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Covid-19: al via negli Stati Uniti e in Canada i test clinici su un “protocollo” italiano

Studiando il Coronavirus del gatto, il veterinario Giacomo Rossi dell’Università di Camerino ha realizzato un protocollo terapeutico basato su tre farmaci la cui azione combinata potrebbe consentire di curare questa malattia. L’esito dei trial per valutarne l'efficacia è atteso entro un mese e mezzo


20/04/2020

di Giambattista Pepi


Giacomo Rossi

Entro un mese o, al più tardi un mese e mezzo, potrebbe essere disponibile un protocollo sanitario innovativo messo a punto in Italia da poter eventualmente utilizzare nella terapia contro il Sars-CoV-2, il Coronavirus che ha generato la pandemia Covid-19 che sta facendo tremare il mondo. Negli Stati Uniti, che hanno registrato il brevetto, e in Canada, sono infatti già in corso test clinici per verificarne la reale efficacia. 
Partendo dallo studio sul Coronavirus del gatto (FeCoV) nel quale da molti anni si verifica una patologia molto grave, per lo più ad esito mortale e di cui non esiste un protocollo terapeutico o un vaccino efficace e protettivo, il professor Giacomo Rossi, medico veterinario, docente ordinario di fisiopatologia e immunopatologia alla Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria dell’Università di Camerino, nonché presidente del corso di laurea triennale in “Sicurezza delle produzioni zootecniche e valorizzazione delle tipicità alimentari di origine animale” e autore di oltre 350 pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali, è riuscito a mettere a punto nei laboratori dell’Ateneo una importante terapia. 
Terapia che combina tra loro l’azione di tre farmaci già esistenti i quali, in sinergia, sarebbero capaci di impedire l’azione infettante del virus e ridurne sensibilmente l’infiammazione dell’apparato respiratorio che ne viene colpito, nonché i problemi patologici connessi, aprendo incoraggianti scenari nella cura della malattia. Lo stesso Rossi ce ne parla in questa intervista.

In cosa consiste il protocollo di cura contro il Sars-CoV-2 che avrebbe dato origine alla pandemia Covid-19? 
Il protocollo consiste nell’uso di tre farmaci di vecchia conoscenza (Clorochina, Eparina e L-Asparaginasi) che agiscono in maniera “sinergica” e in progressione, bloccando, nell’ordine: il legame del virus Covid-19 alla membrana cellulare (azione della L-Asparaginasi); l’ingresso del virus dentro la cellula, qualora sfuggito al primo blocco, attraverso l’azione della Clorochina (che modifica il pH delle vescicole che la cellula forma attorno al virus per tirarlo dentro di sé); la riduzione dei fattori dell’infiammazione e la prevenzione dei problemi trombotici correlati, tramite l’uso dell’Eparina. 

Cosa lega tra loro lo studio che lei sta conducendo sul Coronavirus del gatto (FeCoV) e la possibilità di disporre prossimamente di un farmaco per curare questa malattia? 
Da circa due anni mi sto interessando della risposta immunitaria del gatto affetto da FeCoV, il coronavirus felino, con particolare riguardo alla risposta mediata dai macrofagi, le cellule che sono deputate a “mangiare” gli agenti patogeni che ci infettano. Nel gatto con FeCoV ci siamo accorti che se la funzione di queste cellule non è perfetta o è incompleta, il virus può attraversare l’intestino, sede dove normalmente risiede, generalizzare nell’organismo e causare una grave malattia, per la quale con c’è vaccino, né terapia specifica ed il cui esito è praticamente quasi sempre la morte dell’animale infetto. 
Studiando il meccanismo con cui il virus FeCoV entra nelle cellule, appena sono stati resi noti i risultati della struttura del recettore Covid-19 dai colleghi cinesi, ho fatto le debite comparazioni nella struttura proteica e amminoacidica ed ho visto che il coronavirus che si è diffuso nel mondo differisce da altri coronavirus, avendo vari siti di glicosilazione (è il prodotto della reazione tra uno zucchero, come il fruttosio o il glucosio e una proteina o un lipide senza l’azione catalitica di un enzima – ndr) in più. Questi siti sono quelli in cui alcuni zuccheri semplici si legano all’amminoacido Asparagina terminale di una proteina trans-membrana. Ho pensato quindi che questa differenza potesse essere alla base della maggiore virulenza del virus. Ho anche pensato che, eliminando questi siti, si possa ridurre in maniera veramente importante il legame del coronavirus alle cellule dell’uomo colpito e quindi in pratica ridurre in maniera sensibile l’impatto dell’infezione e dei segni clinici della malattia.

