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Cosa succede se il passato riaffiora alla stregua di una bestia feroce?

Esordio col botto per Massimo Polidoro, riconosciuto maestro dell'occulto. Ottime conferme, per contro, firmate da Tuzzi, MacNab, Aykol e dal "recuperato" Hornung


13/04/2015

di Mauro Castelli


Può succedere che un autore si trovi "ingabbiato" in un ruolo ben definito - nel nostro caso quello del maestro dell'occulto, peraltro supportato da una ricca saggistica che lo ha portato a vendere oltre trecentomila copie, mica noccioline di questi tempi - e gli risulti pertanto difficile proporsi sotto un'altra veste. Ovvero quella del giallista. Ma per Massimo Polidoro - appassionato di nuoto e di corsa, a suo dire la miglior ricetta per mantenersi in forma - il gioco è valso la candela, in quanto supportato da una buona dose di modestia e fermo restando che il successo non gli ha mai dato alla testa. Lui che non ha mancato di rendersi conto che dare voce a un thriller è tutt'altra cosa rispetto ai libri sinora scritti sull'insolito, sugli enigmi della storia, sui crimini irrisolti, sulle tecniche per indagare e svelare misteri di varia estrazione... Lui che ha avuto la sensibilità di nutrire questo passaggio (a guardar bene a sua volta importante) con anni di "preparazione", coltivata attraverso la lettura di una miriade di romanzi (in primis quelli di Michael Connelly, Stephen King, Jeffery Deaver e Stieg Larsson), peraltro «dissezionandone con cura costruzioni, trame, malizie stilistiche, colpi di scena e via dicendo». In altre parole cercando di addentrarsi nella struttura narrativa per trarne linfa creativa. Non bastasse, una volta arrivato ad aver "assemblato" il prodotto, ha deciso di giocare sul ruolo importante della Rete. In quanto, come lui stesso ci ha tenuto a precisare, «non volevo che il mio libro finisse nel calderone dei 53.000 testi pubblicati ogni anno in Italia. Così ho deciso di coinvolgere i lettori del mio sito, con i quali coltivo un buon rapporto, ingaggiando un centinaio di volontari - sui 320 disponibili - ai quali far leggere in anteprima il mio lavoro. Di fatto un intrigante battaglione di critici che ha provveduto a regalarmi consigli e suggerimenti, elogi ma anche qualche bacchettata, oltre a disseminare annotazioni sui social network senza comunque mai spifferarne il finale. E da loro è arrivata pure la scelta della copertina, ma anche del titolo sulla base dei tre che erano in predicato». Titolo peraltro intrigante. Ovvero Il passato è una bestia feroce (Piemme, pagg. 424, euro 17,90). Un thriller adrenalinico e mozzafiato, ad alta tensione, la cui storia gioca a rimpiattino con fatti di cronaca infarinati di fantasia; un lavoro che naviga a vista fra gli scheletri e i segreti che ognuno di noi può nascondere e nel quale il male si propone alla stregua di una presenza demoniaca. Ma anche un romanzo dal taglio cinematografico, che si ispira a un episodio del passato: la scomparsa l'11 luglio 1982 - vigilia della finale dei Mondiali di calcio in Spagna - di Monica Ferreri, una ragazzina di appena 13 anni, ben presto dimenticata da tutti. O quasi. In effetti sarà una misteriosa lettera, scritta dalla stessa Monica la sera prima di sparire (e ricomparsa nel presente), a risvegliare le inquietudini di un mistero mai risolto. A riceverla è Bruno Jordan, cronista di punta della rivista Krimen, un quarantenne in crisi che di questa ragazzina era stato compagno di scuola nonché amico. Quella lettera, per Jordan (che si racconta in prima persona, «in quanto - spiega Polidoro - mi intrigava l'immediata riconoscibilità del personaggio attraverso una forma narrativa che generalmente cattura subito il lettore»), rappresenta il pretesto per allontanarsi da Milano, «da una redazione dove si sente soffocare, dall'ennesima fidanzata che lo ha lasciato in malo modo e, soprattutto, dalle minacce di alcuni malavitosi che lo hanno preso di mira in quanto non sembrano apprezzare le sue scomode inchieste». Sarà così che, con l'aiuto di Costanza Piras, giovane ma risoluta donna maresciallo, il nostro