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Dagli scaffali del passato un romanzo straordinario; da quelli del presente una storia “linguazzuta” sulla sfondo della Sicilia ottocentesca

A tessere la tela di due intriganti vicende, distanti però anni luce l’una dall’altra, l’indimenticata gallese Bernice Rubens (scomparsa nel 2004) e la debuttante romana Laura Lanza, una penna da tenere d’occhio


28/09/2020

di Valentina Zirpoli


Vale la pena di morire solo nel nome dell’amore e dell’amicizia? Su questo inquietante interrogativo si dipana l’emozionante saga familiare firmata nel 1983 (ma inedita in Italia) dalla gallese Bernice Rubens, nata a Splott (Cardiff) il 26 luglio 1928 da una famiglia di origine russo-ebraica e morta a Londra il 13 ottobre 2004. Lei musicista di un certo livello prestata alla narrativa, che nel 1970 aveva vinto - ed era stata la prima volta per una donna - l’importante Booker Pinze con The Elected Member
Lei che si era sposata con Rudi Nassauer, un commerciante di vini a sua volta romanziere, da cui ebbe due figlie, Rebecca e Sharon; lei che aveva iniziato a scrivere a trent’anni, dopo aver insegnato inglese e girato documentari, pubblicando 24 romanzi di successo, alcuni dei quali travasati sul grande schermo. È il caso di Madame Sousatzka del 1962, adattato nel film omonimo diretto da John Schlesinger e interpretato da Shabana Azmi e Shirley MacLaine, nonché del suo I Sent a Letter To My Love del 1975, portato al cinema cinque anni dopo come Ma hère Inconnue da Moshe Mizraki per l’interpretazione di Simone Signoret e Jean Rochefort. 
Che altro di Bernice Rubens? Una scrittrice compulsiva che traeva spunto per le sue storie dalle esperienze personali e da quelle dei suoi amici, oltre che da secoli di tradizione ebraica. Spunti che in realtà la portavano a parlare, bene e spesso, dei rapporti umani all’interno dell’ambito familiare, che descriveva con una lingua lucida e tagliente segnata da una immaginazione graffiante e a volte anche inquietante. 
E ora eccola tornare sui nostri scaffali, sempre per i tipi dell’Astoria che le aveva già pubblicato nel 2013 Madame Sousatzka (fermo restando che nelle nostre librerie era già arrivata altre due volte con Mia cara sconosciuta e Nove vite, romanzi entrambi editi da Elliot), con L’eredità di Jakob Bindel (pagg. 662, euro 22,00, traduzione di Irene Abigail Piccinini), una monumentale saga familiare dove sono narrate le vicissitudini e le atrocità subite dagli ebrei, a partire dalla Russia zarista all’Olocausto, fino ad arrivare ai giorni nostri. A fronte di un imperativo d’obbligo: sopravvivere rinnegando i propri valori, i propri princìpi, il proprio Dio, le proprie idee, peraltro rimanendo con un perpetuo senso di colpa. Perché “non c’è causa al mondo, nemmeno Dio, per cui valga la pena di morire. Eccezion fatta per l’amore e l’amicizia”. 
E il monito di Jakob - patriarca della famiglia Bindel (“Dovete sopravvivere, figli miei. Amatevi l’un l’altro come avete sempre fatto e proteggetevi a vicenda. Ricordatevi di tutti noi e di tutto l’amore che ci unisce. Vi darà forza”) - è il filo rosso che percorre la narrazione di questa storia, che segue la vita di sei generazioni di Bindel in un mondo ostile. Fortunatamente la famiglia è unita da legami indissolubili di amore e lealtà, legami che sopravvivono alla coscrizione ventennale nell’esercito zarista degli anni Trenta dell’Ottocento, al pogrom di Odessa del 1871, all’emigrazione nelle valli del Galles e in Germania, ai campi di concentramento nazisti e ai gulag sovietici. Di fatto è una promessa quella che lega i fratelli Bindel, generazione dopo generazione: salvare la stirpe, resistere alla cattiveria degli uomini e della Storia. 
Che dire: un racconto di persecuzioni e intolleranza che emoziona e coinvolge, ma anche una testimonianza della resilienza umana e della forza dei legami familiari. Tutto ciò che accade in una famiglia accade in misura molto più forte in una famiglia ebraica - sosteneva Bernice Rubens - dandocene una prova narrativa proprio con questo romanzo, capace di commuovere, ma anche consolare. 
Insomma, per dirla con le parole del The Times, “un lungo racconto di persecuzioni e intolleranza, ma anche una testimonianza della resilienza umana e della forza dei legami familiari”. 


