Share |

Cura da lacrime e sangue per le banche, con 70mila posti a rischio nei prossimi 5 anni


03/12/2019

di Artemisia


Antonio Patuelli

Per le banche italiane si prospetta una cura da lacrime e sangue. Se gli istituti vorranno essere competitivi, o semplicemente sopravvivere, dovranno tagliare nei prossimi 5 anni, ben 70mila posti. Ridurre 5 miliardi di costi per continuare e il doppio, 10 miliardi, per allinearsi agli standard europei. E’ questa l’analisi drammatica effettuata dalla società di consulenza Oliver Wyman nel rapporto “Banche italiane su un piano inclinato” anticipato dal Sole24Ore. Il documento offre anche una cura a questa situazione che, si spiega, è imputabile soprattutto alla bassa redditività degli impieghi, a causa dei tassi d’interesse zero della Bce, già scesi quest’anno di 30 punti base per i mutui e di 80 punti per i prestiti alle imprese. Con la conseguenza di una riduzione media dello spread tassi attivi-passivi di 20 punti base. Sempre l’effetto tassi comprimerà i ritorni sui titoli di debito, con una riduzione del margine di interesse del 5% rispetto ai livelli attuali. La Wyman sostiene che va cambiato il modello di gestione e il primo passo è prendere atto che occorre meno personale e per metà va riqualificato con le nuove tecnologie. 
Per la società di consulenza questo è addirittura uno scenario ottimistico, che fotografa la realtà a bocce ferme, cioè considerando il perdurare di un ritmo di crescita economica basso e di tassi bassi. Ma potrebbe essere peggiore qualora subentrassero nuove crisi finanziarie. 
La società di consulenza valuta che nei prossimi cinque anni la media delle banche italiane vedrà una riduzione dei ricavi, in termini di margine di intermediazione, del 10% con punte del 15% per quelle più esposte sul credito e sui titoli di stato. 
Che fare? Il rischio è che il conto venga girato alla clientela, cioè che la prima operazione sia di alzare il costo delle commissioni. Ma il rapporto della Wyman sottolinea che “i ricavi commissionali non saranno di aiuto a compensare il calo del margine d’interesse: sono già su livelli più elevati rispetto alle banche europee e la regolamentazione tenderà sempre più a favorire la concorrenza mettendo sotto pressione la marginalità”. 
La cura suggerita è di cambiare il modello di servizio che finora ruota attorno alle filiali. Nel rapporto si dice che “bisogna colmare il gap di produttività verso le altre banche europee che già operano con un rapporto tra costi e totale della raccolta e impieghi dell’1% rispetto all’1,4% delle nostre banche”. E questo si realizza “riducendo le base dei costi di circa 5 miliardi di euro che corrispondono a circa 70.000 risorse e a 7.000 filiali nel corso dei prossimi 5 anni”. 
Coloro che sopravvivranno a questi tagli draconiani dovranno per la metà, riconvertirsi alle nuove tecnologie, acquistando nuove competenze. 
Un recente studio di Mediobanca ha evidenziato tra 2008 e 2018 una forte tendenza alla diminuzione dei dipendenti bancari (-17%, da 2.766.455 a 2.296.454) in tutta l’Unione europea. Il calo di personale nei principali Paesi europei nel periodo 2008-2018 vede in testa l’Olanda (-37,8%), seguita dalla Spagna (-35,2%), dalla Danimarca (-21%), dall’Italia al quarto posto (-18,9%). E ancora: la Germania (-17,6%), la Polonia (-12,1%) e la Francia (-3,7%), mentre gli occupati del settore crescono in Svezia (+4,3%). 
In Unicredit nello stesso periodo, il calo di dipendenti è stato del 45,3% ovvero -79.660 unità, causa anche cessioni, quali Bank Pekao e Pioneer. 
Quanto al costo del lavoro per dipendente, la media europea del 2018 è di 84.000 euro, a fronte di quella italiana pari a 69.00, rispetto a quella tedesca di 98.000 euro e a quella francese di 82.000 euro.

(riproduzione riservata)