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Controlli bancari, il Fisco incorre in un "triplo fiasco"

Va annullato l’accertamento se l’ufficio non ha alcuna prova che i versamenti del socio siano riferibili alla società


14/05/2018

di Salvina Morina e Tonino Morina


Il Fisco perde in primo grado, in secondo grado e in Cassazione. E meno male che dopo non ci sono altri gradi di giudizio. Per la Cassazione deve essere annullato l’accertamento dell’ufficio, relativo all’anno 2002, che non ha “provato” in alcun modo che i versamenti rilevati sui conti personali del socio e della figlia fossero effettivamente riferibili alla società (ordinanza 09212/2018, depositata il 13 aprile 2018). Dopo tre bocciature e dopo oltre 10 anni, il Fisco rimane con un pugno di mosche in mano e con una condanna al pagamento delle spese che la Cassazione liquida in 6mila euro per compensi, più 200 euro per esborsi e il 15% a titolo di spese forfettarie. Ecco i fatti. 

L’accertamento del Fisco - L’agenzia delle Entrate, direzione provinciale di Campobasso, a seguito di una verifica fiscale a una società a responsabilità limitata, con conseguente indagine bancaria sui conti correnti dell’amministratore della società e della figlia dell’amministratore, accerta, per l’anno 2002, maggiore imponibile a titolo di Irpeg (l’allora imposta sul reddito delle persone giuridiche), Iva e Irap. 
Contro l’accertamento, la società presenta il ricorso che viene accolto dalla Commissione tributaria provinciale di Campobasso, con conseguente annullamento dell’atto dell’ufficio. Contro la sentenza dei giudici di primo grado, l’ufficio presenta l’appello che viene respinto dalla Commissione tributaria regionale del Molise, in quanto, per i giudici di secondo grado, l’ufficio non ha “adeguatamente provato che i movimenti considerati sui conti esaminati fossero riferibili alla società”. 
Contro la sentenza della Commissione tributaria regionale del Molise l’ufficio, ostinatamente, presenta il ricorso in Cassazione, al quale la società replica con controricorso. L’ufficio riesce così a subire la terza bocciatura, perché anche la Cassazione rigetta il ricorso. Per i giudici di legittimità, al fine di contestare la fittizietà dei conti bancari a terzi, è sempre “necessario che l’agenzia provi che i conti, se pure a costoro intestati nella realtà, siano comunque utilizzati, anche in parte, per operazioni riferibili alla contribuente anche tramite presunzioni, sia pure senza necessità di provare altresì che tutte le movimentazioni di tali rapporti rispecchino operazioni aziendali (in termini, tra varie, Cassazione 21 aprile 2016, n. 8112, 13 giugno 2014, n. 13473)”. 
L’ufficio, nel caso in esame, “non ha dedotto elementi atti a consentire di affermare che i movimenti rilevati sui conti personali dell’amministratore e della figlia, della quale non è chiarita la qualità in seno alla società, fossero effettivamente riferibili a questa”. In conclusione, la Cassazione, confermando le bocciature dei giudici di merito, di primo e secondo grado, rigetta il ricorso dell’ufficio.

