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Covid-19 affossa la nostra economia mentre l’Europa resta apatica alla finestra

L’Italia, secondo l’economista Alessandro Tentori, sarà presto stretta nella morsa della crisi e della spirale del debito, ma quando il Governo potrà revocare le misure adottate per contenere l’epidemia il rimbalzo dei consumi sarà possibile. E visto che sulla graticola non siamo soli, l’Ue deve agire


30/03/2020

di Giambattista Pepi


La recessione la dà per scontata, ma non si sbilancia quando gli si chiede di stabilirne l’ampiezza, la profondità e la durata. Teme, questo sì, che il nostro Paese, che cresce troppo poco da molto tempo, possa subire uno shock consistente sia sul versante dell’economia, con un calo consistente del Pil (-2-2,5%), sia su quello del debito pubblico. Alessandro Tentori, economista e responsabile investimenti di Axa Im Italia, delinea uno scenario realistico, ma non cupo, ritenendo che potremmo riprenderci rapidamente dalla battuta d’arresto provocata dalla pandemia con un exploit dei consumi accompagnato dalla ripresa dell’attività produttiva una volta che il Governo abbia revocato le restrizioni in atto.

La recessione sarà lo sbocco della pandemia? 
Sì. I dati, anche se pochi, indicano che, almeno nel primo semestre, ci sarà una rapida contrazione del ciclo economico. Ora bisognerà vedere se durerà due oppure tre trimestri. Non c’è al momento nessun analista o economista che non preveda una forte contrazione dell’economia in tutti i Paesi.

E per l’Italia quali sono le sue previsioni? 
Le stime vengono aggiornate continuamente, ma i numeri sono volatili, perché il calo in termini percentuali del Pil del Paese dipenderà da quanto durerà il blocco dell’attività produttiva e lavorativa.

Nel corso del 2019 si era assistito a un rallentamento del ciclo congiunturale. In nessuna delle analisi si paventava però il rischio sanitario. Come mai? Eppure in precedenza si erano avute le epidemie Ah1n1, Sars e Mers... 
Forse perché le precedenti crisi sanitarie erano state di breve durata. Lo shock per le economie colpite fu temporaneo perché furono ben gestite a livello locale dai Paesi in cui le epidemie si manifestarono: Cina, Taiwan, Hong Kong. Inoltre non ebbero una ripercussione a livello globale come invece sta avvenendo adesso se non per alcuni settori come l’industria dei trasporti e quella delle vacanze. Quegli eventi, insomma, non sfociarono in una perturbazione violenta su scala globale come invece sta avvenendo con la chiusura di intere città com’è avvenuto in Cina, e sta avvenendo ora in Italia e in altri Paesi europei ed extra europei. È una dimensione nuova di un’epidemia…

I Paesi a più alto debito come l’Italia sono più esposti a una congiuntura avversa. L’economia rischia di più vista la sua intrinseca debolezza e l’elevato debito pubblico da rifinanziare sul mercato? 
Sì. Noi abbiamo due tipi di rischio. Il primo sul lato del debito. Il secondo su quello della crescita. E quindi se avessimo uno shock su tutti e due questi fronti, la situazione sarebbe seria: avremmo una contrazione del Pil e un aumento del debito. Il problema, se mai, è quello della prospettiva per il Paese. L’Italia negli ultimi venti anni è cresciuta ad un ritmo medio annuo dello 0,3%. Con queste medie si fa fatica a prevedere una ripresa molto forte. Da questo punto di vista gli analisti che mettono in dubbio la sostenibilità di questo modello non hanno torto. Ma in nostro favore vorrei spezzare una lancia. Nel senso che sulla graticola non siamo soli: ci sono altri Stati fortemente se non più indebitati del nostro: la Francia, la Spagna, il Regno Unito. e, fuori dall’Europa, Cina e Stati Uniti, hanno un livello di debito di cui onestamente farebbero bene a preoccuparsi.

In termini di crescita quanto lasceremo sul terreno in termini di Pil e posti di lavoro? 
È difficile fare previsioni ora perché non disponiamo di dati. Stiamo un po’ tutti brancolando nel buio. Abbiamo rivisto le previsioni di inizio anno prevedendo che il Pil potrebbe essere compreso tra meno 2-2,5%. Lo stesso vale per l’area dell’euro: la previsione di inizio anno era compresa tra 0,5 e 1%, adesso scenderemo tra meno 1-1,5%. Con tutto ciò potremmo assistere ad una decrescita molto veloce nel primo trimestre cui seguirà una ripresa altrettanto rapida. Purtroppo non disponiamo ancora di stime precise sull’entità di questo shock negativo e quindi si impone un approccio “trial and error”, cioè per tentativi ed errori, per calibrare meglio la risposta di politica economica. Stiamo ancora lavorando sulla base di eventi passati, come per esempio il terzo trimestre del 2008, durante la Grande Crisi esplosa negli Stati Uniti, quando l’indice Ism statunitense scese da oltre 50 a circa 35 punti ed il Pil si contrasse da +1,5% a -8,5%. Un calo ci sarà, è inevitabile che avvenga, ma sarà su base trimestrale. Tuttavia, le economie, e non solo la nostra, si riprenderanno una volta cessata l’emergenza e tornati alla vita normale.

