Share |

Da Movimento a Partito: la parabola dei grillini all'insegna di già collaudate "liturgie"

L’evoluzione è nelle corde del vicepremier Di Maio, disposto a immolare la vecchia anima stellata al fascino del potere e alle ragioni di governo. A fronte di un matrimonio con il ministro degli Interni dagli sviluppi imprevedibili


25/02/2019

di Antonio Sciortino*


“Uno vale uno” era il motto dei grillini. Un punto fermo, qualificante, del loro programma. Un mantra ripetuto a ogni occasione. E talora, forse, anche applicato. Per lo meno agli inizi. Ora è soltanto un pallido ricordo. Già archiviato, in soffitta. Quasi roba da preistoria. Nato contro la “casta”, il Movimento s’è prontamente adeguato. In tutto, e anche di più. Casta anch’esso, dopo aver combattuto, per anni, i mali della politica. Tutto sconfessato. Compromesso dopo compromesso. Cedimento dopo cedimento. Sgretolando, uno dopo l’altro, i princìpi “non negoziabili” del grillismo, tanto sbandierati nelle piazze. A cominciare dalla trasparenza, fino al grido di battaglia: “Onestà, onestà…”. E al limite dei due mandati parlamentari, uno dei più solidi capisaldi, messo ora in discussione. 
Insomma, l’anima genuina dei grillini è in via di estinzione. Immolata al fascino del potere e alle ragioni di governo. Ai grillini, ora, meglio s’applicherebbe il motto orwelliano: “Tutti sono uguali, ma c’è chi è più uguale degli altri”. Anzi, hanno fatto di più: “Uno vale tutti”. Così, “Gigino” Di Maio decide per tutti. 
L’ “eccesso di zelo”, poi, ha fatto il resto. Nell’accaparrarsi e spartirsi poltrone e posti di comando. Senza alcun rispetto delle istituzioni e della loro autonomia. Quelli della prima Repubblica, al confronto, erano dilettanti. Gli si poteva imputare di tutto, non certo mancanza di rispetto dello Stato e delle regole democratiche. Oltre a cultura e preparazione politica. Contrariamente a quanto avviene oggi, dove prevale l’improvvisazione. E ci si vanta di portare chiunque in Parlamento. Dopo i vistosi cali di consensi, aggravati dalla batosta alle regionali in Abruzzo e in Sardegna, il Movimento 5Stelle ha rotto gli indugi. E s’avvia a diventare un partito. Strutturato come tutti gli altri. Radicato nel territorio e aperto a nuove alleanze. Con le stesse collaudate “liturgie”: compromessi, scambi, accordi sottobanco… Lo negheranno, fino all’impossibile. Anzi, cominciano a dire: “Siamo un Movimento in evoluzione”.  
A caratterizzarli, come sempre, sarà la “piattaforma Rousseau”. Massima espressione della democrazia diretta. Dove gli iscritti (quest’anno in calo, rispetto al passato) esprimono la loro partecipazione con un voto in Rete. Come, di recente, per il caso Salvini e la nave Diciotti. E l’autorizzazione a processare il ministro dell’Interno per sequestro di persona. Democrazia diretta che, nel caso specifico, s’è rivelato un bluff. Pura finzione. Un misero sotterfugio per tirar fuori dall’imbarazzo il leader 5Stelle. Un alibi, per Di Maio, per non assumersi la responsabilità di decidere pro o contro Salvini. Come novello don Abbondio, privo di coraggio, se n’è lavato le mani. In modo pilatesco. Scaricando l’onere della decisione sul popolo grillino. Che ha deciso all’oscuro. Senza aver letto una sola pagina delle carte dei giudici. Oltre a trovarsi di fronte a un quesito ambiguo. “Cervellotico”, come l’ha definito lo stesso Grillo. Anzi, maliziosamente teso a indirizzare l’esito della votazione. Furbizia di piccolo cabotaggio, dietro cui nascondersi. E poter dire: “E’ il popolo che ha deciso”. Anche se quel popolo è una sparuta minoranza. Hanno votato, infatti, 52 mila persone, cioè lo 0,4 per cento dei 12 milioni circa dei loro elettori. Ai gazebo per le primarie del tanto bistrattato Pd accorrono più di un milione di votanti. Ai tempi di Romano Prodi furono quasi quattro milioni. Voti tutti schedati. Contrariamente alla piattoforma Rousseau, priva d’una certificazione esterna, indipendente. A garantire trasparenza e correttezza di votazioni e risultati. Una piattaforma, oltre tutto, più volte vittima delle incursioni degli hackers. Con qualche incidente tecnico. A impedire talora l’accesso in Rete, tal’altra la possibilità di cliccare più volte alle votazioni. Eppure, per il suo sviluppo tecnologico, ogni parlamentare pentastellato versa alla piattaforma Rousseau trecento euro al mese.  Che, per il numero degli eletti in Parlamento, fanno 90 mila euro mensili. 
Ma il problema più serio è un altro. Il voto in Rete, vincolante per gli eletti grillini, è una grave ferita per il Parlamento. Segna il passaggio di importanti prerogative parlamentari a una piattaforma privata. Quasi che, questa, fosse una “terza Camera” legislativa. Anzi, l’ “unica Camera” legittimata a decidere: quella del popolo. Come vorrebbe la democrazia diretta (o “eterodiretta”), che fa a meno del Parlamento e delle sue funzioni costituzionali. La politica sta abdicando al suo ruolo. I parlamentari sono bypassati. Impediti di dibattere e decidere. Anche sulle questioni più importanti dello Stato e della vita dei cittadini. La democrazia rappresentativa è a rischio. I populismi, in passato, non hanno portato bene. Oggi, come in Venezuela, affamano il popolo, che dicono di servire.  
