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Come eravamo e come ricostruimmo l’Italia fra il 1945 e il 1959

A farsene carico Alfio Caruso, siciliano di nascita ma milanese di adozione, che ridà voce da par suo a un periodo storico fra i più complessi e al tempo stesso più rappresentativi della nostra storia: quello che, inaspettatamente, avrebbe lanciato il nostro Paese nell’Olimpo dei Grandi


07/12/2020

di MAURO CASTELLI


Devo ammettere che ogni volta che mi metto a leggere un saggio storico firmato da Alfio Caruso l’interesse sale a mille in quanto questo autore sa come farsi carico, al meglio ci mancherebbe, del nostro passato, anche di quello più scomodo. Giocando da par suo sulla ricostruzione dei fatti, complice un accurato lavoro di documentazione, ma anche ricamandoci sopra intriganti angolature per via di una mano calda che non è da tutti. Ma forse mai come nel suo ultimo lavoro, Così ricostruimmo l’Italia. 1945-1959 (Neri Pozza, pagg. 336, euro 18,00), un periodo fantastico, seppure ricco di fame, di dolori e soprattutto di speranze. 
Anni che ho avuto la fortuna (ma sarebbe meglio parlare di sfortuna viste le ere che ho accumulato sul groppone) di vivere in prima persona. Con il ricordo ancora vivo degli ultimi mesi dell’occupazione tedesca in quello che era diventato l’ultimo avamposto della Linea Gotica, sull’Appennino tosco-emiliano: una poderosa opera messa in atto dall’esercito tedesco nelle fasi conclusive della campagna d’Italia. Un apprestamento difensivo che fu teatro di violenti combattimenti tra le truppe germaniche al comando di Albert Kesselring e le forze Alleate guidate da Harold Alexander. 
Ricordo come se fosse ieri i tedeschi che ci avevamo sbattuto fuori casa (costringendoci, da sfollati, in graticci, buchi scavati nella terra del bosco, grotte naturali infestate dai topi) per crearsi il loro ultimo distaccamento, da dove venivano inviati i rifornimenti e il rancio per le truppe. 
Così non manco di rivedere i tre grossi cannoni a due passi da casa che segnavano di scie rosse il cielo, i crateri alimentati dalle risposte alleate (spesso con spezzoni incendiari, uno dei quali avrebbe sfigurato il viso di una mia cugina), gli aerei che ci mitragliavano e sganciavano bombe incatenate da bassa quota, tanto da vedere distintamente i piloti nelle carlinghe. Con la morte, la distruzione e il dolore al seguito. Insomma, era guerra vera. Dei buoni contro i cattivi, anche se di cattivi ce n’erano anche fra i buoni e di buoni anche fra i cattivi. E di questo me ne porto dietro testimonianze dirette. 
Scusate se mi sono dilungato, ma un fiume di ricordi mi ha inondato sin dalle prime pagine di questo libro firmato da Caruso che non lascia nulla al caso: quelle legate al 3 maggio 1945 quando, 59 mesi dopo il tragico discorso di Mussolini dal balcone di piazza Venezia, l’Italia non era più in guerra. Il giorno precedente era infatti entrato in vigore il cessate il fuoco stabilito il 29 aprile con l’atto di resa nella reggia di Caserta, dov’era insediato il quartier generale anglo-americano. E che il conflitto fosse agli sgoccioli (e qui torno al mio passato) l’avevo già intuito due o tre giorni prima, quando i tedeschi se la stavano dando a gambe e, in parallelo, arrivavano dalle mie parti - sui loro camion e sulle loro jeep - le truppe alleate, che a noi ragazzi buttavano caramelle che ci sembravano regali stellari. Da conservare in tasca, più che da assaporare. 
Tornando al dunque, un gran bel libro quello scritto da Alfio Caruso, abile nel far quadrare i conti di quel periodo liberatorio: il 30 aprile si era ucciso Hitler e due giorni dopo Berlino si era inchinata all’Armata Rossa. In altre parole sarebbe partito da questi decisivi momenti la riscossa contro il fascismo, segnata da un’orrida stagione di regolamenti di conti, intessuti non di rado da vendette private e da biechi interessi economici. Con un conto finale di diecimila morti… 
In effetti non le manda a dire l’autore, sorretto da una onestà intellettuale che non è da tutti. Facendo notare come alla guerra civile fra fascisti e antifascisti, si sarebbe sostituita la guerra fredda, ma a volte assai calda, fra chi desiderava tenere l’Italia nel campo democratico e chi desiderava spostarla in quello comunista. 
Detto questo, veniamo al dunque, anche perché, se proseguissi di questo passo dovrei scrivere un romanzo sul romanzo. Meglio allora rapportarsi con qualche integrazione alla ben sintetizzata sinossi che, sin dalle prime pagine del racconto, ci propone il quadro drammatico di un Paese distrutto. Tanto per citare, all’inizio del giugno 1945, dopo un mese di pace, in Italia i mezzi di trasporto ferroviario, rispetto all’anteguerra, erano a un sesto, gli autocarri a meno della metà, la flotta mercantile a un decimo. Servivano sette ore per andare da Roma a Napoli, trentasei da Torino a Roma su un unico treno giornaliero, trentatré da Milano. 
Per il trimestre estivo, gli approvvigionamenti di carbone erano valutati a un decimo del fabbisogno, pure lo zucchero era a un decimo, la carne a un quarto. Nello stesso periodo il Nord della Penisola era attraversato da una scia di odio sanguinario; i partiti politici si sbranavano sul futuro assetto statale (monarchia o repubblica); l’indipendentismo minacciava la Sicilia; Tito aveva allungato le mani su Trieste e il Friuli Venezia Giulia. 
