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Cosa succede nel misterioso Istituto-lager, diretto dalla feroce signora Sigsby, dove vengono rinchiusi ragazzi dai poteri speciali?

Un altro agghiacciante thriller, firmato da quel geniaccio di Stephen King, scritto grazie all’apporto del rimpianto Russ Dorr, il medico che si occupava dei problemi di salute della sua famiglia e che in seguito sarebbe diventato suo prezioso consulente     


30/09/2019

di Massimo Mistero


Di Stephen King abbiamo detto e ridetto. Ma forse mai abbastanza. In quanto pochi come lui sanno intrattenere il lettore nel segno del terrore, giocando a rimpiattino con il mondo reale all’insegna di una sbrigliata fantasia, sempre puntando su trame infarcite di inquietudine e odio, amore e morte. Risultato? Oltre 500 milioni di copie vendute in mezzo mondo a fronte di chissà quanti bestseller che, a loro volta, hanno ispirato una lunga serie di acclamati adattamenti televisivi, per non parlare delle trasposizioni cinematografiche da parte di registi del calibro di Stanley Kubrick, Brian De Palma, John Carpenter, David Cronenberg, Rob Reiner e Frank Darabont. 
Insomma, nessuno come lui, verrebbe da dire. Lui che ora torna sugli scaffali, per i tipi della Sperling & Kupfer, il suo editore italiano di riferimento con oltre ottanta proposte all’attivo, con L’Istituto (pagg. 566, euro 21,90, traduzione di Luca Briasco), un lavoro uscito in contemporanea con i Paesi di lingua inglese e subito balzato ai vertici delle classifiche di vendita. 
Questo thriller, ambientato a Minneapolis, vede il ritorno in scena di alcuni dei suoi personaggi più riusciti: quelli di una banda di ragazzini travolti dalle forze del male, ma decisi a combatterlo a tutti i costi. Un canovaccio nel quale l’autore immagina la vita di Luke Ellis, un giovane dotato di poteri speciali (in predicato di frequentare il Mit) rapito dallo stesso misterioso gruppo di uomini che avevano appena ucciso a sangue freddo i suoi genitori. E basteranno due soli minuti, “sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere per sempre la sua vita”. 
Sta di fatto che quando Luke si sveglia si rende conto di trovarsi in una camera del tutto simile alla sua, ma senza la finestra che si affacciava su quella dell’amico Rolf. E soprattutto capisce di essere stato ingabbiato in un Istituto dove sono rinchiusi altri bambini come lui. Dietro porte tutte uguali, lungo corridoi in cemento illuminati da luci spettrali e arredato con strani poster, si trovano infatti piccoli geni con poteri speciali. Loro che, appena arrivati, sono destinati alla Prima Casa. E in questo luogo che si propone come una via di mezzo fra un campus universitario e un lager, dove l’unico sfogo sono i distributori automatici di snack e sigarette, il ragazzo trova diversi geniali quanto sfortunati compagni di viaggio, come Kalisha, Nick, George, Iris o Avery Dixon, una bambina di appena dieci anni. 
Che altro? Dopo la Prima, per qualcuno ci sarà la Seconda Casa. “È come il motel di un film dell’orrore”, dice Kalisha. “Chi prende una stanza non ne esce più”. Sono queste le regole della feroce signora Sigsby, direttrice dell’Istituto che veste con abiti alla moda, convinta di poter estrarre i loro doni: con qualunque mezzo, a qualunque costo. Chi non si adegua subisce punizioni implacabili. E così, uno alla volta, i suoi compagni (lui no, perché è un vero prodigio da tutti i punti di vista) spariscono. Così Lucas cerca disperatamente una via d’uscita. Solo che nessuno, finora, è mai riuscito a evadere da quello spettrale luogo... 
Riassunta in una manciata di righe questa storia, che come già detto si dilunga per quasi 570 pagine senza mai annoiare, risulta sorretta da un canovaccio che brucia le attese in termini di curiosità e suspense, oltre che da una immagine di brutalità corale che avvolge e finisce per conquistare e al tempo stesso angosciare il lettore. A fronte di una vicenda disturbante “che ha a che fare anche con i nostri tempi”, in quanto Stephen King, nei suoi terribili quanto impietosi racconti, si dimostra sempre capace di restare sempre con i piedi per terra. 
