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Coronavirus: in Italia Pil giù dall’1 al 3% a seconda del trend dell’epidemia

Per Ref Ricerche il Covid-19 ci potrebbe costare fra i 9 e i 27 miliardi tra danni e mancati ricavi


02/03/2020

di Giambattista Pepi


Tra i 9 e i 27 miliardi di euro tra danni emergenti e mancati ricavi, pari all’1% o al 3% (nella peggiore delle ipotesi): è la stima delle ricadute negative sul Pil causate dall’epidemia del Covid-19 e dalle misure di contrasto dell’emergenza sanitaria adottate dallo Stato formulate da Ref Ricerche sulla base delle informazioni fornite da associazioni di categoria e imprese. Gli effetti economici dipenderanno dall’evoluzione dell’epidemia e questo spiega l’incertezza sulle prospettive, precisa il team di analisti di Milano coordinati dall’economista Fedele De Novellis. 
Anche i canali di trasmissione presentano elementi di novità rispetto a situazioni analoghe del passato. Stiamo attraversando la prima epidemia dell’epoca dei social media e questo non può che amplificare l’effetto delle notizie, provocando mutamenti repentini delle aspettative. Ma è anche la prima epidemia dell’epoca dello smart working, cioè del telelavoro, un modo per favorire la prosecuzione dell’attività assecondando l’esigenza di limitare i contatti personali. È, infine, la prima epidemia dell’epoca di Amazon e degli acquisiti online, un altro modo per ridurre la frequenza dei contatti senza alterare troppo le decisioni di acquisto, almeno per alcuni prodotti. 
Secondo le valutazioni del Centro studi Ref, l’epidemia e, soprattutto, le misure adottate per contenerla causeranno nel breve termine un minor Pil compreso tra 9 e 27 miliardi, a seconda delle ipotesi adottate sull’entità delle perdite (e dei guadagni) nei diversi settori. 
La stima considera l’impatto diretto della diffusione del virus nelle regioni, con effetti sia immediati che di lunga durata, a seconda del settore merceologico considerato. 
A questo proposito va detto che Lombardia e Veneto, le regioni dove finora sono stati registrati il maggior numero di persone contagiate e di decessi e nelle quali sono state adottate le misure di contenimento più drastiche (sono stati sigillati dieci comuni del Lodigiano in Lombardia ed uno nel Veneto, Vo’ Euganeo) intercettano il 31% del Prodotto interno lordo nazionale. Aritmeticamente, una contrazione del 10% del Pil in queste due regioni equivale alla diminuzione del 3% di quello dell’intero Paese. 
La flessione per l’intera economia stimata, come detto, va da un -1% a un -3%. Sono variazioni cumulate nel primo e nel secondo trimestre dell’anno. Infatti, la scoperta dei primi casi, le misure di contenimento e la diffusione della paura tra la popolazione sono avvenuti nell’ultima decade di febbraio e quindi incideranno solo su una parte del primo trimestre, mentre dispiegheranno pienamente i loro effetti nel secondo. 
La stima - precisa Ref Ricerche in una nota - si basa su una valutazione degli effetti sui singoli settori, raggruppati in quattro categorie in base al range di probabile variazione del rispettivo valore aggiunto e poi calcolando il peso di queste categorie sul Pil complessivo. 
Il primo gruppo comprende quei settori che vedono aumentare tra il 2 e il 6% la loro attività in conseguenza dell’epidemia virale: farmaceutica, igiene della persona e della casa e i servizi connessi allo smart working e alle video conferenze; il suo peso è dell’8,5%. Il secondo gruppo è di gran lunga il più importante (vale il 54,6% dell’intera economia) e non patisce sostanziali variazioni di attività a causa del virus. Il terzo gruppo incide per il 25,1% e patisce una contrazione produttiva limitata (al più del 4%). Infine, c’è l’insieme dei settori che stanno subendo contraccolpi molto forti (tra -10% e -40%) ma che hanno un peso contenuto (11,7%): dalla filiera del turismo all’insieme delle attività legate a centri di aggregazione. 
Dalla somma ponderata risulta una diminuzione del Pil compresa tra -1% e -3%. 
“Queste stime - spiegano gli analisti - hanno un alto grado di congettura, tuttavia fanno comprendere in modo chiaro e realistico l’entità del danno che l’Italia sta subendo”. 
Alcune di queste flessioni potranno essere recuperate: l’attività potrà tornare rapidamente ai livelli che si sarebbero avuti senza l’epidemia. Altre, invece, sono destinate a durare a lungo, per esempio quella patita dal turismo per lo stigma che il Paese ha subito. Infine, altre potrebbero non tornare più, sia a causa della chiusura di imprese se la caduta di attività dovesse protrarsi, sia per il cambiamento di comportamento dei consumatori (per esempio, il maggior ricorso agli acquisti online). 
Rispetto alle tendenze qui prospettate, possono essere anche avanzate ipotesi diverse, tanto in direzione migliorativa quanto in direzione peggiorativa. 
L’ipotesi più favorevole si collega innanzitutto all’eventualità di una soluzione rapida e favorevole dell’epidemia, ad esempio per effetto di una riduzione dei casi con l’approssimarsi della stagione primaverile e nell’eventualità di progressi nelle ricerche volte alla produzione di un vaccino. 
Lo scenario più negativo si materializzerebbe, invece, a seguito dell’estensione dell’epidemia ad un numero crescente di paesi, che condurrebbe ad estendere i blocchi produttivi ed aumentare il numero delle filiere che andrebbero incontro all’azzeramento delle scorte di semilavorati.

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