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Con una maggioranza relativa al Senato come si potrà muovere il premier Giuseppe Conte?


20/01/2021

Maggioranza assoluta alla Camera, maggioranza relativa al Senato. Il premier Giuseppe Conte si è salvato, in questo modo, la poltrona. Ora bisognerà vedere come potrà muoversi con la mina vagante dei senatori, il cui numero si è attestato a 156 contro l’auspicata quota di 161. Numero che peraltro comprende anche i tre parlamentari a vita che lo hanno sorretto in quest’ultima votazione e che è tutt’altro che certo potranno essergli di supporto nei momenti più delicati del suo nuovo percorso. 
Di fatto, in punta di Costituzione, il presidente del Consiglio si è salvato e potrà continuare a governare, sperando di evitare le asperità di un percorso evidenti a tutti. Con le opposizioni compatte nel fare muro (a fronte di una richiesta unanime di dimissioni e, quindi, di nuove elezioni) e aspettarlo al varco alla prima occasione. 
Ma quali sono le opzioni sulle quali Conte può puntare? In primis cercare di portare dalla sua parte qualche altro transfuga (cosa peraltro non semplice), puntare su un adeguato rimpasto oppure darsi da fare attraverso un Governo di minoranza relativa. 
Per maggiore chiarezza ricordiamo che un Esecutivo di minoranza è quello che non gode del pieno supporto del Parlamento. In Italia, l’articolo 94 della Costituzione stabilisce che “il Governo debba avere la fiducia delle due Camere”, ma non è contemplata la maggioranza assoluta come condizione necessaria. 
In realtà non è semplicissimo giungere a questa conclusione in Italia, in quanto la formazione di un Governo deve partire da tre basi, peraltro in questi giorni supportate. Ovvero: Camera e Senato devono dare la fiducia; nel voto di fiducia i Sì devono essere più dei No; al Senato bisogna tener conto che gli astenuti si sommano ai No. 
Detto questo va sottolineato che un Governo per così dire di minoranza può formarsi in presenza di un accordo preventivo esplicito con altre forze politiche le quali, pur non facendo parte della maggioranza, consentono ai propri senatori di non partecipare al voto. Un’altra condizione necessaria è che l’opposizione non abbia un atteggiamento ostruzionista ma “responsabile”. 
Detto questo ricordiamo che in Italia si sono già verificati alcuni Governi di minoranza: nel luglio 1963 Giovanni Leone formò il suo primo Esecutivo con 255 voti alla Camera e 133 al Senato, mentre nel 1976 toccò a Giulio Andreotti, che al suo terzo mandato ottenne appena 136 voti al Senato e 258 alla Camera. 
In tempi più recenti, anche Berlusconi nel 1994 ha guidato un Esecutivo di minoranza, senza ottenere la maggioranza assoluta in Senato, ma si trattò di un’esperienza breve, seguita poi dalle dimissioni. 
E ancora: nel 1995 fu il turno di Lamberto Dini, che non ottenne la maggioranza assoluta alla Camera, mentre l’anno dopo D’Alema ottenne la fiducia di 177 senatori ma di soli 310 deputati.

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