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Cosa succede in un mondo dove nessuno ha ricordi e ci scappa pure il morto?

Un caso editoriale firmato dalla talentosa Felicia Yap. Spazio anche alla cuoca Katharina di Brigitte Glaser e alla mano calda di Alessandro Robecchi


26/02/2018

di Mauro Castelli


Ogni tanto, nella narrativa di settore, ci scappa il caso editoriale. Se poi la penna in questione, decisamente di talento e fuori dalle righe, è anche quella di una gran bella figliola originaria di Kuala Lumpur, ma cittadina del mondo, il gioco è fatto. Di chi stiamo parlando? Della trentacinquenne Felicia Yap, già biologa, ricercatrice di storia a Cambridge (in Inghilterra), ballerina e giornalista, che al suo esordio letterario ha fatto subito centro venendo contesa da ventiquattro agenti letterari. Risultato? Un contratto a sei zero sottoscritto con una importante casa editrice inglese, oltre a diritti venduti in mezzo mondo. Per non parlare dell’accordo per la trasposizione della sua storia sul grande schermo “arrivato dopo una battaglia tra case di produzione hollywoodiane come non se ne vedeva da tempo”. 
Stiamo parlando di Un giorno solo (Piemme, pagg. 402, euro19,50, traduzione di Stefano Bortolussi), un lavoro imbastito sul filo della memoria e firmato appunto da Felicia Yap, una intrigante ragazza la cui vita, ricca di speranze e segnata dalla determinazione, si è sviluppata partendo dalla Malesia, dove lei, bambina di umili origini, sognava di poter studiare nel più celebre ateneo d’Inghilterra. E così sarebbe stato, portandosi a casa una laurea in Biochimica e un dottorato in Storia. Mantenendosi agli studi grazie a ben nove borse di studio senza le quali - viste le condizioni economiche della famiglia - non sarebbe potuta arrivare da alcuna parte. 
Un percorso che lei stessa ha voluto raccontare durante un suo recente soggiorno milanese. “Nulla è successo per caso: sono cresciuta in una casa povera di soldi ma ricca di libri, con un padre molto presente che mi ha insegnato a leggere ad appena tre anni”. Primo passo del suo approccio alla scrittura, a suo dire maturato - e qui le versioni divergono - durante un anno di studio delle regole narrartive alla Faber Academy, per poi dilagare in termini di idee mentre frequentava la scuola di ballo dell’università. Dove aveva iniziato a fare coppia con il suo “meraviglioso fidanzato” di origine russa, Alexander Plekhanov, colui che “non trova il tempo di sposare” e che le ha dato manforte in ogni passo della sofferta scrittura di questo suo primo libro, basato su ben quattordici diverse stesure. 
Un thriller di piacevole impatto - manovrato all’insegna di spruzzate di follia e colpi di scena, originalità e suspense - che si rapporta con un interrogativo: cosa succederebbe in una società futuribile e tirannica, abitata da persone la cui memoria dura soltanto 24 ore (i mono) mentre, nei casi più fortunati, qualcuno arriva a ricordare quello che è successo sino a due giorni prima (i duo)? Logico che, in tale ambito, il passato venga conservato in una specie di diario digitale per non far svanire i ricordi. A partire da quelli più belli, ovviamente, legati alle singole identità, ma non certo quelli che si rapportano a un eventuale crimine, la cui rimozione rappresenta un modo spiccio per salvarsi. 