cronista ritornerà sui luoghi dell'infanzia appunto per indagare sulla fine di Monica. E più andrà a fondo per cercare di aprire porte rimaste chiuse per troppo tempo, più si renderà conto di quanto possa risultare pericoloso. Soprattutto rivangando un passato che nasconde qualcosa di grave, di non detto. In quanto "riesumare", nel nostro caso, significa confrontarsi con una bestia feroce che nessuno sapeva esistesse e che forse sarebbe stato meglio non risvegliare. Finendo così nella rete del più insospettabile e spietato degli assassini. Detto del libro, spazio alle note sull'autore. Massimo Polidoro - nato a Voghera il 10 marzo 1969 - è giornalista, scrittore (ricordiamo fra i suoi lavori Enigmi e misteri della storia, nonché Rivelazioni), divulgatore scientifico, conduttore di trasmissioni televisive di successo oltre che segretario nazionale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze). Interessato fin dalla giovinezza all'illusionismo e all'occulto - ancora oggi il suo vero hobby, in abbinata all'ascolto di buona musica, non importa quale -, verso la fine degli anni Ottanta, intrigato dalle trasmissioni e dagli scritti di Piero Angela, nonché dal lavoro dell'investigatore del paranormale James Randi, il giovanotto (che oggi ama definirsi un «esploratore dell'occulto») non mancò di contattarli. «In effetti, quando avevo appena 17 anni, scrissi a entrambi una lettera prima di andare in vacanza. E quando tornai, con sorpresa, scopersi che entrambi mi avevano risposto. A seguire Angela mi chiamò a Roma come ospite, mi fece visionare da Randi per rendersi conto se avevo l'approccio giusto alla materia e poi mi propose di andare a sue spese, per un anno, negli Stati Uniti alla corte di quello che considero un uomo straordinario, una leggenda vivente». In buona sostanza mi disse: «Sono una persona fortunata, guadagno bene e, appunto per questo, ritengo sia giusto investire anche sulle persone che lo meritano e non solo sulle cose». Ce ne fossero tanti come lui. E negli States «avrei appreso da Randi le tecniche da portare avanti nelle indagini sui presunti fenomeni paranormali, oltre a quelle per smascherare i trucchi messi in atto dagli imbroglioni e dai ciarlatani dell'occulto (piegatori di cucchiai, guaritori filippini, medium, sensitivi...)». Tornato in Italia nel 1990, Polidoro - un uomo caratterialmente ottimista, tendenzialmente allegro, ma guai cercare in malafede di prenderlo in giro altrimenti sono guai - avrebbe contribuito a fondare il citato CICAP, si sarebbe laureato in Psicologia presso l'Università di Padova con una tesi sull'attendibilità dei testimoni oculari di fenomeni insoliti, avrebbe diretto la rivista del Comitato Scienza & Paranormale, sino a diventare nel 1996 responsabile europeo della "James Randi Educational Foundation". A seguire avrebbe collezionato chissà quanti altri incarichi, oltre a fondare la rivista Magia. Per quanto riguarda invece la narrativa, il suo esordio risulta datato 2006 con la pubblicazione de Il profeta del Reich. Ascrivibili alla categoria dei romanzi anche i successivi  lavori: Etica criminale sulla banda Vallanzasca, Un gioco infame sui delitti della banda della Uno bianca, Eravamo solo bambini sull'istituto-lager Santa Rita di Grottaferrata gestito dalla ex suora Maria Diletta Pagliuca e Marta che aspetta l'alba, libro dedicato alla malattia mentale e al ruolo svolto da Franco Basaglia nel trattare le disfunzioni mentali. E ora eccolo nuovamente alla ribalta, il "nostro" Polidoro, con Il passato è una bestia feroce, un thriller gratificato dall'invenzione del giornalista-detective Bruno Jordan, un personaggio astuto e tenace, ben caratterizzato e dai tratti umani che, se rimesso al lavoro, potrebbe dire la sua fra i grandi protagonisti della narrativa di settore. Detto questo, viene da chiedersi: tornerà protagonista di un'altra storia questo tipo che ha nel DNA il gene per cacciarsi nei guai? Ligio al suo profilo professionale, sempre in cerca di verità-vere e non millantate, Polidoro nicchia. In fondo giocare sul mistero rappresenta una delle sue armi vincenti...