E così, in barba ai princìpi grillini, il leader 5Stelle ha graziato Salvini, l’uomo forte della Lega. Il “capitano coraggioso”, che mostra i muscoli ai poveri migranti della Diciotti, tra cui donne e bambini. Ma, vergognosamente, fugge dal processo e dai giudici. Nonostante le spavalde dichiarazioni e la promessa a farsi processare, rinunciando all’immunità parlamentare: “Non negherò l’autorizzazione a procedere. Voglio spiegare tutte le ragioni della mia scelta sulla questione della nave Diciotti, e cioè il mio dovere di difendere i confini nazionali”. 
Sappiamo com’è finita: salvato dal tribunale del popolo dei 5Stelle. Ora, i dioscuri della politica italiana sono legati, l’un l’altro, più che mai. Un tutt’uno. In un reciproco scambio di favori. Una nuova alleanza, che va oltre i vincoli del contratto di governo. Un matrimonio di interesse, dagli sviluppi imprevedibili. Quale l’ipotesi di presentarsi insieme alle elezioni. Sarà “abbraccio” vincente o mortale? A dirlo sarà la realtà, nella cruda verità dei dati economici, finita l’ubriacatura da propaganda elettorale. 
Il Paese, infatti, scivola sempre più in basso. Fanalino di coda in Europa. La produzione industriale è a livelli preoccupanti. I cantieri fermi. La Tav, oggetto di baratto politico, congelata fino alle elezioni europee. Disoccupazione in crescita e aziende che chiudono. Il reddito di cittadinanza, la panacea per la ripresa, impigliato nelle sue contraddizioni. Eppure, il 2019 sarà un “anno bellissimo”, come ha detto il premier Conte, ignaro della recessione. E di altro. Per questo, al Parlamento europeo hanno avuto buon gioco. E l’hanno sbeffeggiato come un burattino in balìa dei due vicepremier. E per una politica estera confusa, ondivaga e inaffidabile. Che ha isolato l’Italia dal resto del mondo. 
Preoccupa l’accelerazione del degrado politico ed etico, cui assistiamo ogni giorno. Il Paese è sempre meno coeso. Nel nome di una malintesa autonomia regionale. Moderno “cavallo di Troia” per affermare la secessione. “Un boccone avvelenato”, l’ha definito monsignor Filippo Santoro, responsabile Cei per le politiche sociali. “L’autonomia differenziata”, ha detto, “per come sta andando avanti, lascia molto perplessi. Non è di sicuro quel sano regionalismo di cui, forse, tutti avremmo bisogno. La Chiesa non ha mai rigettato le autonomie regionali ispirate al principio della sussidiarietà”. E ha aggiunto: “È necessario che i servizi fondamentali siano erogati in maniera uniforme e adeguata in tutte le regioni, altrimenti si potrebbe originare una evidente sperequazione tra Nord e Sud, che metterebbe inevitabilmente a rischio l’unità nazionale”. 
Già nel Paese c’è un clima sempre più rancoroso e incattivito. Il populismo acceca le menti e fomenta sentimenti xenofobi. Un maestro a Foligno. Mauro Bocci, umilia un bambino nero. Lo isola dalla classe e lo addita al pubblico ludibrio: “Ma che brutto, questo bambino nero! Bambini, non trovate anche voi che sia brutto?”. Un recidivo: l’aveva fatto anche alla sorella di questo bimbo nigeriano. Per fortuna, i loro compagni si sono ribellati. Hanno dato una lezione di civiltà a un adulto incivile, solito a puntare il dito contro migranti e neri. 
Non è da meno quanto successo a Melegnano, in provincia di Milano. Scritte razziste, con una svastica, sono apparse sul muro di casa della famiglia Pozzi, che ha adottato un ragazzo senegalese, Bakary Dandio. Un ventiduenne che ha patito il trauma del carcere libico. E porta ancora i segni delle violenze e delle frustate sul suo corpo. La reazione, anche in questo caso, non s’è fatta attendere. Gli abitanti di Melegnano hanno manifestato in piazza, aderendo all’appello “Facciamoci sentire”. Il padre adottivo di Bakary ha accusato le politiche sull’immigrazione, che hanno sdoganato il clima d’odio che si respira nel Paese. I casi di discriminazione sono in crescita. E, purtroppo, mostrarsi razzisti non è più tabù. Come frequente è l’insulto: “Negro, tornatene a casa tua”. 
Non è più tempo di stare alla finestra. Il clima nel Paese va svelenito, prima che si aggravi. C’è un’Italia solidale che non ha ceduto a chi avvelena i pozzi del civile vivere comune, nel rispetto della “convivialità delle differenze”, come diceva don Tonino Bello. Appropriamoci dell’appello dei cittadini di Melegnano: “Facciamoci sentire”. Per ricordare a tutti che la politica è una cosa seria. E il consenso si costruisce non parlando alla pancia della gente, ma alle loro menti. Anzi, al loro cuore. Quello dell’Italia è ancora un cuore grande, accogliente e solidale. Non sviliamolo, per qualche voto in più.

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale

(riproduzione riservata)