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Coronavirus: l’informazione ha svolto un ruolo decisivo e prezioso, certo, ma anche con diversi errori al seguito. Necessario quindi un esame di coscienza sui cambiamenti da fare


01/04/2020

di Vittorio Roidi*


Salvarsi dal virus e poi? Cosa verrà dopo? Tutti dovranno riflettere: il Governo, le Regioni, i sindaci e gli ospedali che si sono dimostrati impreparati e in parte impotenti. Tutti, passata la tragedia, dovranno fare i conti con l’accaduto. Tutti dovranno guardare al futuro con una mentalità diversa. Nulla sarà più come prima, perché l’epidemia avrà lasciato il segno. Morti, sofferenze, paure. Donne e uomini che avranno alle spalle una vicenda capace di sconvolgere e di cambiare le certezze in incertezze. 
Tutti avranno imparato qualcosa, anche i giornalisti. Ci saranno mille questioni sulle quali riflettere: quei cronisti mandati negli ospedali senza mascherine né esperienza; quelle decine di pagine zeppe di numeri, storie, terapie intensive e camion pieni di bare; quei programmi televisivi in cui ogni intrattenitore si collegava con un virologo; quei bollettini delle ore 18 che tutti aspettavano, ma che nessuno era pronto a trasformare in numeri leggibili, per raffrontarli sullo schermo con il giorno precedente; quei tg Rai in gara fra loro mentre l’azienda possiede una testata addetta a sfornare news “h 24”; quei conduttori che mitragliavano le notizie dei medici morti in corsia senza capire che occorrevano un linguaggio, un tono, una tecnica adeguati. 
Quante volte un giornalista ha chiesto “Lei ha paura?” a un infermiere collegato per telefono? Non è tempo di dare voti, certo. Molti ci hanno messo impegno, ma sono tante le cose sulle quali sarà necessario riflettere. Ciascuno per sé, ovviamente. E certo per prima la Rai, che è azienda di servizio, al 51 per cento di proprietà dello Stato. 
L’informazione ha svolto un ruolo decisivo, in queste settimane è stata preziosa, pur con errori e difficoltà. Esistono questioni professionali ed altre più generali, che potranno avere conseguenze profonde sul giornalismo del dopo-virus. Sono gli organismi di categoria che le dovranno affrontare. Esaminiamone solo due. 
Il cosiddetto lavoro da casa. La dizione inglese, smart working, per la verità è più ampia, indica un modo di lavorare intelligente, furbo, sveglio. Dire “da casa” significa che si può fare senza andare in redazione. Se gli editori e i giornalisti volessero sfruttare a fondo questa modalità la nostra professione cambierebbe parecchio. Ne avrebbero interesse tutti: le imprese potrebbero sostenere che se un redattore scrive da casa questa comodità dovrebbe implicare una variazione contrattuale (remunerazione, orario di lavoro ecc) di notevole entità. Anche molti giornalisti ne converrebbero, accettando magari uno stipendio più basso. 
Negli ultimi anni, per una serie di ragioni, nel nostro settore il lavoro autonomo si è già molto affermato. Figuriamoci cosa potrebbe accadere se molti redattori potessero lavorare in remoto. Perfino il presidente nazionale dell’Ordine ha consigliato ai colleghi di consumare un po’ meno la suola delle scarpe, per non correre rischi. Di fronte al blocco imposto dal Governo ci sono articoli che si possono scrivere anche contattando le fonti per telefono. Perché non farlo anche domani? E’ evidente che se tutto ciò prendesse piede un simile giornalismo “seduto” – che già in parte ha scavalcato quello “sul posto” – provocherebbe un declino della professione, fondata, prima di ogni altra cosa sul dovere di vedere cosa è successo, per osservare, ascoltare, capire. 
Che il Signore ce ne scampi! Che non ci tocchino editori intenzionati a sostenere che il buon giornalismo si può fare stabilmente usando lo smartphone. La redazione, fulcro e fucina del prodotto editoriale, ne uscirebbe spappolata, la professione polverizzata, concentrata sull’individuo anziché sul gruppo operativo. 
La seconda questione è quella che potremmo definire più “politica” perché riguarda la natura anche giuridica del lavoro giornalistico rispetto alla collettività. In questi mesi drammatici il Governo, dovendo fare delle restrizioni, ha inserito l’informazione fra le attività indispensabili, quelle che non potevano essere fermate neppure di fronte alla pandemia. Ebbene, da questa affermazione scaturisce un primo effetto: l’informazione giornalistica è un servizio pubblico che deve essere garantito dallo Stato. Come? Si pone una girandola di risposte. Certo, non attraverso giornali sovvenzionati dallo Stato, ma per mezzo di norme, previsioni, aiuti, condizioni (finanziarie, fiscali, ecc.) che le istituzioni potrebbero creare affinché i notiziari – autonomi, liberi, veritieri, pluralistici – venissero prodotti e offerti alla collettività. 
Tuttavia, perché ciò sia possibile occorrerà per prima cosa approvare quello che da anni è stato chiamato lo “statuto dell’impresa editoriale”, le caratteristiche e le regole per le aziende che vogliono fare informazione e produrre questo bene essenziale per la democrazia. E’ stato proposto molte volte (ricordiamo, ahimé!, le battaglie di Angelo Agostini) e adesso è tempo che la democrazia faccia in modo che l’informazione non sia preda del libero mercato (i miliardi, la pubblicità, gli interessi privati), ma sia garantita esattamente come avviene per i beni preziosi, l’aria, l’acqua, il pane. 
Queste e tante altre sono le cose sulle quali occorrerà presto riflettere. La Fondazione Murialdi è un ente costituito da Fnsi, Ordine, Inpgi, Casagit che, fin dalla nascita, ha posto nel proprio programma, accanto agli studi storici, quelli del futuro dell’attività giornalistica. È dunque l’organismo già di proprietà dei giornalisti adatto ad organizzare un tavolo permanente (e unitario) attorno al quale sedersi. In passato la categoria ha sempre saputo studiare e proporre, grazie all’ autonomia che pretende e rivendica, i mutamenti necessari al proprio sviluppo. Ecco un altro momento in cui sarà chiamata a farlo.

*Professione Reporter

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