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Dal deserto della Namibia all'Artico: le imprese estreme firmate da Stefano Gregoretti, agronomo, motivatore e atleta professionista


22/07/2019

di Carlo Sutalime


Ha 45 anni (è infatti nato a Riccione nel 1974) ma ha ancora la voglia di macinare imprese come se fosse un ragazzino. E di imprese al limite, in giro per il mondo, ne ha già messe a segno parecchie: spaziando dal deserto della Namibia all’Artico, dal deserto del Gobi alla Patagonia, come se si trattasse di passeggiate. E a chi gli chiede perché abbia iniziato a correre, Stefano Gregoretti risponde: “Ho iniziato perché io, uomo di mare, volevo stare in mezzo alla natura impervia e dare del tu alla montagna della quale mi ero innamorato da ragazzino”. Semplice, no? Come bere un bicchier d’acqua. 
Salvo dover far di conto con un fisico bestiale, allenamenti al limite, una incredibile resistenza alla fatica. Ma anche con una concentrazione fuori dal comune, che lo porta filosoficamente a domandarsi: “Come si fa a restare impegnati solo sulla corsa, quando realizzi di essere una formica in movimento in mezzo allo spazio e al tempo?”. Sarà perché lui, e quelli della sua razza, sono atleti di endurance, abituati a misurarsi con i posti più impervi al mondo e le relative fatiche. Magari in sella a una bici e a fronte di una considerazione: “Correre per l’uomo è il modo più naturale, ma poi c’è stato chi ha inventato la ruota. Perché allora non sfruttarla?”. E questo vale anche per l’utilizzo degli sci, delle ciacole, di pesanti slitte da trainare a spalla... 
Stefano Gregoretti, si diceva. Che in Ultratrail (Rizzoli, pagg. 266, euro 18,00) piacevolmente si racconta. E dire che riteneva di non avere abbastanza cose a disposizione per la stesura di un libro. Salvo cedere, sia pure con una certa riluttanza, alle insistenze di Marianna Zanatta, amica e manager. Per poi rendersi conto di quanto “catartico e bello” sia stato ripercorrere le tappe importanti della sua crescita come atleta di endurance. Ma anche un modo per far partecipe il lettore delle sue esperienze, vissute all’insegna dei successi e degli insuccessi, dei risultati e delle lezioni di vita. 
Lui di professione “motivatore” e agronomo, o forse sarebbe meglio definirlo soltanto atleta professionista, che nel 2005 aveva affrontato il suo primo “triathlon” (una gara articolata su tre prove da compiere in immediata successione e incentrate sul nuoto, il ciclismo e la corsa), cui ne sarebbero seguiti altri 43 nei successivi nove anni, oltre a sette “Iron Man” (e qui - sulle stesse prove - le distanze, le difficoltà e le fatiche si dilatano) fra il 2008 e il 2012. E proprio a partire dal 2012 sarebbe gradualmente passato dalle gare alle imprese estreme, solitarie, portando a termine sinora 12 ultratrail e sette spedizioni in ambienti diversi del pianeta. Insomma, una vita di corsa volta a scoprire sin dove ci si può spingere fisicamente e mentalmente. In ogni caso libero dallo stress degli impegni quotidiani. 
A questo punto spazio alle note editoriali. Nelle quali si ricorda come Stefano Gregoretti abbia conosciuto sin da giovanissimo una passione assoluta che, nella vita, lo avrebbe portato molto lontano dalla sua, pur amatissima, riviera romagnola. Già dalle prime vie ferrate nelle Dolomiti, affrontate con la famiglia, aveva infatti scoperto il desiderio di penetrare nei territori più aspri e remoti, senza paura di incontrare pericoli né di far fatica. Anzi, addirittura, imparando ad amarla, questa fatica, e a coltivarla come una dote interiore. E così, anno dopo anno, avrebbe tracciato il percorso entusiasmante che racconta in questo libro, confrontandosi con sfiancanti corse in solitaria, ben più lunghe di una maratona. 
Di fatto i suoi ricordi ci portano in giro per il mondo, Italia compresa (Valle d’Aosta, dove ha luogo il Tor des Geants, e Appennino), a fronte di imprese che si leggono come grandi racconti d’avventura. Perché parlano di crepe che si aprono sotto i piedi nel ghiaccio del pack e di notti passate in carceri abbandonate, di tempesta e di sole giaguaro, di freddo che ti stringe come una tenaglia e di sete che ti tortura. Ma parlano anche di sfida con se stessi e di uno sconfinato amore per il nostro meraviglioso pianeta, oggi purtroppo minacciato dai cambiamenti climatici (e da qui la rabbia mal repressa dell’autore). 
Che altro? Per tutti coloro che, catturati da questo genere di esperienze e dagli splendidi scenari naturali, vogliano mettersi alla prova con un Ultratrail, Gregoretti offre anche utilissimi consigli pratici in una appendice al libro. Una specie di vademecum, dal taglio divulgativo, a uso e costume di chi vuole imitarlo. Anche se il buon senso suggerirebbe di non farlo. 
In sintesi: un lungo racconto, perché di racconto si tratta, all’insegna della semplicità e dell’umiltà, ma anche imbevuto di sorsate di umorismo; un racconto che non vuole solo parlare di gare, ma anche del modo di affrontare il quotidiano al di fuori delle gare. Insomma, bene, bravo, sette più.

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