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Cosa è disposta a fare una madre disperata pur di riavere la figlia rapita?

Dalla penna di Adrian McKinty un thriller ad alta tensione. A seguire un delitto in musica di Franco Pulcini mentre Caterina Emili ripropone il suo Vittore Guerrieri


30/09/2019

di Mauro Castelli


Davvero una piacevole sorpresa la scrittura, avvolgente e trascinante, di Adrian McKinty, una delle voci più originali che abbia partorito l’Irlanda del Nord. A fronte di una penna che si nutre di originalità e un senso del crime che non è patrimonio di molti, pronta a generare - per dirla con le parole di Tana French - “una scrittura acuta, intelligente e ricca di un umorismo nero, da assaporare pagina dopo pagina”. Una scrittura che si rifà a una storia nera quanto intrigante che cattura il lettore giocando sulla suspense e sui colpi di scena. 
Tutto questo in The Chain (Longanesi, pagg. 346, euro 19,50, traduzione di Alberto Pezzotta), un thriller “diabolico e inquietante, spaventoso e travolgente” in via di pubblicazione in 35 Paesi e che ha beneficiato degli apprezzamenti di una lunga schiera di numeri uno, come Stephen King, Don Winslow, Lee Child (“È così bravo - ha ironizzato - che sto seriamente iniziando a odiarlo”), Dennis Lehane, Ian Rankin, Alafair Burke… Un libro uscito a luglio, nonostante l’autore avesse deciso, nel 2017, di smettere di scrivere dopo essere stato sfrattato dalla sua casa in affitto. Ma alla fine era stato convinto a fare un altro tentativo dopo che Don Winslow lo aveva raccomandato al suo agente, lo sceneggiatore e produttore Shane Salerno. Con il risultato di pubblicare The Chain e balzare ai vertici delle classifiche di vendita sia del New York Times che del Sunday Time
Per la cronaca McKinty è nato a Belfast negli anni del conflitto nord-irlandese (e più precisamente nel 1968), quarto di cinque figli di un ingegnere che costruiva caldaie e di una segretaria. Dopo essere cresciuto a Carrickfergus, sulla costa orientale della contea di Antrim, avrebbe studiato legge all’università di Warwick e Filosofia a Oxford. Quindi si sarebbe trasferito negli Stati Uniti (oggi abita a New York con la moglie e i due figli) per insegnare inglese alle superiori in un istituto di Denver, in Colorado, ma dopo aver svolto svariati mestieri per tirare avanti: guardia di sicurezza, barista, impiegato, allenatore di rugby, venditore porta a porta e bibliotecario per la Columbia University Library. 
Narrativamente parlando, McKinbty aveva debuttato sugli scaffali nel 1998 con Orange Rhymes With Everything, per poi guadagnarsi le luci della ribalta cinque anni dopo con Dead I Well May Be, romanzo (il primo di una trilogia dedicata al personaggio di Michael Forsythe) selezionato per il Dagger Award e opzionato per il grande schermo dalla Universal Pictures. E di riconoscimenti, strada facendo e a fronte di una ventina di libri, se ne sarebbe portati a casa diversi altri, come l’Edgar, il Ned Kelly, l’Anthony e il Barry Award. Ma sempre battagliando con le scarse vendite… 
Detto questo, spazio all’ansiogena trama di The Chain, peraltro ben riassunta nella sinossi: “Mi chiamo Rachel Klein e fino a pochi minuti fa ero una madre qualunque, una donna qualunque. Ma adesso sono una vittima. Una criminale. Una rapitrice. È bastato un attimo: una telefonata, un numero occultato, poche parole. Abbiamo rapito tua figlia Kylie (di tredici anni). Segui le istruzioni. E non spezzare la Catena (come da titolo), oppure tua figlia morirà. La voce di questa donna che non conosco mi dice che Kylie è sulla sua macchina, legata e imbavagliata, e per riaverla non sarà sufficiente pagare un riscatto (che peraltro - aggiungiamo noi - non se lo può permettere). Perché non è così che funziona la Catena”. 
Insomma, “devo anche trovare un altro bambino da rapire. Come ha fatto lei, la donna con cui sto parlando: una madre disperata, come me. Ha rapito Kylie per salvare suo figlio. E se io non obbedisco agli ordini, suo figlio morirà. Ho solo ventiquattro ore di tempo per fare l’impensabile. Per fare a qualcun altro ciò che è stato fatto a me: togliermi il bene più prezioso, farmi precipitare in un abisso di angoscia, un labirinto di terrore da cui uscirò soltanto compiendo qualcosa di efferato. Io non sono così, non ho mai fatto niente di male nella vita. Ma non ho scelta. Se voglio salvare Kylie devo perdere me stessa”. 
E questo è quanto. Salvo ricordare che questo romanzo - di graffiante lettura e dal taglio cinematografico - diventerà presto un film prodotto dalla Paramount.