Eppure in quindici anni l’Italia avrebbe stupito il mondo con una rinascita senza precedenti. Ad accompagnare i sogni era arrivata la schedina, prima con il 12, poi con il 13. Il Grande Torino, Fausto Coppi, Gino Bartali regalavano un minimo di orgoglio a una nazione umiliata dal fascismo e annichilita dalla guerra persa. Ma le gente aveva voglia di rimboccarsi le maniche, e al sabato sera ci si trovava a ballare nei cortili o nelle piazze al suono di improvvisati musicisti. Mentre la scuola, il diploma, la laurea diventavano il traguardo di molte famiglie convinte che il “pezzo di carta” avrebbe consentito ai loro figli un domani migliore. 
E gli scandali, gli imbrogli, i misfatti che pure erano moneta corrente di quel periodo?  Rimanevano spesso sotto il pelo dell’acqua e in ogni caso non infrangevano l’ottimismo di fondo. La guerra fredda, lo scontro fra le grandi ideologie scavavano sì baratri incolmabili, tuttavia permaneva una solidarietà di fondo tra le diverse anime della Nazione. Sia a destra sia a sinistra, in diverse occasioni, l’interesse di bottega veniva sacrificato davanti all’interesse generale. 
Capo del governo per sette anni, l’asburgico De Gasperi avrebbe tenuto a freno i grandi nemici della sinistra, Togliatti e Nenni, e quelli dell’oltranzismo cattolico rappresentati da Luigi Gedda, il pupillo di Pio XII. Dalle ceneri dell’Agip il monopolista a fin di bene Mattei avrebbe costruito l’Eni, usandolo per rompere il predominio petrolifero delle “sette sorelle”. Dall’inventiva di Enzo Ferrari e di Enrico Piaggio nascevano due gioielli invidiati dal mondo. Gli italiani sostituivano la bici con la Vespa in attesa di salire prima sulla Seicento, poi sulla Cinquecento (ben rappresentata nella prima di copertina). La nascente televisione regalava una lingua al Paese, lo raccontava e lo faceva conoscere ai tanti che mai si erano mossi dal borgo natio. Il cinema italiano avrebbe conosciuto il suo periodo più fecondo contrassegnato dagli oscar a De Sica e a Fellini, nonché dai trionfi di Rossellini al festival di Cannes.   
In effetti che bei tempi erano quelli. Quando ci si accontentava di poco, ma si guardava al futuro con la percezione del cambiamento in atto; quando a fior di pelle si respiravano i primi refoli del benessere; quando nel giro di 14 anni, segnati da grandi sacrifici, la nostra immagine all’estero beneficiava di encomi a largo raggio. Come successe ad esempio all’inizio del 1958 quando, insieme a Germania, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, contribuimmo a far entrare in vigore le norme Cee per la riduzione graduale dei dazi doganali; per non parlare del 25 maggio 1959, giorno in cui il quotidiano londinese Daily Mail parlò per la prima volta di “miracolo italiano”. Complimento peraltro ribadito qualche mese dopo dal Financial Times
Oppure come quando - ma a questo punto abbiamo già attraversato, sia pure di poco, il confine temporale di Così costruimmo l’Italia - l’allora presidente della Bundesbank, Karl Blessing, affermò senza mezzi termini che la nostra crescita risultava superiore a quella tedesca. Una consacrazione a livello mondiale che sarebbe arrivata l’11 gennaio 1960, quando alla lira venne assegnato l’Oscar delle valute. 
Insomma, quella raccontata da Caruso è la grande stagione della ricostruzione, un periodo della nostra storia in cui le accese divisioni sociali e politiche si accompagnavano al comune desiderio di rinascita di una Nazione. Leggere per rendersene conto. 
Alfio Caruso, si diceva. Un settantenne catanese fuori dagli schemi (“Una laurea, una moglie, tre figli, una nuora, due nipotini”) che ha saputo cavalcare da protagonista gli anni d’oro del giornalismo italiano. Oltre a proporsi scrittore di razza (con una trentina di lavori all’attivo), sempre documentandosi in maniera accurata e minuziosa. Magari andando a scovare aneddoti e curiosità che colpiscono e intrigano il lettore, in quanto questo è il sale delle sue ricostruzioni che giocano a rimpiattino con la Storia. 
Facendosi carico in tale ambito - repetita iuvant - della battaglia di Stalingrado (il tragico mattatoio che segnò l’inizio del crollo dell’impero nazista); raccontando di quando Mussolini sfidò Hitler per salvare 700mila italiani confinati nei campi di concentramento e di lavoro tedeschi. Ma anche affondando la sua penna fra le pieghe delle Cinque giornate di Milano, oppure addentrandosi negli anni caldi in cui la Sicilia fece guerra all’Italia, o magari occupandosi delle vicende poco conosciute dei “Mille” di papa Pio IX, che non erano né mercenari né ladroni anche se qualche mariuolo faceva parte del gruppo in abbinata a soldati di ventura olandesi e tedeschi attratti da un soldo gratificante. 
Per non parlare delle sue radicate passioni: in primis quelle per il calcio, il cinema, la bicicletta e il poker. Lui siciliano che strada facendo sarebbe diventato milanese d’adozione; che, subito dopo essersi portato a casa il cosiddetto pezzo di carta, si era messo a scrivere per il Corriere della Sera, per poi occupare poltrone da numero uno in diversi altri quotidiani. Lui che a più riprese si è proposto personaggio scomodo, caratterialmente ruvido, soprattutto nei confronti dei poteri forti. Tanto da chiedere di essere depennato dall’Ordine dei giornalisti per via di certe anomalie che non lo trovavano d’accordo. Cosa più unica che rara nell’Italia delle caste.

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