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Cosa ci fa in trasferta a Domodossola l'anatomopatologa Alice Allevi?

Un nuovo, brillante medical thriller firmato da Alessia Gazzola. Prove d’autore anche per Pino Imperatore e la spagnola Cristina López Barrio 


24/12/2018

di Mauro Castelli


Sono pochi gli scrittori italiani che riescono a vivere con le royalties dei loro libri: Alessia Gazzola riteniamo sia una di questi, grazie all’azzeccato personaggio del medico legale Alice Allevi, travasato con successo nella doppia serie televisiva L’allieva (titolo mutuato dal suo libro d’esordio uscito pubblicato nel 2011), serie andata in onda su Rai Uno - a fronte di un gradimento altissimo - per l’interpretazione di Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale. 
Dodici puntate (che ha visto l’autrice partecipare alla stesura delle sceneggiature, apparendo peraltro in singoli camei) imbastite sul crinale che separa la commedia sentimentale dal medical thriller; dodici puntate che hanno regalato all’autrice una robusta notorietà oltre che nuovi lettori, a fronte di un venduto che dovrebbe aver superatro le ottocentomila copie. E non è da tutti raggiungere un simile traguardo ad appena 36 anni, quelli appunto della nostra autrice, medico chirurgo specialista in medicina legale, nata il 9 aprile 1982 a Messina, ma oggi di stanza a Verona dove si è rapportata con l’Inps proprio come medico legale, ma in ambito previdenziale. 
Lei che è sposata con Stefano (a sua volta medico endoscopista, oltre che “il suo Lexotan” tiene a precisare), dal quale ha avuto le piccole girls Eloisa e Bianca. E il suo tempo, almeno per il momento, lo divide con gli impegni quotidiani, alla stregua di una impiegata: “Mi alzo, preparo la colazione, porto le mie figlie alla materna e mi metto a scrivere nel mio rifugio, vale a dire la stanza che mi sono riservata in una casa fortunatamente grande”. Lei che, per non farsi mancare nulla, collabora anche con i supplementi culturali de La Stampa e del Corriere della sera
Di fatto, lo abbiamo già sottolineato in altre occasioni, una scrittrice quanto mai abile nel saper raccontare storie che catturano e intrigano all’insegna della semplicità e del sorriso. Giocando su vicende infarcite di beghe sentimentali e casi misteriosi che si rapportano, ormai lo sanno tutti, con una giovane anatomopatologa che ama lo shopping. Di fatto una simpatica quanto romantica pasticciona (che, nel caso, sa anche essere un po’ prepotente) con un debole dichiarato per l’investigazione. Una bella ragazza proposta alla stregua di una vicina di casa, una collega in bilico fra confusione e incertezze di vita, che in amore, dopo aver giocato da perdente, questa volta sembra aver imboccato la strada giusta. 
Veniamo allora al dunque, ovvero a Il ladro gentiluomo (Longanesi, pagg. 296, euro 18,60). Un romanzo, a detta dell’autrice, frutto della sua piccola Eloisa, che un giorno le ha chiesto di raccontarle una storia su un fantastico diamante rosa. “Non so dove ne avesse sentito parlare, ma fatto sta che l’idea ha messo subito radici nella mia testa. Non è forse vero che i diamanti hanno sempre colpito la fantasia degli autori?”. 
Ovviamente a tenere la scena è ancora Alice, che dopo aver ottenuto la specializzazione in Medicina legale, ha chiesto di essere trasferita da Roma a Domodossola (un paesone della provincia del Verbano-Cusio-Ossola) per far riposare un po’ il suo cuore dai battibecchi amorosi con il suo capo Claudio Conforti, fermo restando un terzo incomodo rappresentato dal magistrato Sergio Einardi che si è innamorato di lei. 