Il tutto trattato all’insegna di una voluta discontinuità con il contesto reale. “In altre parole ho voluto invertire gli schemi: nel nostro mondo perdere la memoria risulta devastante; nella mia storia, invece, chi ricorda si trova a soffrire in quanto nessuno riesce a capirlo”. E in questo gioco a rimpiattino con la memoria, ecco Felicia Yap rapportarsi con la sua infanzia e la sua adolescenza. Ricordando delle difficoltà che tenevano banco nella sua città, spesso priva di luce e di acqua, ma soprattutto di quando, ancora bambina, era stata investita da un pirata della strada e lei si era risvegliata in ospedale senza sapere cosa le fosse successo. Con il padre e la madre - complice le emozioni - ad avanzare ipotesi contrapposte sull’investitore (un motociclista), perché ognuno “rivede” a modo suo la realtà. Logico quindi che le ricostruzioni non risultino sempre attendibili. 
Partendo da questo presupposto “ho ritenuto fosse intrigante invertire l’ordine dei fattori, dando cioè voce alla storia di una coppia dove il marito, a un certo punto, viene accusato di un omicidio”. 
E ora spazio alla trama, ambientata in una cittadina nei pressi di Cambridge, dove incontriamo, nella sua bella casa, Claire Evans che come ogni mattina, quando si sveglia, è costretta a consultare il suo diario elettronico per sapere chi è l’uomo che le sta accanto. Ovvero Mark Henry Evans, 45 anni, romanziere con ambizioni politiche, sposato il 30 settembre 1995 nella cappella del Trinity College, presenti nove persone. 
Ovviamente Claire, ogni mattina, deve reimparare tutto, o quasi. “Perché lei, come molti altri, appartiene alla grigia maggioranza dei Mono: persone il cui cervello, dopo i diciotto anni, non è più in grado di accumulare nuova memoria, e che dunque ricordano soltanto il giorno prima.
I Duo come suo marito Mark, invece, hanno una marcia in più: riescono a ricordare fino a due giorni prima”. Quarantotto ore. Ventiquattr’ore di superiorità operativa. 
“In un mondo del genere, in cui l’unica cosa che ti lega al giorno precedente è il tuo iDiary, anche per le emozioni devi affidarti alle parole che hai scritto. Se sei triste, non sai perché. Se hai paura, non sai perché. E Claire ha paura. Tutti i giorni. Specie da quando Mark è stato accusato dell’omicidio di una donna. Sta di fatto che, in una corsa contro il tempo (prima cioè che il marito dimentichi), Claire dovrà scoprire, aiutata dal detective Hans Richardson della polizia del Cambridgeshire (un uomo che a sua volta lotta con la propria, fallibile memoria), chi ha ucciso quella donna” e soprattutto chi è davvero il suo compagno di vita.

