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Controllo della finanza pubblica: la via maestra per affrontare il sentiero stretto dell’emergenza

Secondo Pier Carlo Padoan è necessario rafforzare i fondamentali e la crescita. E spiega come farlo, perché ne abbiamo le potenzialità


16/03/2020

di Dino Pesole*


Il nostro Paese ha le energie e le potenzialità per superare l’attuale fase recessiva in cui è nuovamente piombata l’economia italiana per effetto della grave emergenza sanitaria causata dall’epidemia da coronavirus. Per farlo, occorre “fare sistema”, remare tutti nella stessa direzione e gli italiani stanno mostrando di reagire con forza, uniti, con spirito di comunità. 
Si tratta di osservazioni, riflessioni offerte dalla strettissima attualità, ma che valgono per tutte le crisi recenti e passati cui il nostro paese ha dovuto far fronte. Nel libro-intervista con Pier Carlo Padoan, dal titolo Il sentiero stretto e oltre (pagg. 150, euro 14,00), pubblicato dal Mulino, si possono trarre non pochi spunti per provare a volgere lo sguardo oltre l’emergenza che stiamo vivendo, e cominciare a immaginare un futuro di ritrovata prosperità e unità nazionale. 
La storia italiana dal secondo dopoguerra in poi lo dimostra in modo chiaro e con l’evidenza dei notevoli progressi che l’economia nazionale è stata in grado di conseguire nel corso dei decenni, soprattutto negli anni del “boom economico” della fine degli anni Cinquanta e della prima metà degli anni Sessanta. In anni recenti - il libro lo segnala in più punti - l’economia italiana era uscita a fatica dalla crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Stati Uniti, con effetti a cascata sull’intero scenario globale. 
Nel 2017 il Pil era cresciuto dell’1,6%. L’avanzo primario, indicatore fondamentale per la sostenibilità della finanza pubblica, si era attestato all’1,4%. Il deficit si era ridotto al 2,4% del Pil ed era sceso all’1,9% al netto degli interventi diretti al sostegno del sistema bancario, contro il 2,5% del 2016. Il debito pubblico era stato pari al 131,2% del Pil, rispetto al 131,4% del 2016. Dopo una recessione che ha portato via nove punti di prodotto, la strada imboccata sembrava quella giusta. Poi si è formato il primo governo Conte, con una maggioranza composta da Lega e Movimento Cinque Stelle, cui è seguita (dopo la crisi dell’agosto 2019) la formazione del governo Conte 2 sostenuto da Pd e Movimento cinque stelle. 
Dalla seconda metà del 2019, il ciclo economico internazionale ha cominciato a deteriorarsi, per effetto di alcuni fattori concomitanti: la “guerra dei dazi” messa in campo dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, la Brexit, il drastico rallentamento dell’economia tedesca. Il 2020 si è aperto con lo spettro di un’ulteriore rallentamento dell’economia internazionale. Poi si è abbattuta come un fulmine sullo scenario globale l’epidemia da coronavirus, esplosa in Cina con effetti immediati sulla crescita e l’attività produttiva del gigante cinese (che ha lasciato sul campo almeno un punto di Pil) e a cascata sul resto del pianeta con effetti particolarmente dirompenti in Europa.