Una lettura, ancora una volta, gradevolissima, nel corso della quale ci si renderà conto di come l’autrice abbia fatto maturare il suo personaggio (“Se non fosse stato così Alice sarebbe risultata irritante, non avrebbe più fatto tenerezza. Ora è invece una professionista e, in quanto tale, non può tener conto dei suoi errori”). 
Una maturazione che vale anche per la sua creatrice, la quale strada facendo ha beneficiato di benedizioni importanti, come quelle di Jeffery Deaver (“Un talento incredibile”) e di Alicia Giménez-Barlett (“Le sue storie si leggono d’un fiato”), oltre a un seguito su Facebook rappresentato da 25mila persone, quasi tutte donne. Lei che è stata tradotta in Francia, Germania, Giappone, Polonia, Spagna, Serbia e Turchia. Lei che - repetita iuvant - aveva iniziato a scribacchiare ad appena cinque anni, quando si era inventata un raccontino intitolato Il pipistrello astuto
E, da allora in poi, la creatività avrebbe fatto parte della sua vita, lievitando in abbinata al crescere dell’età. “Regalandomi il primo romanzo al tempo delle superiori, un lavoro per la verità di poche pretese. Ci voleva dell’altro. Così ho cercato di maturare attraverso una lettura senza confini di genere. Con una particolare attenzione rivolta alla genialità di Agatha Christie, ma anche attingendo da Virginia Woolf, Jane Austen, dalla citata Alicia Giménez Bartlett e via via, sino ad arrivare alle italiane Stefania Bertola (autrice di commedie rosa surreali) e Viola Ardone”. 
Ma veniamo alla sinossi de Il ladro gentiluomo, un lavoro che ancora una volta fila via liscio che è un piacere, pronto a catturare e intrigare il lettore all’insegna di una piacevolissima semplicità. 
Come accennato, Alice Allevi è diventata finalmente Specialista in Medicina legale, ma per lei non sono state tutte rose e fiori, visto che ha dovuto affrontare scelte difficili sia sul piano professionale che su quello sentimentale. Sta di fatto che dopo un lungo e burrascoso corteggiamento, sembrava che tra lei e Claudio Conforti, l’affascinante e imprevedibile medico legale con il quale ha condiviso ogni disavventura dai tempi della specializzazione, fosse nato qualcosa di serio. Insomma, per un attimo Alice ha creduto di aver raggiunto un periodo di serenità, almeno al di fuori dell’Istituto dove lavora. Ma in un momento di smarrimento sentimentale chiede il trasferimento. E lo ottiene appunto, come detto, a Domodossola. 
Per sua fortuna la nostra protagonista non avrà molto tempo per rimuginare sulle sue martoriate vicende amorose. “Durante quella che credeva essere un’autopsia di routine, Alice ritrova infatti un diamante nello stomaco del cadavere. Una pietra di notevole caratura e valore, ma anche una prova materiale importante per il nuovo caso. Per questo si premura di convocare un ufficiale giudiziario al quale consegnarlo in custodia. L’ufficiale in questione è un uomo distinto ed elegante, dai modi cortesi e impeccabili. Poteva Alice non affidargli il diamante? Ma il fantomatico ufficiale sparisce nel nulla e lei, nemmeno a dirlo, finisce per ritrovarsi nei guai”. More solito, verrebbe da dire. 
E questo è quanto, anzi no. In quanto Alessia Gazzola è intenzionata a mettere a riposo, dopo otto storie, la sua Alice Allevi, ritenendo, come autrice, di aver “bisogno di rinnovarsi, di inventarsi altre storie”. Ma non è detto che sia per sempre. In quanto, proprio come il suo personaggio, “non crede alla parola mai e ancor meno al binomio mai più”. Insomma, una porta aperta per il ritorno…