Voltiamo libro, ridando voce alla penna, piacevole quanto curiosamente diversa, della tedesca Brigitte Glaser che, per i tipi della Emons, torna per la quarta volta sui nostri scaffali (dopo Delitto al Pepe Rosa, Morte sotto spirito e Assassinio à la carte) con Miele amaro. La cuoca Katharina e l’eredità pericolosa (pagg. 284, euro 14,00, traduzione di Alessandra Petrelli), un libro del 2009 che, per la sua attualità, sembra scritto ieri. Nel senso che se la materia trattata nove anni fa si stava proponendo dirompente, ancora oggi tiene banco a fronte di un corollario di iniziative, interventi e prese di posizione. In quanto si sa quale importante ruolo abbiano le api in agricoltura. 
E siccome la Glaser non dà mai nulla per scontato, eccola bussare alle porte che contano, intervistando e chiedendo lumi a destra e a manca. Ovviamente giocando a rimpiattino fra finzione (tutti i personaggi citati nel libro sono un parto della fantasia) e realtà (ad esempio la massiccia morìa di questi insetti del 2008 nel bassopiano renano), ironia e intelligenza, miele e ambientalisti. 
Nella storia, curiosamente, prima muoiono le api, ma poi muore anche la zia Rosa in seguito a una brutta caduta da una scala; zia ovviamente della collaudata quanto procace Katharina Schweitzer - una quarantenne tutto pepe, capelli rossi e lentiggini - che si ritrova unica erede nonostante non vedesse la parente da dieci anni a seguito di uno stupido litigio. 
Così - alle prese con il dispiacere per la perdita, in abbinata ai mai sopiti sensi di colpa - Katharina posa mestoli e padelle nel suo ristorante, Il Giglio Bianco di Colonia, per tornare nella vecchia casa di Fautenbach, nella Foresta Nera (dove peraltro l’autrice è nata nel 1955, ma in quel di Offenburg), rifugio della sua burrascosa adolescenza. E qui il suo ritorno sarà segnato dai cambiamenti perché il tempo si è fatto sentire. A partire dai rapporti fra le persone, che ora vedono contrapposti agricoltori e ambientalisti, pronti a scontrarsi duramente sui campi di mais. 
Come quelli che zia Rosa ha lasciato in eredità alla nipote e che risultano al centro di un ambizioso progetto edilizio che fa gola a molti contadini della zona. Ma come mai, si chiede Katharina, la zia non aveva mai voluto vendere questa terra che valeva oro? Come mai le arnie delle api che allevava con tanto amore sono tutte vuote? Cosa c’entrava Rosa con gli scatenati ambientalisti della Guerriglia del mais? E, soprattutto, che cosa ci faceva sua zia su quella scala maledetta, lei che aveva giurato di non salirci mai più dopo aver riportato una dolorosa frattura? 
Insomma, ancora una volta il lettore si confronterà con personaggi già conosciuti (come Martha, la madre di Katharina, a sua volta cuoca e proprietaria di una locanda; Ecki Matuschekl, il suo eterno fidanzato; l’amica alsaziana Antoinette e il giornalista, nonché ex compagno di scuola, Fritz Karl Feder), mentre altri protagonisti entreranno di prepotenza nella storia. E non sarà una novità che la cucina (con tanto di ricette come al solito riportate in chiusura di romanzo) la faccia da padrona. Cosa peraltro non nuova nella narrativa di settore. Basti ricordare cuochi raffinati come il Nero Wolfe di Rex Stout, il Pepe Carvalho ideato da Manuel Vázquez Montalbán e, se vogliamo, pure il commissario Montalbano di Andrea Camilleri (anche se in realtà non è lui a cucinare, semmai a riscaldare i manicaretti preparati dalla sua fidata colf e, soprattutto, a proporsi come un’ottima forchetta). 
Ma, come già riportato su queste stesse colonne, la detective femmina esperta di fornelli e di delitti inventata dalla Glaser nel 2001 rappresenta una novità. Una figura peraltro ben caratterizzata, dal carattere deciso, pronta a non lasciare nulla d’intentato pur di risolvere i delitti e i misteri che finiscono per incrociare la sua vita. 
Per la cronaca Brigitte Glaser da diversi anni vive a Colonia con la famiglia, città dove si occupa di formazione e di narrativa. Lei che, oltre a quella dedicata alla cuoca Katharina, ha dato alle stampe anche un’altra serie incentrata su due investigatrici (Tatort Veedel), per non parlare di diversi libri dedicati ai ragazzi. La qual cosa la porta a dare voce a romanzi semplici quanto accattivanti. E ovviamente di successo. Come nel caso del suo ultimo libro, Bühlerhöhe, che ha scalato tutte le classifiche di vendita in Germania. E che speriamo possa approdare presto anche sui nostri scaffali.