A questo punto (ri)diamo voce a un collaudato scrittore che, all'insegna della semplicità e di una garbata ironia, riesce a imbastire intriganti storie poliziesche, condite di ambientazioni e di personaggi che lasciano il segno. Catturando in tal modo il lettore, inserendolo sulla sua lunghezza d'onda e facendolo diventare un accanito supporter. Di chi stiamo parlando è presto detto. Di Hans Tuzzi, pseudonimo preso in prestito da un personaggio del romanzo L'uomo senza qualità di Robert Musil, dietro al quale si nasconde il critico, saggista, bibliofilo, consulente editoriale e docente universitario Adriano Bon, nato a Milano nel 1952. Un uomo di provata cultura, con all'attivo - lui abile divulgatore nell'ambito della critica letteraria - non pochi saggi di qualità (in primis uno incentrato sulla storia del libro e un altro sul mercato antiquario), il quale, abbracciando la narrativa di settore, avrebbe puntato sul nom de plume per non essere giudicato soltanto sulla base del proprio affermato cognome. Lui che strada facendo - come abbiamo già avuto di annotare - si era appunto lasciato intrigare dalla mistificazione alla Stendhal, facendosi catturare da quel malizioso Je changerais de nom avec délices di vecchia data. Venendo al dunque, Tuzzi avrebbe voltato pagina con Il maestro della testa sfondata, a fronte di una scommessa vincente datata 2002. E da allora le sue storie - quasi sempre ambientate a Milano (nel periodo in cui la città si trovava alle prese con il terrorismo e con mani non proprio pulite), peraltro imbastite sul personaggio del commissario Norberto Melis, ora vicequestore - avrebbero tenuto banco in libreria e fatto proseliti. E così anche per il lavoro che stiamo proponendo, Fuorché l'onore (Bollati Boringhieri, pagg. 174, euro 14,90), giocato all'insegna di un inquietante interrogativo: quando tutto è perduto cosa resta da fare? Uccidere, forse? Il canovaccio trae spunto da un congresso, organizzato nell'estate del 1982 in un pittoresco paesino della Liguria dal ministero degli Interni, dove Melis e l'agente Lambiase vengono inviati per ragioni di sicurezza. Giornate di lavoro, certo, ma anche di vacanza. Succede però che, una volta conclusa la manifestazione, l'albergo si trovi ad ospitare una convention di scrittori e funzionari editoriali, il cui inizio è segnato da un omicidio: quello di un celebre autore. Un delitto che ha tutta l'aria di una esecuzione. Coinvolto giocoforza nel caso, Melis si mette a indagare, trovandosi alle prese con un mondo fatto di invidie, bassezze, viltà. Logico quindi scavare fra i colleghi del morto, benché le gente di cultura sia più propensa alle parole che ai fatti. In ogni caso il dubbio è lecito, in quanto le ragioni dell'omicidio potrebbero nascondersi dietro le maldicenze, le ambizioni, le antipatie e il perbenismo che, sotto l'apparenza di una bugiarda stima reciproca (questo ambiente patinato lo conosciamo bene, così come ovviamente lo conosce bene Tuzzi), racchiude falsità e rancori. Una soluzione logica, questa, anche se forse troppo banale per essere vera. Non potrebbe invece la verità alloggiare all'ombra del passato? «Fra personaggi delineati ora con sapiente ironia, ora con partecipata pietà, l'autore - annota la casa editrice - accompagna il protagonista pagina dopo pagina, intuizione dopo intuizione», sino all'inaspettato finale.
