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Con Lorenzo Vallarino Gancia, l'industriale con un debole per... il vino e il "Sole 24 Ore", se ne è andato l'ultimo grande signore dell'imprenditoria italiana


09/10/2017

di Alberto Orioli*


Fino all’ultimo ha goduto del colpo d’occhio del giardino all’italiana tagliato nei finestroni del salone del castello dell’amata Canelli. Gli mancavano le distese infinite delle terre argentine dove trascorreva, fino a quando la salute lo ha consentito, sei mesi l’anno. Lorenzo Vallarino Gancia è morto nella sua città a 87 anni. Era un imprenditore umanista, di quelli che tengono alla cultura, alla discussione curiosa e aperta. Era legato alla sua terra, alle tradizioni astigiane, a quell’idea di profondità antica e di futuro tecnologico proprie di chi ha a che fare da sempre con i vigneti (la Fratelli Gancia era stata fondata da Carlo a metà 800).
Sapeva cogliere lo spirito dei tempi e per questo ha anche contribuito a gestire il passaggio dell’azienda di famiglia alla multinazionale russa, Russian standard corporation. Non può una sola famiglia, per quanto attaccata alla storia della sua impresa ultracentenaria, far fronte a una competizione globale fatta di colossi, era stato il suo ragionamento. A volte il passo di lato diventa l’unico passo avanti possibile. E anche questo è essere imprenditori. Tanto più se, come accadrà dopo qualche anno, gran parte delle tenute torneranno in mani piemontesi. Oltre agli incarichi nell’azienda di famiglia era stato consigliere, tra le altre, di Riso Gallo, Fiorucci Moda, Buitoni Perugina, Ausimont.
Lorenzo Vallarino Gancia era attento alle cose del mondo, curioso come lo era Gianni Agnelli, suo amico e compagno di scorribande automobilistiche giovanili. Ma alle auto, in verità, preferiva i cavalli. Li allevava in Argentina, dove ha giocato a polo fino a quando il fisico glielo ha concesso.
Aveva un tratto di naturale capacità di relazione con chiunque e forse era stata questa sua caratteristica a farne soprattutto un uomo di associazione. Come primo presidente dei Giovani industriali innanzitutto. In piena contestazione Anni 60 guidò il drappello dei primi giovani imprenditori (o figli di imprenditori) per tentare di far cambiare la cultura anti-industriale imperante in quel periodo socialmente incandescante e, nel contempo, per tentare di far cambiare anche la Confindustria.
«Volevamo - diceva - far uscire la Confindustria dalla sua autoreferenzialità. Era un’organizzazione chiusa, poco trasparente nella gestione delle nomine e nel sistema di governance, come si direbbe adesso. Diciamolo chiaramente: era tutto da rifare, soprattutto il rapporto con la politica. Confindustria si accontentava di finanziare direttamente questo o quel politico, di questo o quel partito, motivo per cui nascevano, tra l’altro, le correnti all’interno dei vari gruppi parlamentari: la frammentazione aumentava la possibilità di controllo, ma creava forme vischiose di governabilità. E questo per noi giovani era un’eresia: volevamo un’organizzazione che guidasse la società ed esprimesse una leadership visibile, chiara e trasparente soprattutto nelle questioni del rapporto con i partiti, nella politica economica e nella politica industriale. Volevamo che fosse la cultura il vero grimaldello per cambiare le cose».
È un programma che l’establishment confindustriale di allora (Furio Cicogna e Angelo Costa) prima ostacola, poi tollera e infine condivide e valorizza. Gancia trascorre la sua vita associativa da «monello vezzeggiato» senza che ciò gli tolga autorevolezza. Anzi, diventa forse l’unico modo per far cambiare davvero il corso delle cose, come quando contribuirà alla “rivoluzione” dello Statuto confindustriale voluta da Leopoldo Pirelli. Nel ’70 diventa vicepresidente di Confindustria con delega ai rapporti esterni e l’anno dopo viene anche nominato presidente del Sole 24 Ore, carica che ricoprirà per 12 anni. Scherzando diceva che gli era stata affidata anche perché aveva razionalizzato i contributi all’editoria che allora la Confindustria elargiva per inerzia e senza regia: «Tagliai i fondi a pubblicazioni quali La gazzetta dei lavoratori, Pietro l’Eremita, Dialoghi diplomatici, tanto per citarne qualcuna a memoria, e azzerai il fondo alle “donne lettrici” della Confindustria che poi marciarono inviperite contro gli uffici di Piazza Venezia».
Il Sole 24 Ore era stata, parole sue, «l’esperienza professionale più esaltante della mia vita». Amava fare i blitz tra le rotative, il culto della prima copia; del giornale comprendeva la complessità e il potenziale, il valore forte per creare quella cultura economica così necessaria in un’Italia refrattaria, se non allergica, al tema. Non ha mai smesso di informarsi sulla vita aziendale del Sole 24 Ore. Ha sofferto a leggere le ultime cronache. Ma non mancava mai di dire una frase che, forse, riletta ora può suonare come una forma di augurio. «Quando cominciai - e lo sottolineava con orgoglio -, il giornale perdeva due miliardi di lire; lo lasciai che garantiva un dividendo di due miliardi».

*Vicedorettore de Il Sole 24 Ore

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