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Con un giudice-leone e un avvocato-pantera la Giustizia per Salvini diventa più giusta

Non vorremmo essere nei panni di Conte, Di Maio, Lamorgese, Toninelli e Trenta quando si siederanno a Catania sul banco dei testimoni


05/10/2020

di Sandro Vacchi


Può, lo stesso episodio, essere un reato se attore è un tipo di colore verde e non esserlo se, invece, il tipo è di colore giallo o rosso? Vi siete già risposti. Credevano il contrario, invece, i geniali esponenti del governo Conte bis che, viste le cacche che continua a pestare, difficilmente diventerà un Conte ter, non fosse che per la puzza di incapacità che si trascina dietro. 
Ci hanno provato, i poverini, a metter fine all'ascesa di Matteo Salvini, che tanta rabbia suscita nei salotti buoni, nelle redazioni benpensanti e nelle birrerie di Bruxelles, ma non hanno fatto i conti con un leone e una pantera. Il leone è il giudice per le udienze preliminari Nunzio Sarpietro, perché ci vuole un bel coraggio ad affrancarsi dalle consolidate simpatie politiche della magistratura italiana e a convocare mezzo governo per chiarimenti, in quanto non è affatto palese perché il concetto di reato debba cambiare a seconda di chi lo commette. 
La pantera è invece il miglior avvocato d'Italia, vale a dire Giulia Bongiorno: domandare a Giulio Andreotti, se conoscete il numero telefonico dell'Aldilà. Non è bastata la lastra di marmo che le è caduta su un piede in tribunale per intimorirla. Con il piglio di Million dollar baby ha detto a Salvini: «Li chiamiamo tutti a testimoniare». 
Il 20 novembre e il 4 dicembre non vorremmo proprio essere nei panni di Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta quando, seduti al banco dei testimoni, la Diva Giulia (romanzo di William Somerset Maugham, loro non l'hanno letto di sicuro) li massacrerà di domande. Per fine anno si profila una sesquipedale figura di palta per il governo più dilettante, cialtrone e doppiogiochista di tutta la storia italiana. E ho detto “tutta” conscio di includere l'intero – ripeto: intero! - arco di tempo fra il 1861 e oggi. 
Sua eccellenza Lamorgese, ad esempio, saprà spiegare perché i quattro giorni in cui il suo predecessore Salvini ha impedito a una serie di clandestini (tali sono gli stranieri senza documenti) di sbarcare in Italia dalla nave “Gregoretti” sarebbero un reato, mentre non la sarebbero gli undici giorni nei quali l'ex prefetta di Milano ha proibito di scendere a terra ai 104 passeggeri della “Ocean Viking”. Ma come! Se sparo al ladro in casa e lo accoppo becco dieci anni se sono antipatico al giudice, invece me la cavo con una multa e una pacca sulla spalla se gli sto simpatico? 
Sarebbe questa la “certezza del diritto”? 
Quanto serenamente la sinistra pariolina abbia accolto le notizie da Catania, lo dimostrano i due organi di riferimento della parrocchietta, i due maggiori d'Italia, stampati direttamente nella tipografia di Palazzo Chigi. Titoli di scatola in prima pagina? Macché! Un richiamino a una colonna sul Corriere: “Processo Salvini. Il pm chiede il proscioglimento”. Poi, va detto, due pagine interne, con un titolo “Ora mi diverto io” che la dice lunga su quanto Salvini sia preoccupato. La Repubblica fa lo stesso: richiamino invisibile in prima: “Processo a Salvini. Il giudice convoca Conte e i ministri” e due pagine all'interno. “Spieghino qual era il patto”, cioè la corresponsabilità dei ministri. E l'“Adesso mi diverto io. Non tornerò in aula da solo” di Matteo Salvini. Il livore è tale, però, che gli agnelliani non risparmiano nemmeno in questa occasione un titolo sui fondi del Carroccio: che tutti cercano ma nessuno trova. Che Salvini abbia ingaggiato il mago Silvan? 
Di certo sono dei maghi John Elkann e parenti stretti, ramo parallelo della famiglia Agnelli, neo proprietari di Repubblica. Il giorno precedente i repubblichini titolavano trionfanti “Mascherine in tutt'Italia”. Ormai, se non si fosse ancora capito, siamo all'ipocondria di Stato, ha scritto Marcello Veneziani, intellettuale vero e non all'amatriciana, sulla minaccia di un nuovo blocco (loro lo chiamano lockdown) per diffondere paura e intensificare il controllo di un popolo che non ha più neanche la forza di reagire di fronte ai pieni poteri dei voltagabbana inchiodati alla poltrona. 
Sapete, amici, dove si producono i “dispositivi di protezione individuale”, alias mascherine? A Mirafiori e ad Avellino, dove, quando l'Italia era l'Italia, si costruivano le auto Fiat. Oggi si sforna il simbolo del terrore seminato a man bassa anche attraverso i giornaloni e le tivù di regime. Presto i bracciali elettronici, volete vedere?

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