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Così si sacrificarono le Portatrici nel corso della Prima guerra mondiale, perché “niente poteva essere più come prima”

Una storia vera e dimenticata: quella delle donne, in alcuni casi anziane se non addirittura bambine, che aiutarono i nostri soldati al fronte. A raccontarcela la penna gratificante di Ilaria Tuti


27/07/2020

di LUCIO MALRESTA


“Una storia vera e dimenticata; una voce di straordinaria potenza; una protagonista che rimarrà a lungo nel cuore e nella mente dei lettori”. In altre parole quello che non ti aspetti da Ilaria Tuti, una penna capace di dettare legge nel mondo del giallo, che si era imposta al suo debutto con Fiori sopra l’inferno (un caso editoriale alla Fiera di Francoforte, con diritti venduti in una ventina di Paesi, fra i quali Inghilterra, Francia, Spagna e Germania) per poi confermarsi con Ninfa dormiente, lavori entrambi cuciti a maglie strette sulla figura del commissario Teresa Battaglia. Una donna che è più di una protagonista “è una luce piena di ombre, uno spazio dentro il nostro cuore” come ha tenuto a ritrarla quel geniaccio di Donato Carrisi. 
Di fatto una persona vera, attaccata alla sua terra, dal carattere forte. Una poliziotta a ridosso della pensione, burbera quanto empatica, dalla battuta pungente, supportata da un gratificante senso materno pur non essendo mai diventata madre. Una figura razionale e tenace, in lotta con i chili di troppo, il diabete e i primi sussulti della mente; una guerriera disposta a farsi pilotare dall’istinto e pronta a bordate di severità nei confronti dei suoi sottoposti, salvo poi prendersene cura. Di fatto un commissario - ha avuto modo di annotare l’autrice - che “soffre e combatte battaglie personali proprio fra le mie righe. E pagina dopo pagina sento di crescere accanto a lei”. Una protagonista che è in predicato, supponiamo il prossimo anno, di proporsi nella sua terza indagine. 
Ma allora perché quello che non ti aspetti in Fiori di Roccia (Longanesi, pagg. 320, euro 18,80), un lavoro che con la narrativa di settore c’entra come i cavoli a merenda?  Perché in questo modo, attraverso la voce di Agata Primus, l’autrice ha voluto regalare ai lettori “un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne”, dando vita a una storia profonda e autentica, illuminata da una sensibilità “matura e generosa”. 
In altre parole “omaggiando il coraggio e la resilienza delle donne, la capacità di abnegazione di contadine umili ma forti nel desiderio di pace; donne pronte a sacrificarsi per aiutare i militari al fronte durante la Prima guerra mondiale”. E visto che la storia si è dimenticata delle Portatrici per molto, troppo tempo, la Tuti, con questo romanzo, “ce le restituisce per ciò che erano e per ciò che ancora sono: indimenticabili”. 
Pochi sanno infatti che “durante la guerra del 1915-18 bambine, donne, anziane scalavano le montagne per raggiungere i soldati al fronte, pronte a portare loro viveri, medicinali, munizioni e tutto ciò di cui potevano avere bisogno. Il viaggio di ritorno spesso era più triste perché le Portatrici erano costrette a portare barelle con i soldati feriti o, molte volte, da seppellire. La guerra inghiottì la vita di tante donne, totalmente votate al fronte, attente ai richiami di avviso, alle missioni da compiere in segreto. Questo compito spettava soprattutto a quelle figure femminili che vivevano vicino alle vallate più battute dalla guerra e verso le cime il loro sguardo andava continuamente perché lì combattevano i loro uomini. E lì sentivano di dover andare”. Sta di fatto che Ilaria Tuti, con Fiore di roccia, ci racconta una storia bellissima, una storia che vale la pena di ricordare. 
State a sentire: “Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche chi è rimasto nei villaggi, mille metri più in basso. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame. Questa guerra - rimugina Agata, di mestiere contadina - mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riempiono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. 
“Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata, correndo ogni mattina ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle sino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione. Risaliamo per ore, nella neve che arriva fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. Il nemico, con i suoi cecchini - diavoli bianchi, li chiamano - ci tiene sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre ci arrampichiamo con gli scarpetz ai piedi. 
“Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i fiori di roccia. Fiori aggrappati con tenacia alla montagna. Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci in via. Ho visto il coraggio di un capitano costretto a prendere le decisioni più difficili. Ho conosciuto l’eroismo di un medico che, senza sosta, fa quel che può per salvare vite. I soldati ci hanno dato un nome, come se fossimo un vero corpo militare: siamo Portatrici, ma ciò che trasportiamo non è soltanto vita. Ma oggi ho incontrato il nemico. Per la prima volta, ho visto la guerra attraverso gli occhi di un diavolo bianco. E ora so che niente può più essere come prima”. 
Detto del libro, spazio all’autrice. Come ha avuto modo di raccontarci lei stessa parlando del suo romanzo d’esordio, Ilaria Tuti è nata il 26 aprile 1976 a Gemona, in provincia di Udine, dove tuttora vive con la famiglia, in primis la piccola Jasmine; lei che da ragazzina voleva fare la fotografa, ma che avrebbe studiato con profitto Economia e commercio a Udine, laureandosi con 110 “ma senza lode”, in quanto con “mamma non si poteva scherzare: è sempre stata infatti molto disponibile, ma intransigente sullo studio”. Lei che si propone un po’ introversa, in ogni caso riflessiva e pacifica, certamente una buona forchetta che non disdegna un bicchiere di vino quando si trova in compagnia degli amici; lei che, pur vivendo ai piedi delle Prealpi (o forse proprio per questo), adora il mare (“Il mio sogno? Quello di abitare in una casa affacciata sull’Adriatico”). 
Lei che nel tempo libero, complice la passione per la pittura (“Ritratti a olio su tela e non solo”), ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice; lei che secondo alcuni ha gusti discutibili in fatto di musica, anche se a lei non sembra (“Mi piacciono le melodie, a partire dalle colonne sonore dei film”); lei che si rammarica di essere stonata, “tanto è vero che, a sei anni, non mi vollero nel coro del paese, mentre accettarono la mia amichetta. Un rifiuto che mi costò parecchio e che ho impiegato diverso tempo a superare”. 
E ancora: lei che adora leggere (con un debole dichiarato per Donato Carrisi, Stephen King, Jeffrey Deaver, Joe R. Lansdale e le poesie di Alda Merini), ma anche fare lunghe passeggiate accompagnata dai suoi due cani (“Gingi e Gianni”, due femmine a dispetto del nome); lei che, da bimba, aveva iniziato a scrivere storielle nel suo diario, quello “lucchettato”, per poi passare in seguito a qualche raccontino. Quindi il blackout per un lungo periodo, “sin quando dieci anni fa ho ripreso la penna in mano per dare vita a un noir. Ferma restando la mia vicinanza alla fantascienza, una vecchia passione sia narrativa che travasata sul grande schermo…”. 
Con un sogno nel cassetto, peraltro ancora in divenire: quello di dare voce a un delitto della camera chiusa ambientato in una stazione spaziale: “Sarebbe bellissimo, ma la mole di studi e ricerche per poterlo realizzare al momento risulta per me impossibile. Certo, si tratterebbe di una sfida divertente, ma non sono ancora pronta. E non voglio fare figuracce…”. 

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