Sempre per i tipi dell’Astoria è arrivata sugli scaffali una debuttante di successo, Laura Lanza, capace di regalare ai lettori un lavoro originale, “permeato - tiene a precisare l’editore - di una sottile ironia e caratterizzato da una sapientissima orchestrazione degli eventi, grande cura della lingua e conoscenza profonda del periodo storico in cui si svolge la vicenda”. Una sventagliata di complimenti peraltro meritata, in quanto l’autrice dimostra una maturità narrativa che va ben oltre le aspettative della “prima volta”. 
Lei capace di dare voce, immagine e respiro a una donna intelligente, generosa, determinata, responsabile, oltre che linguazzuta e presuntuosa, sullo sfondo della Sicilia inquieta dell’Ottocento. Una popolana semplice ma saggia, la cui furbizia e intraprendenza risulta capace di pesare, e non poco, sui gabasisi dei notabili del posto. Una donna capace di “prendersi gran collera” e di non mandarle a dire. In ogni caso una fimmina ben voluta da tutti in paese (“Che idda tutto se lo teneva in pugno”) e magari anche fuori dal paese. Ovvero Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina (pagg. 172, euro 16,00), “levatrice e pia ricevitrice dei projetti”. 
Insomma, un romanzo segnato da ambientazioni giocose (a tenere banco c’è anche un lampione della discordia), ma soprattutto da personaggi indolenti e accidiosi ben caratterizzati (eccellenze e monsignori, vedove inconsolabili e picciriddi, cavalieri del Regno e jettatori) che cattura e intriga. Ferme restando le divagazioni dialettali isolane - Camilleri docet - sulle quale il lettore può far chiarezza ricorrendo a un nutrito glossario finale. 
Laura Lanza si diceva (niente a che vedere con Laura Lanza di Trabia, più nota come la baronessa di Carini, protagonista di una famosa e tragica vicenda siciliana. Anche se la sua protagonista, come ha avuto modo di annotare Stefania Auci, autrice de I leoni di Sicilia, è “degna compagna delle fimmine della tradizione siciliana: irriverente, sensuale, vitale”), nata a Roma un po’ di anni fa (come si fa a chiedere l’età a una signora?), che ha lavorato come bibliotecaria della Vallicelliana e attualmente si propone come caporedattore della rivista Accademie & Biblioteche d’Italia
Lei che nel 2017 era entrata a far parte dell’Osservatorio del libro e della lettura. Lei autrice di numerosi contributi sulla vita culturale della Capitale, che ha fatto parte della redazione della Bibliografia Romana e ha curato la rubrica Bibliografia di storia delle istituzioni contemporanee sulla rivista Le carte e la storia, edita da il Mulino. Lei che con questo suo primo romanzo - originale e ironico - è stata finalista dell’edizione 2019 del Premio Calvino. 
Come accennato, a tenere la scena di questo lavoro, è Donna Francesca Savasta, una ragazza del popolo, semplice, forse ignorante ma sicuramente rivoluzionaria nella sua infinita saggezza e concretezza. Fa la levatrice in uno sperduto paesino dei monti Iblei e interpreta il suo ruolo in modo molto personale, prodigandosi per “sistemare” al meglio la vita di inesperte e povere puerpere e dei bambini abbandonati nella “ruota degli esposti”. 
“Tutto questo secondo una perfetta legge morale, la propria. Tra briganti che non sono davvero cattivi, parroci non proprio fedeli al voto di castità, vendette di paese, omicidi e sparizioni. Di fatto una storia originale, permeata da una sottile ironia e caratterizzata da una sapientissima orchestrazione degli eventi, grande cura della lingua e conoscenza profonda del periodo storico in cui si svolge la vicenda”. 
La valutazione e il voto? Bene, brava, sette più. Un’autrice da tenere d’occhio.

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