A questo punto voce ai protagonisti della nostra narrativa, proponendo in primis la penna del “coltissimo Franco Pulcini, una biblioteca vivente - secondo Natalia Aspesi - della musica e della storia della Scala”. Lui giornalista, saggista, musicologo, traduttore, autore di documentari, direttore editoriale del Teatro alla Scala e docente di Storia della musica al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano (“Insegnare credo sia stata la cosa più importante che abbia fatto per la società”); lui sposato con Rita, con la quale condivide la passione per la musica, per l’arte e soprattutto per il mare; lui caratterialmente tranquillo, ma non freddo e indifferente (“Semmai a volte faccio il finto tonto”); lui capace, se necessario, di dire no con semplicità e naturalezza. 
Lui che, avendoci trovato gusto nel dare alle stampe al suo primo giallo (Delitto alla Scala, appunto), ha ora cambiato casacca, passando dall’editrice Ponte alle Grazie alla Marcos Y Marcos, per la quale ha scritto Delitto al Conservatorio. Il commissario Abdul Calì indaga nel mondo dei bambini prodigio (pagg. 412, euro 18,00). Romanzo dove a tenere la scena è un poliziotto siciliano di origini tunisine che, da quando era nato, ha sempre dovuto fare i conti con il suo aspetto arabo, anche se la madre Yasmina e il papà Vito, gli avevano insegnato a non prendersela. Se non altro “per non dare soddisfazione”. 
E ora Abdul, “un tipaccio tarchiato che sembra il piastrellista di un’impresa edile magrebina”, è uno stimato dirigente della squadra mobile di Milano, sposato con Viola, una insegnante di pianoforte che aveva lavorato alla Scala e che, sul lavoro si avvale di un collaboratore, Pippo Sciuto, considerato da tutti uno sprovveduto credulone. 
Cosa succede in questa storia è presto detto: un celebre maestro di pianoforte ultracinquantenne, specializzato in bambini prodigio, viene trovato morto nel suo studio. L’autore materiale del delitto è un black mamba, un serpente velenosissimo che gli era stato spedito per posta (“Un’evoluzione etologica del pacco bomba”, annota ironicamente l’autore). 
Tre i motivi per i quali il caso viene assegnato al nostro commissario: in primis perché aveva risolto un altro misterioso omicidio musicale (quello appunto di un direttore d’orchestra pugnalato al cervelletto su un terrazzino della Scala, il Palazzo simbolo della musica nel mondo firmato fra il 1176 e il 1778 da Giuseppe Piermarini), poi perché la moglie insegna pianoforte, infine perché abita a due passi dal luogo del delitto. 
A questo punto Calì, mentre stanno per iniziare le eliminatorie della Piano World Cup-Prodigy Child al Conservatorio di Milano, si mette a interrogare gli sponsor, gli aspiranti giurati e gli ambiziosi genitori dei piccioli geni arrivati da tutto il mondo. Rendendosi ben presto conto che, pur sullo sfondo di musiche grandiose, a tenere banco sono le tante, troppe meschinità terrene. 
Sta di fatto che, per arrivare al suo scopo, si muoverà con il piedino del gatto. Conquistando a colpi di gelato Ming-li, la simpatica pianista favorita al Concorso; scherzando con Marisol, la colf peruviana alla quale il grande maestro ucciso affidava la sua casa e il suo denaro; tenendo a bada la seducente maestra Stragiotti, abituata a farsi strada nella vita con doti diverse da quelle strettamente musicali. E sarà grazie al suo intuito, che lo porta a mettere in pratica due regole d’oro delle indagini (Cherchez la femme e Segui il denaro), che a un certo vedrà aprirsi qualche spiraglio di verità. Rendendosi conto che “la chiave del mistero è scritta sulla pelle, la pelle più nascosta di una pericolosa donna asiatica”. 
In sintesi: una storia piacevolmente raccontata, nella quale l’autore evita con intelligenza gli eccessi musicali che avrebbero potuto indurlo in tentazione; una vicenda dove nulla è dato per scontato e che finisce per portare altrove il centro della scena; un contesto narrativo che ammicca all’ecologia (ad esempio attraverso l’auto elettrica con la quale si spostano il commissario e il suo aiutante). E poi personaggi fuori dalle righe, perché fuori dalle righe è il contesto in cui sono stati inseriti. Quindi figure ruvide, altre volte accattivanti, altre ancora sfuggenti. Senza peraltro trascurare il tema dell’integrazione, che aleggia su tutta la vicenda per via delle origini del protagonista…  