La combinazione tra un vecchio farmaco, noto agli oncologi che lo usano nella terapia della leucemia acuta dei bambini, la L-Asparaginasi, unito alla Clorochina, darebbe vita ad un nuovo farmaco o a un vaccino. Com’è possibile?  
Innanzitutto voglio precisare che non si deve parlare affatto di vaccino. I vaccini sono tutt’altra cosa e si basano su meccanismi d’azione che “evocano” una risposta immunitaria del paziente. Quello di cui stiamo parlando è un protocollo farmacologico che blocca, come abbiamo già detto, il legame dello “spike” del virus (una delle punte che formano la corona del virus), con il recettore che si trova sulla cellula ospite, impedendone l’infezione. E questo è possibile grazie al fatto che questo recettore è legato alla membrana cellulare tramite un amminoacido terminale, l’asparagina, di una proteina trans-membrana.

Com’è nato il rapporto tra lei e la sua Università e lo scienziato Francesco Bellini, cofondatore della società canadese BiochemPharma e presidente, tra le altre, della ViroChemPharma, che ha fatto da apripista al suo protocollo negli Stati Uniti?  
Il protocollo l’ho sviluppato in stretto contatto e scambio di idee con il dottor Remigio Piergallini, medico di San Benedetto e collaboratore del dottor Francesco Bellini. Bellini, italo-canadese, è stato un antesignano delle terapie anti-virali nel mondo (suo è il primo farmaco anti-retrovirale per l’Aids uscito nella seconda metà degli anni Ottanta). Quando è venuto a conoscenza del protocollo ha subito manifestato l’interesse di poterlo sviluppare. Quindi lo ha portato negli Stati Uniti dove nel giro di 48 ore il protocollo è stato brevettato. E dove sono già iniziati i trial clinici. Devo dire inoltre che anche in passato Bellini aveva già collaborato per progetti importanti con l’Università di Camerino quindi non è nuovo a collaborazioni con il nostro Ateneo.

Dove sono in corso i primi trial clinici? 
I primi trials clinici sono partiti in Canada, dove hanno sede tutte le Società del dottor Bellini, e negli Stati Uniti. Il dottor Bellini però mi ha informato che ha già firmato molte liberatorie per l’uso del protocollo anche in Italia, e in particolare in alcune cliniche del Nord e Centro Italia, e a Malta.

Una volta che ne sarà riconosciuta l’efficacia in che forma sarà possibile utilizzarlo? E a chi potrà essere somministrato? 
Il protocollo si basa sull’uso dei tre farmaci già ricordati, di cui due sono iniettabili, ed uno è per uso orale. I trials sono effettuati su pazienti che manifestano sintomi lievi (per valutare se il protocollo può avere un’azione preventiva sul deterioramento rapido delle condizioni cliniche e sulla terapia intensiva) e su pazienti ricoverati in grave stato di insufficienza respiratoria per valutare l’effetto terapeutico nella fase acuta.

Quanto tempo ci vorrà prima che sia disponibile questo antidoto? 
Più che un “antidoto” definiamolo correttamente “protocollo” dato che si tratta, come abbiamo detto, di un mix di tre farmaci. Se i trials andranno bene, i tempi potrebbero essere relativamente brevi: un mese, o un mese e mezzo.

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