Ancora una volta, ci si è resi conto che la costruzione europea si fonda su basi fragili. Le pagine di questo libro ci aiutano a entrare direttamente all’interno dei meccanismi e delle dinamiche che dominano i rapporti tra i singoli Stati e la Commissione europea. Chiavi di lettura utili anche a comprendere quanto sta avvenendo nel nostro Paese in questi mesi. 
L’obiettivo è quello di offrire al lettore una serie di chiavi interpretative su argomenti complessi che hanno effetti diretti su tutti noi.  A esporle è un personaggio di primo piano della politica e dell’economia italiana che per oltre quattro anni è stato alla guida del ministero dell’Economia, dal 24 febbraio 2014 al 1° giugno 2018, vissuti tra i faticosi epigoni della crisi esplosa nel 2008, crisi bancarie potenzialmente esplosive in una legislatura in cui si è provato a riscrivere parte rilevante della nostra Costituzione. 
Il sentiero, già stretto prima ancora dell’esplodere della crisi sanitaria ed economia originata dal coronavirus, rischia di farsi ancora più angusto per un Paese che deve fare i conti con un debito pubblico pari a oltre il 135% del Pil. Ma si può e si deve andare oltre, attraverso uno sforzo congiunto che chiami in causa le migliori energie del Paese, all’interno di una nuova stagione di concreta cooperazione e rinnovata solidarietà a livello europeo. 
Andare oltre il sentiero stretto significa aver ben chiaro, una volta superata l’emergenza, che la via maestra resta quella del controllo della finanza pubblica e del sostegno alla crescita stabile e inclusiva, attraverso un mix di riforme strutturali in grado di aggredire alla radice i nodi che bloccano la produttività del nostro sistema economico, di investimenti mirati in innovazione e infrastrutture materiali e immateriali e di interventi diretti alle fasce più deboli della popolazione. 
Lo stiamo verificando in queste difficili settimane. Un debito pubblico che impone di emettere titoli di Stato per oltre 400 miliardi l’anno e che ha raggiunto l’astronomica cifra di 2.300 miliardi, pari al 131% del Pil rende la nostra economia estremamente vulnerabile agli shock esterni. E richiede una gestione attenta dei conti pubblici perché il sottile filo della fiducia (indispensabile per i mercati che quel debito sono chiamati a finanziare) si può interrompere in modo anche repentino. Bisogna coniugare la disciplina di bilancio con spazi per la crescita. Una crescita che sia sostenibile, ricca di occupazione e inclusiva. L’urgenza assoluta è recuperare competitività, far ripartire l’economia, ridurre le tasse senza alterare gli equilibri di bilancio, affrontare i nodi strutturali che frenano lo sviluppo: dall’apertura al mercato di interi settori economici che operano tuttora in regime di sostanziale monopolio, al nodo fondamentale del riordino della macchina pubblica. E occorre investire in innovazione, formazione, ricerca. Per far crescere l’economia, non basta la spinta dal lato della domanda. Occorre anche far crescere il Pil potenziale. Qui entrano in gioco l’impatto delle riforme, i tempi di attuazione, certo anche gli investimenti pubblici. 
Dalle pagine del volume emerge chiaramente che il primo obiettivo della politica deve essere quello di rafforzare i fondamentali e la crescita. Certo l’emergenza impone ora interventi di carattere straordinario. Quando saremo tornati in una situazione di normalità, occorre convogliare gran parte delle risorse disponibile nel creare le condizioni per una crescita finalmente inclusiva. Già prima dell’esplodere della nuova emergenza sanitaria ed economica, era del tutto evidente - nel libro se ne offre un’ampia argomentazione - che l’agenda europea va aggiornata in fretta. Una delle proposte avanzate da Padoan è di mettere in campo strumenti come l’assicurazione contro la disoccupazione a livello europeo o quanto meno per l’Eurozona. Ma si possono immaginare altri strumenti, che consentano di garantire non solo un progressivo inserimento nel mercato del lavoro, ma anche un meccanismo di alternanza scuola-lavoro a livello europeo, favorendo mobilità, istruzione, innovazione. Il tutto con finanziamenti europei adeguatamente rafforzati. Questo serve all’Europa, non solo all’Italia. 
L’analisi nel libro si concentra sugli effetti prodotti dalla politica protezionistica messa in campo da Donald Trump “che punta a sostituire le relazioni multilaterali con quelle bilaterali. E gli effetti del nuovo protezionismo già si sono visti in termini di minore crescita globale”. È bene spazzare via l’idea che la soluzione sovranista possa essere accettabile. Sovranismo significa il rifiuto del modello di integrazione. Le divisioni in Europa si accentuano. La tesi esposta nel volume è che “in qualunque modo lo si declini, il sovranismo non può che condurre al disastro economico, sociale e politico, diversamente da un approccio di cooperazione. La nuova emergenza che stiamo affrontando lo dimostra chiaramente. 
L’Italia ha le potenzialità per invertire la tendenza negativa sull’andamento della produttività, in particolare quella di lungo termine. Ciò richiede che la formula “riforme strutturali”, di per sé piuttosto generica, vada tradotta in misure concrete e che le singole misure siano valutate anche per come contribuiscono all’impatto di una strategia generale, tenendo conto del quadro macroeconomico in cui agiscono. Occorre portare il ritmo della crescita effettiva e potenziale a valori auspicabilmente vicini a quelli degli anni migliori della fine del secolo scorso. 
Ciò è del tutto possibile, se si considera che le nuove tecnologie legate alla digitalizzazione, alle biotecnologie e alle scienze umane costituiscono il presupposto per un balzo in avanti della produttività. Ma vanno attuate le politiche giuste. Obiettivo strategico per il nostro paese deve essere quello di rendere moderno ed efficiente il sistema scolastico e universitario: è una riforma strutturale fondamentale. Lo snodo mercato del lavoro, innovazione e nuove tecnologie è anche quello in cui si intrecciano le riforme di prima e di seconda generazione. Le riforme strutturali hanno bisogno di essere veicolate attraverso gli investimenti. Il miglioramento dell’ambiente economico incide positivamente sulle decisioni di investimento, perché aumenta le opportunità di profitto e diminuisce i costi di gestione. La sfida delle nuove tecnologie richiede quindi un potenziamento dell’azione riformatrice a tutto campo, sfruttando il fatto, ben documentato, che le riforme si rafforzano reciprocamente. L’agenda nazionale deve andare di pari passo con le riforme a livello europeo.

*Editorialista de Il Sole 24 Ore

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