Di tutt'altra farina risulta invece impastato il romanzo di quel geniaccio dello spionaggio e dell'azione che è l'inglese Andy McNab, nom de plume (forse rubato da un vecchio videogioco dal titolo "Munching McNab") dietro al quale si nasconde, per ragioni di sicurezza (ma anche, viene da pensare, per una scelta... pubblicitaria), un ex sergente dello Special Air Service, i corpi speciali dell'esercito britannico. Un autore che ha collezionato milioni di fan in giro per il mondo, raccontando storie che intrigano in quanto, non ci vuole molto a capirlo, in parte attingono dalle sue esperienze militari. A fronte di un curriculum di vita e di lavoro che sembra andare di pari passo con la sua immaginifica fantasia: oltre che romanziere, Andy - un recidivo con cinque matrimoni alle spalle e il vanto di possedere una pistola svizzera semiautomatica, la SIG Sauer P228 - risulta infatti attivo come imprenditore per alcune organizzazioni di beneficenza a favore dei soldati britannici feriti dopo l'11 settembre 2001. Lui che è nato in un ospedale londinese il 28 dicembre 1959, figlio di un barista di origini greche e di una venditrice di sigarette di appena 17 anni, che lo avrebbe abbandonato poche ore dopo la nascita. Ne sarebbe seguita l'adozione da parte di una coppia non certo blasonata: lui sbarcava infatti il lunario facendo il tassista e il meccanico, lei lavorando come operaia in una fabbrica di cioccolato, oltre che in una lavanderia. Abbandonata la scuola a 15 anni, Andy avrebbe iniziato a darsi da fare come garzone in una ditta di trasporti e poi come commesso. Ma, testa calda, si sarebbe lasciato irretire da alcune gang cittadine, finendo per essere arrestato - a soli 16 anni - per aver svaligiato un appartamento. Pagato pegno, il ragazzo decise di arruolarsi nell'esercito inglese. Dove sarebbe stato addestrato, avrebbe ricevuto i suoi primi galloni, avrebbe fatto parte di pattuglie coinvolte in attentati e sparatorie, finendo a soli 19 anni per uccidere il suo primo terrorista. Con tanto di decorazione e promozione al seguito. Dopo un tentativo andato a vuoto, nel 1984 sarebbe riuscito a entrare nello Special Air Service, finendo impegnato in operazioni segrete di spionaggio in Irlanda, nel deserto dell'Oman e quindi nelle giungle del Belize. Una volta rimessosi da una ferita a una gamba, sarebbe stato inviato nelle savane del Botswana e avrebbe partecipato a un raid nel consolato israeliano di Liverpool, uccidendo 6 terroristi palestinesi della Jihad islamica e salvando 27 ostaggi. A seguire avrebbe partecipato a chissà quante altre missioni. Così, ad esempio, lo troviamo operativo a Beirut, in America Latina, in Arabia Saudita, per poi venire catturato dall'esercito iracheno. E non fu una prigionia facile, contrassegnata dall'epatite B, dalla perdita di alcuni denti, da danni ai nervi di entrambe le mani e a quelli di una spalla, oltre che da problemi ai reni e al fegato. Tornato in patria, si sarebbe sottoposto a diversi mesi di riabilitazione fisica e mentale, per poi tornare in servizio nel CRW per altri due anni e venire decorato nel 1991 con la Distinguished Conduct Medal. Arriviamo così al febbraio 1993 e al suo congedo definitivo dal SAS. Tempo otto mesi e avrebbe pubblicato un libro sulla sua avventura irachena, intitolato Pattuglia Bravo Two Zero. Il romanzo, seppure osteggiato dal mondo militare inglese per certe sue rivelazioni militari, ebbe subito un discreto appeal, bissato due anni dopo dall'autobiografia Azione immediata. Ma sarebbe stato con Controllo a distanza che McNab avrebbe agganciato il vero successo internazionale, regalando agli appassionati del genere un nuovo eroe: Nick Stone. L'ex soldato che avrebbe rimesso in scena in una quindicina di episodi. Ivi compreso quello datato 2011 che viene ora proposto da Longanesi, ovvero Punto di contatto (pagg. 446, euro 19,90, traduzione di Alessio Lazzati), un lavoro di accattivante lettura che tuttavia - volendo fare i pignoli - lascia intendere quanto possano incidere quattro anni sull'attualità della