Dal suo punto di vista è immaginabile che dopo il blocco delle attività economiche e della libertà di movimento, la ripresa del lavoro, della produzione e dei consumi possano innescare una rapida ripresa? 
Sono assolutamente d’accordo. Non penso che il modello di vita sarà cambiato. Molto probabilmente, com’è già avvenuto in occasioni di fenomeni straordinari come la Sars o gli attentati delle Torri Gemelle a New York nel 2001, ci sarà bisogno di un certificato sanitario. Ma non è nulla di grave nel contesto della vita quotidiana. Penso che siccome le filiere produttive e i mercati finanziari sono integrati a livello mondiale non vedo come, all’improvviso, si possa tornare al passato, a un modello cioè di singoli mercati che non comunicano tra di loro. Sono convinto che coloro che non hanno comprato l’hi-phone questo mese, lo compreranno il prossimo. Chi non è venuto a Roma per visitare la città, ci verrà se non fra un mese, fra due o tre.  

Le Banche centrali, negli ultimi due decenni, hanno fatto per così dire il “lavoro sporco” di mantenere in piedi le economie, con politiche di stimolo monetario. La crisi sanitaria può fare esplodere le contraddizioni di un modello di sviluppo socio-economico, finanziario e delle relazioni internazionali che presenti gravi squilibri? 
Assolutamente. Forse sarà messo in discussione questo modello di iper-globalizzazione spinta. Magari verrà richiesto alle Banche centrali di adottare misure diverse da quelle finora scelte venendo incontro ai mercati finanziari quando calavano, le spingerà a non essere troppo interventiste. Anche se da quanto stiamo vedendo, tutti i principali Istituti centrali sono intervenuti e anche in maniera molto decisa ed aggressiva: si veda ad esempio la Federal Reserve e la Bce. Una cosa è certa: l’importanza dello Stato nell’influenza del Pil di ogni Paese è destinato ad aumentare. Gli Stati coglieranno questa situazione come escamotage per mettere più piede nell’economia privata.

Politiche monetarie e di bilancio consentiranno di superare la crisi post-epidemia? 
Sì. Il connubio tra politica monetaria e fiscale farà sicuramente bene. Quello che oggi vediamo sono misure adottate dai singoli Stati: Italia, Francia, Spagna, Regno Unito. Sono misure poco coordinate. Manca forse a Bruxelles un’idea di fondo.

Non è una novità. Lo abbiamo rivisto nei giorni scorsi al Consiglio europeo. 
La linea di fondo non manca da ora, ma da vent’anni. Il fatto che non siamo ancora stati capaci di creare l’Unione dei mercati dei capitali, completare l’Unione Bancaria, adesso il fatto che tirino fuori il Mes per fare un’emissione unica onestamente in base a quale ripartizione del rischio verrà fatta? Se la condizionalità vale per tutti i Paesi, sono d’accordo, ma se deve valere solo per alcuni e per altri no, non lo sono. E da quel che si è visto in occasione dell’ultimo Consiglio europeo, si è riproposto il dualismo nelle visioni degli interventi da realizzare tra gli Stati del Nord e quelli del Sud. Vedremo nei prossimi giorni cosa metteranno in piedi.

L’incentivo a rafforzare il contesto istituzionale dell’area euro e a procedere verso un’eventuale emissione di titoli del debito pubblico dell’Eurozona è più elevato che in passato: adesso siamo in un momento “ora o mai più”. 
C’eravamo per la verità anche nel 2008 e nel 2011. Per me manca ancora a livello delle istituzioni europee e dei singoli Stati membri la volontà di attuare i piani di uniformità del rischio. Olandesi, finlandesi e tedeschi al momento non sono d’accordo sull’idea dell’eurobond. Ma l’apertura da parte della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen sul suo uso lascia sperare che, prima o poi, ci si possa arrivare.

Qualcuno ha notato che il differenziale dello spread tra BTp e Bund ha ricominciato a salire prima che scoppiasse l’emergenza Covid-19. E attribuiscono ciò alle incertezze della politica, alla ripresa delle suggestioni di un’Italexit e alla mancanza di policy capaci di guardare a un rilancio forte dell’economia. 
Ammetto che i dati economici già facevano presagire un forte rallentamento per l’industria italiana nel quarto trimestre 2019. La crisi è intervenuta ad accentuare se mai l’indebolimento dell’economia e della congiuntura. Questo è alla base dell’aumento dello spread. Manca la conferma forte dei dati per stabilizzare i mercati. Perché quando un Paese cresce a un ritmo medio dello 0,3% vuol dire che è in difficoltà per non dire in declino, mentre tutto il resto dell’Europa cresce dell’1%. Ciò significa che qualcosa di fondo, di strutturale, manca al nostro Paese. E la risposta a questa mancanza finora non c’è stata. Per fortuna l’avvio del nuovo Pepp, il programma di acquisto di titoli del debito pubblico sovrano della Bce, è servito a raffreddare lo spread tra BTp e il Bund tedesco riportandolo al di sotto dei 180 punti.

I risparmiatori sono impauriti dai violenti ribassi dei mercati. Che cosa devono fare? 
Niente. Bisogna cercare di capire quando sarà il momento per rientrare nei mercati. È la classica situazione che si verifica periodicamente. Non è scritto da alcuna parte che i mercati debbano e possano solo salire. Adesso abbiamo una correzione. È in linea con le medie storiche. Sta a noi capire quando è arrivato il momento di rientrare nei mercati e tornare a rimettere mani al portafogli per investir

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