Riuscendo, anche in questo caso, a coinvolgere i fan con i tratti vincenti dei suoi personaggi, ombreggiati da quel senso di minaccia che aleggia sin dalle prime pagine. Insomma, per dirla con quanto ha scritto il critico di Publishers Weekly, “non c’è una parola di troppo in questo romanzo perfetto, che dimostra ancora una volta perché King è il Re”.   
Di certo un genio del terrore, il nostro autore, che sa amalgamare come si conviene inquietudine e odio, amore e morte, riscatto e perversione. E che, dimostrando in questo modo il suo lato umano, in una nota ha voluto ricordare il ruolo avuto dal suo medico di famiglia, Russ Dorr, che aveva conosciuto più di quarant’anni fa nella cittadina di Brigston, nel Maine, dove lavorava come unico assistente dei tre dottori che mandavano avanti il centro medico. “Ed era lui che si occupava dei nostri piccoli problemi di salute. E quando un giorno mi chiese cosa facessi per vivere e gli dissi che scrivevo storie di mostri e di vampiri, mi disse che quella roba non faceva per lui”. 
Chi l’avrebbe mai detto che, strada facendo, “avrebbe finito per leggere, in anticipo sulla pubblicazione, tutto quello che scrivevo, oltre a rispondere a ogni mia domande su questioni mediche e non solo? In altre parole diventando, una volta andato in pensione, il mio assistente ricercatore a tempo pieno, oltre che un caro amico. E le sue impronte digitali sono ovunque nell’originale de L’Istituto. Testo del quale ha verificato, prima di lasciare questo mondo nell’autunno 2018, ogni fatto e ogni frase”. 
Una vicinanza e un ricordo che non stupiscono tenuto conto dei difficili inizi di Stephen. A cominciare - repetita iuvant - dalla sua infanzia, segnata da problemi di salute, nonché dalla scomparsa del padre nel 1949, il che aveva costretto la madre a fare anche la cameriera per tirare avanti. Lui che era nato a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947 e che in prima elementare era stato costretto, a causa di problemi di salute, a diversi mesi di riposo e isolamento forzato. Imparando comunque a leggere e scrivere. Una passione, quest’ultima, che negli anni lo avrebbe contagiato anche se non gli avrebbe dato, almeno inizialmente, i risultati sperati. Tanto è vero che per sopravvivere si adattò a fare di tutto, come il benzinaio, lo spazzino e l’addetto a una lavanderia. 
“A complicare le cose, nel 1971, arrivò il matrimonio, fortunatamente felice, con una compagna di studi (Tabitha Jane Spruce, a sua volta scrittrice e poetessa, con la quale tuttora vive nel Maine insieme alla figlia Naomi). Di fatto una vita a denti stretti per la mancanza di quattrini, resa ancora più difficile - per non farsi mancare nulla - dalla dipendenza dall’alcol e dalla droga. Ma nel 1974, dopo tre tentativi andati a vuoto, ingranò la marcia giusta e incassò i suoi primi 2.500 dollari dalla casa editrice Doubleday per la pubblicazione di Carrie, un romanzo passato inosservato nell’edizione rilegata, ma che avrebbe riscosso un enorme successo in quella economica, superando il milione di copie vendute. Per poi beneficiare dei diritti legati a una famosa trasposizione cinematografica diretta da Brian De Palma. 
A quel punto si sarebbe messo a scrivere a tempo pieno, rimpolpando il successo con Le notti di Salem e con Shining, due romanzi che ancora oggi tengono banco al botteghino. Senza dimenticarci di altre pietre miliari - ma è solo un citare dato la sua immensa produzione -  come Stand by me, Le ali della libertà, Insomnia, Il miglio verde, Doctor Sleep e It
Una produzione peraltro ricca di premi e riconoscimenti (come il recente Pen America Literary Service Award, preceduto dalla National Medal of Arts conferitagli dal presidente Barack Obama), a fronte di una carriera sfortunatamente frenata da un bruttissimo incidente avvenuto nel 1998, quando venne investito da un’auto mentre passeggiava. Ma poi, dopo un lungo periodo di riabilitazione, sarebbe fortunatamente tornato agli antichi splendori...

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