente, non ne avevamo mai sentito parlare. Sin quando ha debuttato sugli scaffali con A Long Night in Paris, un romanzo scritto in lingua inglese che, con 60mila copie vendute, è stato per 24 settimane in testa alle classifiche israeliane. Un lavoro “incredibilmente realistico” che si inserisce nel filone allargato dello spionaggio (il quotidiano Haaretz, dove ha peraltro lavorato come caporedattore, lo ha addirittura definito come il vero erede di John Le Carré e dei grandi maestri del thriller internazionale”), in corso di traduzione in una dozzina di Paesi, oltre che destinato a diventare una serie televisiva prodotta dai creatori di Hatufim, quella che ha ispirato Homeland
Cresciuto tra Parigi e Tel Aviv, Dov Alfon ha ricoperto il ruolo di ufficiale nell’Unità 8200, sezione speciale dell’intelligence militare israeliana (da qui l’esperienza sul campo che ha saputo travasare al meglio fra le pagine del libro che stiamo proponendo), per poi dedicarsi al giornalismo tenendo banco nel più influente quotidiano israeliano, il citato Haaretz, e quindi proporsi come caporedattore della prestigiosa casa editrice Kinneret-Zmora. 
Una prima volta, narrativamente parlando, che è arrivata nelle nostre librerie, per i tipi della DeA Planeta, con un titolo leggermente modificato (in meglio), ovvero Sarà una lunga notte (pagg. 492, euro 17,00, traduzione di Valentina Zaffagnini). Un titolo che si rifà a una celebre frase di Napoleone Bonaparte che, dopo la ritirata da Mosca, aveva risposto così a un ufficiale che gli chiedeva come si sarebbero ripresi dalla perdita di diciottomila soldati: “Una lunga notte a Parigi ci guarirà da tutto”. 
E appunto nella Ville Lumière, ma con “aperture” allargate a Tel Aviv, Washington e Macao (a richiederlo un intelligente mosaico spionistico costellato di cadaveri e colpi di scena), tiene banco la storia imbastita, all’insegna di una garbata ironia, da questo autore del quale sentiremo ancora certamente parlare. Vuoi per la sua capacità nel trattare una materia intessuta di inganni e bugie che rientra nelle sue corde, vuoi per lo spessore della sua caratura narrativa, che si nutre di una scrittura piacevolmente accattivante, capace di catturare, intrigare e portare il lettore a fare le ore piccole per vedere dove la storia andrà a parare. 
Detto questo spazio a una breve sintesi. Quando il commissario Jules Léger, della polizia giudiziaria di Parigi (una città resa più credibile da una mappa voluta dall’autore dove tengono banco i trenta luoghi cui si rifà la storia), arriva al Terminal 2 dell’aeroporto Charles de Gaulle, il mal di testa è in agguato e la situazione già piuttosto complicata: Yaniv Meidan, venticinquenne israeliano sbarcato dal volo El Al 319 proveniente da Tel Aviv e innocuo responsabile marketing di un’azienda di software, è appena scomparso da uno dei luoghi ritenuto fra i più sicuri di Francia. 
I filmati delle videocamere di sorveglianza mostrano Meidan salire in ascensore in compagnia di una bionda altissima in divisa rossa e subito dopo sparire nel nulla. Un gran brutta botta per il più potente servizio antiterrorismo del mondo di base nel deserto del Negev. Il colonnello Zeev Abadi - un tipo alla George Clooney peraltro poco amato dai suoi (ma aiutato dal tenente Oriana Talmor, donna bella, oltre che coraggiosa e brillante detective) - è il responsabile fresco di nomina dell’unità 8200 dei Servizi segreti israeliani. Lui che si trova a Parigi “per caso”. Sempre che uno al caso ci creda. E adesso pretende di ficcare il naso nelle indagini di un sempre più diffidente Léger. 
Mentre al quartier generale di Tel Aviv gli aggiornamenti di intelligence sul caso Meidan si succedono a ritmo vertiginoso, un secondo cittadino israeliano reduce dal volo El Al 319 viene prelevato con la forza da un commando cinese. Trasformando quello che pareva un caso di polizia in un inquietante guazzabuglio internazionale. 
Insomma, un thriller “dall’intreccio straordinariamente efficace, in grado di illuminare - grazie all’esperienza sul campo del suo autore - gli aspetti più opachi e paradossali del mondo in cui viviamo”. Dove a tenere banco, ci mancherebbe, c’è anche un miliardario (cinese) alla guida di un branco di sicari specializzati in delitti e rapimenti, perché gli imperi economici si nutrono anche di questo. Una storia quindi non solo infarcita di spionaggio e di cablogrammi illegali, ma anche di funzionari corrotti, gioco d’azzardo, furti di bitcoin (la discussa moneta elettronica), di sofisticate armi tecnologiche, di traffici internazionali di droga e di soldi e chi più ne ha più ne metta.

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