Le indicazioni del Fisco e gli insegnamenti della Cassazione - Al riguardo, va tenuto presente che l’agenzia delle Entrate si è occupata, nella circolare 32/E del 2006, della intestazione soggettiva fittizia dei conti, intesa come “strumento negoziale utilizzato in modo distorto per procurare al disponente un illecito risparmio di imposta”. Nella predetta circolare, relativamente ai rapporti intestati e alle operazioni effettuate esclusivamente da soggetti terzi, specialmente se legati al contribuente da vincoli familiari o commerciali, l’agenzia delle Entrate ha sottolineato la necessità che “l’ufficio accertatore dimostri che la titolarità dei rapporti come delle operazioni è ‘fittizia o comunque è superata’, in relazione alle circostanze del caso concreto, dalla sostanziale imputabilità al contribuente medesimo delle posizioni creditorie e debitorie rilevate dalla documentazione “bancaria” acquisita (in tal senso, Cassazione numeri 1728/1999, 8457/2001, 8826/2001 e 6232/2003)”. 
Anche la Suprema Corte aveva affermato, nella sentenza n. 16837 del 20 giugno 2008, che il ricorso alla presunzione legale non è ammissibile qualora l’ufficio non fornisca la prova della riconducibilità delle movimentazioni bancarie al soggetto sottoposto a controllo e che in nessuna disposizione normativa è rinvenibile una presunzione di riferibilità al contribuente indagato delle movimentazioni finanziarie dei rapporti intestati a soggetti collegabili allo stesso contribuente indagato solo in virtù di vincoli familiari o commerciali. In sede contenziosa deve, quindi, essere accertato il grado di fondatezza delle presunzioni gravi, precise e concordanti operate dagli uffici in ordine alla riferibilità al contribuente delle movimentazioni dei conti intestati a terzi soggetti. L’onere di provare che le risultanze dei conti dei terzi sono riconducibili al soggetto indagato incombe sull’Amministrazione finanziaria. Questa prova, di fondamentale importanza, non è stata fornita dall’ufficio che, come si è detto, ha subìto una triplice bocciatura, primo, secondo grado e Cassazione, non ha incassato nulla e deve anche rimborsare alla società circa 8mila euro per le spese di giudizio.

Autotutela “dimenticata” dagli uffici - La vicenda dimostra che la confusione fiscale è ai massimi livelli, probabilmente è anche il periodo peggiore degli ultimi venti anni e alcuni uffici, dopo che “parte” un accertamento, hanno poi paura di annullarlo in autotutela.  È vero che l’evasione c’è ed è tanta, ma il recupero dell’evasione deve essere fatto con “correttezza ed efficienza” nei confronti dei veri evasori; se si sbaglia bersaglio e si disturba ingiustamente un cittadino, gli uffici devono annullare subito in autotutela gli atti sbagliati. Semplice, ma difficile per alcuni funzionari che trattano ancora i cittadini come sudditi e, in ogni caso, come sicuri evasori.

Prosegue la guerra tra guardie (Fisco) e ladri (contribuenti) - Per il Fisco, i contribuenti sono sempre evasori, a prescindere. Ed è anche per questo che, al di là delle chiacchiere, “compliance” e altre belle parole, non si riesce a mettere la parola fine all’eterna guerra tra guardie (il Fisco) e ladri (i contribuenti). Ci vuole più lealtà e collaborazione tra Fisco e contribuenti. Interesse di tutti, Fisco e cittadini, è che si cerchi l’evasione dove c’è ricchezza, nei confronti dei veri evasori, senza disturbare inutilmente i cittadini che hanno commesso errori formali senza però avere evaso nulla.

Il contenzioso è diventato “il gioco dell’oca” - Purtroppo, alcuni uffici costringono il contribuente a fare ugualmente i tre gradi di giudizio, prima la commissione tributaria provinciale, poi quella regionale e infine la Cassazione, trasformando così il contenzioso nel “gioco dell’oca”. A ogni sentenza favorevole per il contribuente, segue il ricorso dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Ma gli uffici se ne lavano le mani, lasciando fare ai giudici. Insomma, almeno dieci anni di sofferenze per i contribuenti. 
Questo modo di operare è sbagliato, per la ragione che, in caso di errore dell’ufficio, il cittadino merita rispetto e l’atto sbagliato va annullato in autotutela senza perdere tempo. L’annullamento dell’atto errato non è un optional, ma va fatto senza indugi ogni volta che ne ricorrono i presupposti. In alcuni uffici, purtroppo, la parola d’ordine “ridurre il contenzioso” viene letta al contrario, come se fosse scritta “moltiplicare il contenzioso”. In tutta questa confusione, le uniche persone che ci guadagnano sono i difensori dei contribuenti. E alla fine quelli che ci perdono sono gli uffici delle Entrate e i cittadini, cioè la collettività.

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