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Cvd, Armando Siri "dimissionato" e la Lega non rompe

Gongola Di Maio, che “scarica” la Raggi, mentre Salvini mastica amaro in attesa delle Europee. Poi chi vivrà vedrà


09/05/2019

Come volevasi dimostrare (o Cvd, per utilizzare il linguaggio giovanile). Il premier Conte ha “dimissionato” il sottosegretario Armando Siri, sotto indagine per una presunta tangente, fra le contenute esternazioni di gioia di Luigi Di Maio (che - oltre a parlare di un passo importante verso la legalità - non ha mancato di scaricare il sindaco di Roma, Virginia Raggi, per la sua presenza a Casal Bruciato in occasione delle inaccettabili contestazioni relative a una casa popolare assegnata a una famiglia Rom), mentre Matteo Salvini, deglutendo amaro, ha accettato suo malgrado. 
Il perché è semplice: una crisi di Governo in vista delle elezioni europee del 26 maggio sarebbe potuto costargli un bel po’ di preferenze. Così si è limitato a lamentarsi del comportamento ambiguo dell’alleato di Governo, che ad esempio non ha mai preso posizione contro la Raggi, “indagata da anni”. Comunque minacciando di “rompere” nel caso non vengano portate avanti certe posizioni leghiste (in primis quella relativa alle droghe leggere e al fiorire dei negozi che le vendono). 
Già, le europee. Che rappresenteranno una specie di spartiacque verso quella crisi (richiesta a gran voce dal segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti, a sua volta pronto a ululare alla luna pur di incassare briciole di consenso) che si è voluta evitare in tutte le maniere. In quanto faceva comodo sia da una parte che dall’altra.  
Di fatto, è risaputo, un giorno sì e l’altro pure si va consumando lo scontro fra i due alleati di Governo, appunto Di Maio e Salvini, che a stare zitti, in altre parole comportandosi da politici veri, proprio non ce la fanno. Così mentre il primo resta attaccato come una sanguisuga al “caso Siri”, alimentando lo scontro con l’amico-rivale, il leader leghista non manca di  replicargli in maniera dura, riaccendendo (se mai ce ne fosse bisogno) lo scontro frontale. 
Sì, perché - come si è visto - Salvini (apparso comunque abbacchiato dopo il Consiglio dei  ministri di mercoledì, che ha rappresentato una sua sconfitta) non le ha mandate a dire anche per interposta persona. Ad esempio sparando a zero contro Fabio Fazio, rifiutandosi di andare alla sua trasmissione e colpevolizzandolo per il contratto milionario che gli paga la Rai (in questo spalleggiato dai vertici di viale Mazzini). 
A sua volta Di Maio non ha mancato di tormentarci in continuazione dal piccolo schermo (non si perde infatti una trasmissione per far vedere che è bravo e che senza di lui l’Italia affonderebbe), riaccendendo la miccia dello scontro a ogni piè sospinto, a sua volta in cerca di una manciata di voti. 
Per farla breve: quello che sembrava una specie di ultimatum si è sciolto come neve al sole, complici appunto i citati interessi elettorali. In ogni caso tira una gran brutta aria in seno al Governo. Ma il voto del 26 è troppo importante per rompere adesso e arrivare alla crisi. Poi chi vivrà vedrà.

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