Voltiamo libro, dando la parola al giornalista tuttofare e scrittore Pino Imperatore, nato a Milano il 21 dicembre 1961 da genitori emigranti napoletani di Mugnano, ma che sin dall’infanzia vive in Campania a seguito del ritorno al paese di mamma e papà quando lui aveva soltanto due anni. A sua volta una penna fuori dal coro, questo autore, che dell’umorismo ha fatto bandiera, come peraltro confermato dai suoi precedenti romanzi (Benvenuti in casa Esposito, Bentornati in casa Esposito, Questa scuola non è un albergo e Allah, san Gennaro e i tre kamikaze), peraltro affiancati da racconti e opere teatrali. 
E ora eccolo di nuovo in libreria con Aglio, olio e assassino (DeA Planeta, pagg. 365, euro 15,00), frutto anche in questo caso di una complessa quanto sofferta “lavorazione psicofisica”. Che Imperatore ama peraltro tradurre in parole sue, come riportato negli appunti di fine viaggio. “Dovreste vedermi, mentre scrivo. Impasto una frase, un paragrafo, un capitolo, poi cancello e aggiungo, cambio e controllo, rileggo e correggo. Mi stacco dal computer, faccio una pausa, vado (e vago) alla ricerca delle parole giuste, interagisco col prossimo a grugniti e monosillabi, torno alla tastiera, rivedo il testo, parlo e rido da solo, mi agito, discuto con i personaggi, li tocco e ritocco, li sprono a vivere e crescere”. 
Chi lo direbbe che, alla fine, il risultato si rapporti con una divertente quanto intrigante lettura? E così anche per Aglio, olio e assassino, che non è solamente un giallo figlio degli incantesimi di Napoli, ma anche una storia di passioni e perversioni, una investigazione sul male. In quanto “parla di noi esseri umani, di amore e di crudeltà, della vita e della morte, di morti e di vivi”. Non bastasse le pagine di questo libro “racchiudono solitudini, condivisioni, risate, slanci di solidarietà, leggende, misteri, superstizioni, vicende storiche, artistiche e religiose. Sì, perché c’è anche la religione. Nei miei romanzi la metto sempre, e analizzando il mio passato ho scoperto il perché”. 
In effetti il piccolo Pino era stato benedetto il giorno di Natale del 1961, nella culla della clinica Mangiagalli dov’era nato quattro giorni prima, dal cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, nonché futuro papa Paolo VI nonché fresco di nomina a santo. Vi pare poco, come viatico di buon inizio? 
E via a raccontare quanto c’è di reale e quanto di inventato in questo suo lavoro, fra personaggi di fantasia e altri veri. Come nel caso della clochard Marina, una donna maltrattata che per sfuggire al suo aguzzino si era lanciata nel vuoto. E infatti “alle persone che vivono per strada, dove si difendono dalle violenze della vita, è dedicato questo libro. In quanto per me gli ultimi non saranno mai ultimi”. 
Insomma, una benedizione dal cielo per i recensori di questo libro, in quanto nelle parole dell’autore possono trovare la pappa pronta per il loro lavoro (noi compresi). E se a questo aggiungiamo una sinossi ben cucinata, il gioco è fatto. Fermi restando i protagonisti: Napoli in primis (la città più imprevedibile del pianeta), un ispettore di polizia scapolo incallito, un commissario con la faccia da duro e due maestri della cucina napoletana dalla battuta pronta. In altre parole la squadra investigativa fra le più divertenti della narrativa italiano di settore. 
Detto questo spazio alla trama. La vicenda è ambientata nell’affascinante quartiere napoletano di Mergellina, dove Francesco (alias Nonno Ciccio) e Peppe Vitiello (alias Braciola) gestiscono - si tratta di una… partecipazione straordinaria - una premiata trattoria dedicata alla sirena Parthenope, affiancati dalle cuoche Bettina e Cristina Giaquinto, dal cane custode Zorro e dalla sua fidanzata, la barboncina Bigodina. E qui vengono dispensati buoni piatti e aneddoti ancor più saporiti. A sua volta l’ispettore di polizia Gianni Scapece, amante della cucina non meno che delle donne, lavora nel commissariato appena aperto di fronte al locale e dove si racconta che viva il fantasma di una vedova allegra. Per lui è un ritorno a casa, perché in quel quartiere ci è nato, e nell’ospitalità dei Vitiello ritrova il calore e la veracità che aveva perduto.