storia, visto un presente in continua quanto preoccupante evoluzione. A fronte peraltro di una Somalia troppo dimenticata dai media occidentali nella sua drammatica attualità. Una terra senza legge, lacerata dalla guerra civile e dalle carestie, invasa dai trafficanti di droga. Un Paese - e qui attingiamo dalla sinossi - di cui nessuno vuole occuparsi, se non quando tocca in qualche modo la vita di chi ha soldi e potere. Come ora che i pirati somali - in questo caso i cattivi si rapportano con i fondamentalisti locali di al-Shabab - hanno sequestrato uno yacht di lusso al largo delle Seychelles, rapendo il giovane figlio di un oligarca russo. Il padre è disposto a tutto pur di riaverlo, ma i suoi tentativi sinora si sono conclusi con un fallimento. Ha quindi bisogno di un uomo che abbia l'esperienza, i mezzi, ma soprattutto il coraggio di portare a termine la missione. Come l'ex SAS Nick Stone, che si trova a Mosca, diviso tra il poligono di tiro e momenti di riposo. Incaricato di ritrovarlo, Nick scopre che la storia lo riguarda molto da vicino. Insieme al ragazzo, infatti, è stata sequestrata Tracy, una donna alla quale è legato da una vecchia promessa fatta a un amico, morto in missione sei anni prima. Una donna che lui ha promesso di proteggere a ogni costo. Mentre cerca di ricostruire i fatti e le ragioni che hanno portato al rapimento, scopre che sono persino più intricati di quanto immaginava, e i suoi sospetti sembrano confermati dalla presenza di due uomini che seguono ogni suo passo, fino alla Somalia devastata dai combattimenti, alla scoperta di una verità che lo pone faccia a faccia con il suo recente passato...
A seguire note meritate anche per Tango a Istanbul (Sellerio, pagg. 298, euro 14,00, traduzione di Emanuela Cervini), un intrigante quanto piacevole lavoro firmato da Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, in Turchia, e che oggi vive fra Berlino e Istanbul. Una eclettica autrice che durante gli studi di Giurisprudenza aveva imboccato la carriera giornalistica come freelance per la radio e alcuni giornali del suo Paese per poi dedicarsi, dopo una breve parentesi come barista, solo alla scrittura. La quale, in questo non-poliziesco, rimette in pista per la quarta volta Kati Hirschel, una avventurosa libraia turco-tedesca che non si fa mancare nulla nel combinarne di tutti i colori. Un intrigante personaggio (già in scena in Hotel Bosforo, Appartamento a Istanbul e Divorzio alla turca, tutti romanzi già pubblicati da Sellerio) che si muove per le strade di Istanbul - una città contaminata dal suo curioso miscuglio di suoni, odori e variegata umanità - in compagnia di una guida d'eccezione che, con commenti ironici e riflessioni strampalate, riesce sempre a strappare un sorriso. Di fatto questa strana detective si infila - e qui sta l'originalità narrativa - sulla scena dei crimini all'insegna di una fuorviante non-furbizia, peraltro infarcita di pettegolezzi, spostandosi con noncuranza da un bar all'altro, ma anche attingendo spunti dalle variegate voci dei vicoli, dei mercati e delle botteghe. Una detective dilettante che, a sua volta partendo da una libreria specializzata in gialli, sembra richiamare le storie - fermo restando un contesto del tutto diverso - legate alla serie televisiva statunitense Mistery Woman (La libreria del mistero nella versione italiana), undici episodi imbastiti sulle indagini di Samantha Kinsey e del suo enigmatico dipendente Ian Philby. Ma veniamo al dunque. In Tango a Istanbul troviamo Kati, come al solito impegolata in una vita ricca di imprevisti e di misteri, accompagnare Fofo, il suo coinquilino-impiegato gay, a consultare una veggente. E già che c'è - pur se all'insegna dello scetticismo - si farà dare un'occhiata alla mano. Sta di fatto che la chiromante, che "legge" nei fondi del caffè, tira fuori il cadavere di una giovane donna. I fatti però non sempre obbediscono alle visioni: la vittima non sarà infatti quella immaginata. E del resto non ci sarà nemmeno un vero e proprio cadavere. Semplicemente Nil, l'amica della