Di farina di grano duro risulta infine impastato l’ultimo romanzo (molto breve, per la verità, quasi un racconto lungo) firmato da Caterina Emili, giornalista e inviata speciale di quotidiani nazionali oltre che autrice e conduttrice di programmi radiofonici sulle reti Rai. Nata a Roma un “po’ di anni fa”, dopo essersi laureata a Milano ha vissuto in varie città italiane, sino stabilirsi tra l’Umbria e la Puglia. Dove ha peraltro ambientato le sue storie: ha infatti pubblicato per Besa L'autista delle slot (Premio della critica Città di Cattolica) e per e/o Il volo dell'eremita (2017), L’innocenza di Tommasina (2018) e ora La scimmia e il caporale (pagg. 130, euro 14,00), terzo appuntamento con Vittore Guerrieri, anomalo quanto stravagante venditore di olio e formaggi. 
Un investigatore fuori dalle righe, dal passato misterioso oltre che segnato dal demone del gioco d’azzardo: non a caso l’autrice è un’acuta osservatrice di questo mondo, a fronte di una scrittura che si caratterizza per l’uso dell’antico linguaggio messapico, ancora parlato in alcune zone della Puglia. 
E in effetti è proprio a Ceglie Messapica, una terra di pietre e di olivi come la sua Umbria, dalla quale è scappato giovanissimo, che prendono vita e si muovono le indagini di Vittore. In un luogo a pochi chilometri dal mare dove pensa di aver ritrovato finalmente la pace. Ma quella campagna, a prima vista dolcissima, ben presto gli rivelerà (nuovamente) la sua faccia peggiore. Contaminata da un amore sconclusionato e da un nuovo terribile delitto “dove la colpa è peggiore dell’assassino”. 
Vittore, si diceva. Che possiede un furgone, con il quale si sposta per l’Italia, con qualche tappa anche all’estero, per vendere - come accennato - prodotti pugliesi. È un lavoro che si è inventato da quando ha deciso di trasferirsi qui, dove ha provato a rifarsi una vita diversa. Come se fosse facile… 
In ogni caso in questa nuova storia non sarà il gioco a tenere banco, bensì il caporalato. Un altro tema scottante, che l’autrice interpreta da par suo, puntando sul dolore e sullo sconcerto dei fatti, ma senza mai cadere nel banale. Cogliendone le contraddizioni, le angolature più aspre, l’amaro di tante vite vissute pericolosamente. A fronte di una verità che assomiglia “a una scimmia in fuga che nessuno troverà mai”. 
Che altro? La richiesta di un caporale per una misteriosa trasferta a Leopoli, in Ucraina, supportata da quadretti familiari che si rifanno al passato, a puttane fiere segnate dal destino, a mariti partiti per la guerra in Africa e mai tornati. E poi c’è Addolorata, detta Lota, figlia degli antichi zingari di Latiano, sempre pronta a cucinare qualcosa e che gioiosamente “conquista l’anima del protagonista riuscendo quasi ad annientarla”. Il tutto segnato da “uno squallido scenario di sfruttamento, dove si muovono come mangime per pesci creature innocenti, destinate a soccombere”. 
Ed è in questo contesto che Vittore e il suo amico, il maresciallo Tamurri, cercano il bandolo della matassa del caporalato, piaga secolare nei campi pugliesi, che “tutto sporca e tutto travia”. E neanche l’assassinio della giovane Katerina riesce a sparigliare le carte. Semmai finisce per complicare tutto. Ma, come da note editoriali, Vittore riesce a “salvare il suo cuore e a liberarsi di una schiavitù che la sua morale, seppure squinternata, non potrebbe mai accettare”. Salvo il tempo di fare l’amore appoggiati a un muro, perché la… stanza della sua amata potrebbe approfittarsi di lui.

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