Dulcis in fundo il ritorno di Alessandro Robecchi, la cui scrittura ha il dono della piacevolezza nel trattare argomenti di attualità, forte di una leggerezza che incanta. Un ritorno legato a Follia maggiore (Sellerio, pagg. 390, euro 15,00), dove l’autore rimette in pista per la quinta volta un suo collaudato personaggio, Carlo Monterossi. Un mago della televisione. In altre parole l’autore di Crazy Love, una trasmissione di robusto successo commerciale, della quale non va comunque fiero. Di quelle che, imbastite sulla “pornografia dei sentimenti” e delle lacrime, ce ne vengono proposte sino alla noia sul piccolo schermo. 
“Un personaggio - come ha avuto modo di precisarci lui stesso qualche tempo fa - per certi versi autolesionistico, nato in maniera un po’ strana. Con l’intento cioè di costruire una storia nera che non fosse portata avanti da commissari, ispettori o agenti, ma ambientata fra le pieghe del cinismo televisivo, un mondo che conosco bene. La qual cosa mi aveva un po’ incasinato, a fronte di alcune ingenuità narrative che credo di aver in seguito superato”. 
Di fatto uno strano investigatore, Monterossi, che si diverte a mettersi a caccia della verità, in questo affiancato da Oscar Falcone, portatore di uno speciale sesto senso per le cause giuste. Ma fra le pagine della storia, ancora una volta, incontriamo anche l’instancabile sovrintendente Carella e il suo vice Ghezzi (forte di una esperienza trentennale segnata dal poco rispetto per le gerarchie): “due cani da polpaccio che vogliono chiudere il caso, fare giustizia, oltre che cercare di capire il perché e il percome”. 
Insomma, quattro detective alle prese con un delitto avvenuto nella ricca Milano, una città che Robecchi conosce bene in quanto all’ombra della Madonnina è nato il 16 giugno 1960 e qui ha studiato (liceo scientifico e vari esami sostenuti fra una facoltà e l’altra senza arrivare alla laurea), dove continua a vivere (è sposato con due figli), dove ha lavorato e ha anche tifato “in maniera tranquilla” per l’Inter, una squadra che ultimamente lo sta privando delle soddisfazioni che gli aveva regalato all’inizio di questo campionato. 
A tenere la scena in Follia maggiore è Umberto Serrani, un elegante e ricco signore cullato dai rimpianti. Riservato, distaccato, finalmente padrone del suo tempo dopo una vita passata a “mettere al sicuro” le fortune altrui, specie se sospette e ingombranti: un lavoro che gli ha permesso di tessere legami invisibili che arrivano dappertutto. 
Sta di fatto che quando Serrani apprende della morte di Giulia - un amore di venticinque anni prima, “intenso, totale, un rimpianto mai sopito” - non si capacita. Così “decide di capire, di agire, di pagare vecchi debiti. E soprattutto vuole sapere di quella morte assurda che sembra frutto di uno scippo finito male. Cercando quindi di scoprire chi è stato e perché. E vuole entrare nel vissuto di quella donna per tanti anni amata nel silenzio e nella lontananza. Facendosi partecipe della sua vita solitaria e ordinata, delle sue speranze e delle sue difficoltà, ma anche di quelle della figlia Sonia, un promettente soprano. Per questo motivo decide di ingaggiare Monterossi e Falcone, anche se sul caso stanno già indagando i citati Ghezzi e Carella, sovrintendenti di polizia. Sta di fatto che i quattro, “indipendentemente gli uni dagli altri, dragheranno le acque fetide che hanno inghiottito Giulia, con il sottofondo delle arie d’opera in cui la giovane Sonia si esercita per realizzare il suo sogno”. 
Che dire: una storia forte, supportata da una robusta padronanza narrativa, che si avvale di dialoghi scanzonati e profondi al tempo stesso, che gioca a rimpiattino con la curiosità del lettore senza dare nulla per scontato sia dal punto di vista sociale che umano. Ferma restando la capacità di addentrarsi “nell’agonia silenziosa del ceto medio”, pronta a raffrontarsi con gli appetiti pericolosi delle bande criminali. 
Ricordiamo infine - repetita iuvant - che Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il Manifesto nonché caporedattore del giornale satirico Cuore, oltre che autore di testi per la radio, la televisione (è fra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza) e il teatro, senza trascurare l’attuale collaborazione con Il Fatto Quotidiano dove cura la rubrica Piovono pietre. Lui che si è proposto anche come critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio; lui che è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, oltre che fondatore e direttore del mensile gratuito Urban; lui che aveva debuttato in libreria nel 2001 con Manu Chao. Musica y libertad (Sperling & Kupfer), tradotto in sei lingue, per poi concedere il bis due anni dopo con Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza), pamphlet satirico dove descriveva ironicamente la politica italiana; lui lettore onnivoro a fronte però di ”innamoramenti che vanno e vengono” a seconda dell’umore e del momento. 
Per contro l’esordio nella narrativa di settore risale al 2014 con il noir Questa non è una canzone d’amore, gratificato da una lunga serie di ristampe e i cui diritti sono stati acquistati in Spagna. Un romanzo seguito, con cadenza annuale e sempre per i tipi della Sellerio, da Dove sei stanotte, Di rabbia e di vento, Torto marcio e, ora, Follia maggiore.

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