Nelle settimane che precedono il Natale, però, Napoli è scossa dall'omicidio di un ragazzo, il cui corpo viene letteralmente “condito” dall’assassino con aglio, olio e peperoncino. Perché un rituale così macabro quanto insolito? Quale messaggio nasconde? Per trovare la risposta, l’ispettore dovrà scavare tra simboli, leggende e credenze della cultura partenopea, aiutato dalla tenacia del suo capo, il commissario Carlo Improta, e dalle scoppiettanti intuizioni dei Vitiello. 
Risultato? Un romanzo da un bene, bravo, sette più in cui l’autore, “viaggiando fra sacro e profano, mescola con sapienza la commedia e l’indagine poliziesca, dirigendo un formidabile coro di passioni e allegria, di bassezze e colpi di genio. A fronte di un’avvincente corsa contro il tempo, sorretta da uno straordinario, pirotecnico finale”.

Il terzo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla raffinata penna di Cristina López Barrio, nata a Madrid nel 1970, laureata in legge con specializzazione in diritto d’autore e attualmente scrittrice a tempo pieno dopo aver lavorato come avvocato per tredici anni. Un passo legato al successo internazionale (dopo aver dato alle stampe una serie di apprezzati libri per ragazzi) ottenuto con La casa degli amori impossibili, pubblicato in 22 Paesi: un lavoro peraltro supportato da una scrittura che graffia, cattura e intriga al tempo stesso. Un’abilità narrativa peraltro confermata in un nuovo, insolito romanzo, Nebbia a Tangeri (pagg. 330, euro 16,50, traduzione di Iaia Caputo), che lo scorso anno è stato a lungo ai primi posti delle classifiche di vendita in terra iberica nonché finalista del Premio Planeta. E che ora è arrivato sui nostri scaffali, anche in questo caso, per i tipi della DeA. 
Come da titolo, la storia parte da Madrid ma finisce per approdare in una città magica, Tangeri appunto, all’insegna di un doppio mistero nascosto fra le pagine di un vecchio romanzo. Il tutto a fronte di una vicenda che vede protagonista una donna di mezza età, Flora Gascón, alle prese con un marito inesistente e frustrato dal lavoro, ma anche con un quotidiano inutile e privo di soddisfazioni: una maternità mai realizzata nonostante le mille strade intraprese, oltre a una laurea che, anziché farla arrivare nell’olimpo delle traduzioni dei romanzi e dei saggi, l’ha relegata a far di conto con cianfrusaglie marginali. 
Fortunatamente, o sfortunatamente per lei, il punto di svolta della sua vita arriva in una gelida serata del gennaio 2015 quando si incontra in un bar di Madrid con alcune ex compagne e dove, fra una bevuta e l’altra, conosce un uomo affascinante che non manca di regalarle soddisfazioni uniche fra le lenzuola di una stanza d’albergo. Ma chi è il bel francese, amante di una notte, che è entrato di prepotenza nella sua mente? 
Di lui resta soltanto un libro pieno di sottolineature e post-it, Nebbia a Tangeri appunto, e un nome, Paul Dingle, scarabocchiato su un taccuino. Per non parlare di un ciondolo dall’aspetto antico e misterioso (sul quale è inciso il nome Alisha) che Flora, senza un perché, si era portata via. Sono infatti questi gli unici indizi che la donna ha a disposizione per ritrovarlo. Sta di fatto che Flora ritroverà fra le pagine del citato libro lo stesso Paul che le ha rubato non solo il cuore, ma anche la pace e la serenità. Così decide, senza troppi rimpianti, di lasciarsi tutto alle spalle e partire alla volta di Tangeri per cercare l’autrice del romanzo e scoprire chi è davvero Paul Dingle, personaggio di fantasia e insieme protagonista in carne e ossa della notte che le ha stravolto la vita. 
“Coinvolgente, esotico e pieno di svolte inattese (a fronte di connotazioni gialle che si rifanno anche a un detective testardo come pochi nonché al ritrovamento di un cadavere), Nebbia a Tangeri è la storia di un doppio amore proibito che si snoda tra passato e presente. Per raccontare, attraverso un romanzo nascosto tra le pagine di un altro romanzo, la vertigine del desiderio e i misteri più profondi del cuore”. 
A far parte della vicenda incontriamo ovviamente altre figure ben tratteggiate dall’autrice: come quelle di Marina Ivanovna, una donna dal passato ingarbugliato; di Samir, un piccolo mendicante sognatore; di Laila, la figlia di una shamana berbera, o dello stesso Paul Dingle, quello con il quale Flora crede di aver trascorso la sua trasgressiva notte di passione. 
Donne e uomini in scena nella Tangeri di oggi, ma anche in quella di ieri quando, alla vigilia di Natale del 1951, una densa nebbia che arrivava dal mare si era portata via per sempre Paul Dingle, sbarcato pochi anni prima da un misterioso mercantile proveniente dalla Malesia. “Ed è questa la storia che l’amante, la citata Marina Ivanovna, racconta nelle sue memorie. Ed è la stessa storia che Flora legge nel romanzo che era del suo Paul, a sua volta scomparso in una notte di vento nella capitale spagnola. Il tutto a fronte di una doppia narrazione portata avanti all’insegna di colpi di scena e di un tragico finale.

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