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Come finanziare l'impresa senza passare dalle banche: la finanza alternativa e il "caso Workinvoice"

Matteo Tarroni, Ceo di questa nuova piattaforma, ci spiega come funziona e quali sono i vantaggi per chi decide di utilizzarla


11/04/2017

di Giambattista Pepi


La stretta al credito delle banche che prosegue anche dopo la crisi (a febbraio i prestiti alle imprese, secondo la Banca d’Italia, sono cresciuti dello 0,1% annuo rispetto al +0,9% di gennaio) e i tempi ancora lunghi della Pubblica Amministrazione nell’onorare i debiti verso i fornitori (le aziende anzitutto) nonostante le misure adottate dallo Stato negli ultimi anni per ridurle, hanno reso sempre più stretta e ardua da percorrere la strada che porta le micro, piccole e medie imprese a ottenere i prestiti e, dunque, la liquidità indispensabile per mandare avanti le aziende.
Quella dell’accesso al credito nel nostro Paese è stata, e in parte continua ad essere, una delle remore allo sviluppo economico. Ciò deriva probabilmente dal fatto che fino a ieri le imprese, soprattutto quelle di piccolissime dimensioni (che sono quasi il 98% dell’universo delle aziende), per ottenere finanziamenti hanno fatto ricorso pressoché esclusivamente alle banche, a condizioni, con costi e tempi non in linea con quelli del mercato e le esigenze degli imprenditori.
Adesso, però, la fisionomia del mercato del credito sta cambiando con l’avvento della finanza alternativa, che propone strumenti di finanziamento delle imprese più rapidi e meno onerosi di quelli tradizionali. Una finanza alternativa, però, diciamolo subito a scanso di equivoci, può solo integrare, non sostituire, il credito ordinario erogato da banche, finanziarie ed altri intermediari. Un esempio? L’invoice trading, cioè le piattaforme tecnologiche che incrociano tra loro la domanda delle imprese che desiderano ottenere liquidità anticipando i pagamenti dei propri clienti e l’offerta degli investitori che sono alla ricerca di opportunità di impiego con durata breve dei loro capitali.
Gli uni e gli altri, in sostanza, bypassano le “forche caudine” tanto delle banche quanto della Pubblica Amministrazione e stabiliscono un rapporto diretto, senza l’obbligo delle garanzie (fidejussioni, ipoteche, pegni), con oneri molto contenuti, in tempi brevissimi (massimo 48 ore) e in modo lecito e trasparente. I Paesi anglosassoni (Stati Uniti e Regno Unito) hanno sperimentato per primi con successo le piattaforme fintech. Adesso anche l’Italia ci sta provando. Due anni fa è nata Workinvoice ad iniziativa di tre promotori ed altri soci, forti di una consolidata esperienza nel mondo della finanza d’impresa e delle tecnologie applicate alla finanza.
Matteo Tarroni, Ceo di Workinvoice, in questa intervista spiega come funziona la piattaforma e quali sono i vantaggi per chi decide di utilizzarla: una Pmi che utilizza Workinvoice riesce, infatti, ad ottenere di anticipare i pagamenti delle proprie fatture in media di ben 45 giorni, mentre gli investitori sono in grado di conseguire rendimenti netti tra il 4 e l’8%, a seconda del grado di rischio, ma senza dubbio superiori a quelli attualmente disponibili su impieghi a breve nel mercato del credito. Il bilancio? Positivo. In appena due anni la piattaforma di negoziazione online ha raggiunto i 50 milioni di euro di operazioni, contribuendo a migliorare la gestione della liquidità di decine di Pmi italiane.

A differenza dei mutui ipotecari in forte ripresa, la crescita dei prestiti alle imprese resta al di sotto dei valori degli anni precedenti l’esplodere della Grande Crisi. Tra gennaio 2011 e fine 2016, i crediti alle imprese a breve sono scesi di 74 miliardi (-22%), mentre quelli a medio-lungo termine solo di 32 miliardi. Perché? 
«Non è sempre facile capire le logiche di business delle banche, che sono influenzate da un mix di regulation, costi operativi, scelte strategiche e, in molti casi, dagli effetti delle scelte del passato soprattutto in termini di concessione del credito. I nostri clienti ci raccontano di banche che sono sempre meno in grado di capire le esigenze delle Pmi, che in questa fase, anche per effetto dei lunghi tempi di pagamento, hanno bisogno, più di ogni altra cosa, di finanziare il capitale circolante e quindi di credito a breve. Questo credito ha però ovviamente margini più bassi, rispetto ad altre forme di finanziamento. Margini bassi che mal si sposano con gli elevatissimi costi operativi delle banche».