sua collega, ha avuto (almeno così sembra) un arresto cardiaco ed è ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Ma Kati - una sorta di Miss Marple "revisionata", in quanto più carina, più giovane (ha poco più di quarant'anni) e decisamente più spiritosa - è dubbiosa e si mette a curiosare in giro in cerca di indizi. Tanto più che, come una profezia che si autodetermina, le stranezze cominciano a moltiplicarsi. La qual cosa spinge Hakan, il fratello della "vittima", a farsi domande, sino a commissionare alla nostra Kati una vera e propria indagine. Alla quale non ci vuole molto per capire che gatta ci cova, partendo da una considerazione: come può Nil, una giornalista disoccupata, permettersi vestiti e accessori firmati, nonché abitare in un lussuoso appartamento con tanto di quadro d'autore appeso a una parete? Detto questo, cosa si nasconde dietro la storia di sesso della donna con un noto giornalista televisivo vicino al Presidente, finito a sua volta in ospedale a seguito di uno strano incidente stradale? E quali piedi potrebbe aver pestato Nil mentre stava scrivendo una specie di romanzo sui desaparecidos argentini, paragonandoli alle vittime (greci, curdi) del perenne autoritarismo turco? Non bastasse... Ma fermiamoci qui. Il resto della storia la lasciamo alla curiosità del lettore.
In chiusura un tuffo nel passato con l'inglese Ernest William Hornung, nato il 7 giugno 1866 a Cleveland Villas e morto a Saint-Jean-de-Luz il 22 marzo 1921, del quale Castelvecchi propone, a beneficio degli amanti del giallo storico, Il ladro gentiluomo (pagg. 142, euro 17,50, traduzione di A. Giagheddu). Ovvero A.J. Raffles, figura di primo piano della letteratura popolare a partire dalla fine del diciannovesimo secolo, che strada facendo contese popolarità e onori ad altri ladri gentiluomini della narrativa, partendo dal Rocambole di Ponson du Terrail, proseguendo con l'Arsenio Lupin di Leblanc sino ad arrivare al Simon Templar di Charteris. Raffinato, romantico e geniale, Raffles (le cui storie hanno beneficiato di numerosi adattamenti cinematografici e televisivi) è amante dello sport, delle belle donne, del lusso e della mondanità. E se si diletta col crimine non è soltanto per sopravvivere, ma soprattutto per guadagnarsi un "rispettabile" posto al sole. Abile nel travestimento, sempre elegante, questo ben caratterizzato personaggio si divide tra il cricket e i furti, trascinando l'amico Bunny Manders (a sua volta squattrinato, in quanto non basta vivere in un bel palazzo ed essere iscritto a un paio di club per disporre di un solido conto in banca, messo peraltro a dura prova dai rovesci accusati ai tavoli del baccarat) in imprese pericolose e al limite della follia. In buona sostanza Raffles e Bunny sono ispirati a due celebri coppie dell'epoca: una reale, quella composta da Oscar Wilde e dal suo amante Lord Douglas, e una di finzione, ovvero Sherlock Holmes e il Dottor Watson. Ma, di Holmes, Raffles «costituisce una sorta di antitesi, che si definisce avventura dopo avventura nei perfetti meccanismi narrativi congegnati dall'autore». In ogni caso, dietro l'abilità e la leggerezza della scrittura, questi racconti - supportati da fascinose atmosfere e intriganti canovacci - nascondono «una segreta ribellione contro la sensibilità vittoriana». Tornando a Hornung, ricordiamo che a 17 anni aveva dovuto lasciare gli studi per motivi di salute, trasferendosi per qualche tempo in Australia dove ebbe a lavorare come tutor e guardiano di pecore. In seguito avrebbe imboccato la strada del giornalismo e quindi quella autoriale. Fermo restando che nei suoi numerosi libri, anticipando i tempi, si sarebbe occupato anche di temi legati ai progressi della medicina, all'uguaglianza sociale e alla condizione femminile. La morte del figlio Oscar nel corso della Prima Guerra Mondiale segnò però la fine della sua carriera di narratore. Da quel momento, infatti, si limitò a pubblicare soltanto alcune raccolte di poesie e un diario di viaggio.

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