Le piattaforme P2P di finanziamenti non bancari a privati e imprese sono passate nel Regno Unito da 0,6 miliardi di sterline nel 2013 a 3,2 miliardi nel 2015, e dal 2013 hanno erogato complessivamente dieci miliardi, di cui oltre il 50% a più di 27mila Pmi inglesi. Ora anche in Italia stanno prendendo piede piattaforme fintech. In questo scenario, la finanza alternativa che ruolo potrà svolgere?
«Oggi le banche controllano e gestiscono tutta la filiera dei servizi finanziari, dalla materia prima (il capitale) alla distribuzione al dettaglio. È uno dei pochi settori finora non influenzati da processi di disintermediazione. La finanza alternativa e le iniziative fintech, in particolare, hanno identificato alcuni segmenti di questa filiera e li hanno resi più efficienti. Si tratta di un’evoluzione determinata da condizioni ambientali (nel nostro caso contrazione del credito alle Pmi e lunghi tempi di incasso dei crediti) che avrà un effetto permanente perché giustificata da logiche economiche».

Dietro ogni business c’è un’idea che poi diventa un progetto e in seguito un’azienda. Da dove avete preso le mosse e perché?
«Il punto di partenza è stato riconoscere il problema delle Pmi italiane, che più di tutte subiscono gli effetti del credit crunch (ristrettezza creditizia n.d.r.) e di lunghissimi tempi di pagamento dei crediti commerciali. L’obiettivo era quindi quello di canalizzare nuove risorse finanziarie (che si trovano abbondanti nel sistema globale degli investitori) e per farlo abbiamo ritenuto che il modello migliore fosse, come in tanti altri casi, quello di mercato. Dopo un’analisi approfondita delle realtà di finanza alternativa, peer-to-peer lending e fintech nel mondo, abbiamo quindi deciso di realizzare un’infrastruttura solida, trasparente ed avanzata tecnologicamente per creare un marketplace dove convergono investitori specializzati che considerano i crediti commerciali come un asset interessante per le sue caratteristiche di rischio/rendimento, diversificazione e decorrelazione rispetto ai mercati finanziari».

Chi usufruisce della vostra piattaforma quali vantaggi può ricavarne?
«Anzitutto la flessibilità: si utilizza il servizio solo quando si vuole, vendendo solamente le fatture che si desidera cedere. Il costo, inoltre, è competitivo poiché è possibile impostare il prezzo massimo che si è disposti a pagare e gli investitori competono per fornire il prezzo più basso. Sfruttando la notorietà e la forza del credito dei grandi clienti, non solo le proprie, si può ottenere liquidità a costi altamente competitivi e spesso inferiori a quanto ottenibili da finanziamenti bancari. Non sono poi richieste né obbligazioni, né garanzie. Inoltre è un canale aggiuntivo a quello bancario (anticipo fatture) o factoring, ma molto più semplice. Nessun utilizzo dei fidi bancari, nessuna segnalazione in Centrale Rischi. I crediti possono essere messi in asta dopo una verifica che dura al massimo 48 ore. I fondi derivanti dalla cessione sono ricevuti il giorno dopo l’aggiudicazione dell’asta. Non ci sono costi nascosti, poiché si paga solo quando si utilizza il servizio. Non ci sono limiti di utilizzo, o limiti all’ammontare di fatture che si possono cedere per singolo debitore. Se la fattura è cedibile ed esigibile (si riferisce ad un bene consegnato o ad un servizio erogato) non ci sono altre condizioni che limitano la cessione. La cessione dei crediti a titolo definitivo ha effetti benefici sul bilancio: miglioramento della posizione finanziaria netta (più cassa), miglioramento del capitale circolante (meno crediti verso clienti) e costo della cessione deducibile».

Quali sono le prospettive di sviluppo del business? E in che modo potrà evolvere il mercato?
«Le prospettive di sviluppo sono ottime (stiamo per infrangere la barriera dei 50 milioni di euro di transazioni, con una crescita di 10 volte rispetto all’anno precedente) e fortunatamente dettate non solo dalla crisi del credito tradizionale, ma anche dalle esigenze di capitale circolante di aziende che crescono. L’evoluzione di mercato di breve termine consisterà nel continuo coinvolgimento di investitori istituzionali, con effetti benefici sul nostro sistema economico, il vero obiettivo finale di Workinvoice e di iniziative simili. Non è da escludere anche un coinvolgimento delle banche, che potranno contribuire con le loro reti di distribuzione ed, in parte, con capitale».

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