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Dal turismo e dalla ristorazione possibili perdite per più di 180 miliardi di euro

Le difficoltà sorte durante il lockdown rischiano di accentuarsi in fase di riapertura mettendo a rischio milioni di posti di lavoro e mandando in fumo il 10% del Pil italiano


20/04/2020

di Damiano Pignalosa


La parola d’ordine è riapertura, ma alcuni settori merceologici rischiano di soffrire più di altri il gancio arrivato senza indugio da parte del coronavirus. L’Italia si sa è famosa per le piccole e medie imprese che sono capaci di realizzare dei veri e propri capolavori in tantissimi ambiti, ma non bisogna dimenticare il perché il nostro Paese è tra i primi 5 più visitati al mondo, terzo in Europa, e questo si riassume in due fattori: cibo e bellezze turistiche.

Ristorazione
86 miliardi di euro, è il giro d’affari della ristorazione in Italia nel 2019 (il dato più alto in Europa dopo Regno Unito e Spagna), in forte crescita con 46 miliardi di euro di valore aggiunto, realizzato da 336.000 imprese, con oltre 56.000 gestite da under 35 ed una su tre con guida al femminile, per 1,2 milioni di posti di lavoro: sono i dati di sintesi del Rapporto Fipe sulla ristorazione italiana che misura i trend seguiti dai consumatori analizzando la sostenibilità, la territorialità e infine l’origine delle materie prime dei piatti nostrani. Con oltre 6 italiani su 10 che cenava fuori casa almeno una volta al mese, tutto il comparto andava avanti a vele spiegate, forti di una cultura gastronomica che riusciva ad accontentare tutti i palati. In questo caso il virus ha colpito forte più che mai visto che, quello della ristorazione, sarà uno degli ultimi settori a ripartire con tantissime incognite all’orizzonte. Un pranzo, una cena o semplicemente un caffè al bar sono momenti di aggregazione e convivialità che generalmente sfociano in un piacere goduto in compagnia. I dubbi del settore riguardano proprio le modalità di riapertura, perché se gli ingressi saranno contingentati o si impongono barriere protettive durante le consumazioni, i proprietari delle attività sono consapevoli di non poter più offrire un servizio gradito ai propri commensali imboccando la via della chiusura forzata visto che i guadagni non sosterrebbero due aspetti fondamentali: i costi di gestione e il recupero dei mesi di questi mesi di lockdown.

Turismo
L’Italia è, nel 2019, il quinto Paese più visitato al mondo con 94 milioni di visitatori stranieri secondo l'ENIT, con un numero pari a 113,4 milioni di presenze nelle sole città d'arte e con 216,5 milioni di presenze totali. Secondo stime della Banca d'Italia del 2019, il settore turistico genera poco più del 5% del PIL nazionale con un giro d’affari di circa 90 miliardi e rappresenta oltre il 6% degli occupati.
A questi bisogna aggiungere la consistente massa di turismo interno e voilà, abbiamo nelle mani una vera e propria bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel post coronavirus. Dagli alberghi ai bed & breakfast, dalle strutture di villeggiatura a quelle termali, tutto l’ecosistema rischia di saltare non solo per la chiusura forzata di questi mesi che hanno fatto registrare già un mancato guadagno di circa 7,5 miliardi di euro, ma soprattutto per le difficoltà che bisognerà affrontare alla riapertura. Soli pochi giorni fa giravano in rete dei rendering di strutture in plexiglass da poter sistemare in prossimità degli ombrelloni per poter favorire la permanenza in spiaggia. Inutile dire che oltre ad essere una soluzione forzata diventerebbe alquanto inutile vista la riluttanza espressa già dalla popolazione che preferirebbe restare a casa piuttosto che godersi il mare in un box. Questa è solo una delle “soluzioni” messe in campo per poter favorire i flussi di vacanzieri con l’arrivo imminente dell’estate, ma rimanendo un po’ più con i piedi per terra si capisce fin da subito che: visite virtuali nei musei, spiagge con protezioni e gite limitate non potranno mai sopperire ai mancati introiti che si stanno accumulando.

Conclusioni
In un momento così delicato a livello sanitario ed economico piuttosto che indicare la luna guardando il dito bisognerebbe intervenire davvero per dare una mano ai settori che quasi certamente non ce la faranno a ripartire. Questi mesi sono serviti anche per valutare gli interventi effettuati dal nostro esecutivo e, senza nascondersi, bisogna ammettere che gli aiuti forniti fin qui sono del tutto insufficienti, i tempi per ottenerli sono biblici e il supporto che lo Stato doveva dare a livello pratico ancora non si è visto. Nessuno pensa che la gestione di questa emergenza sia cosa facile, ma di certo bisogna intervenire nel più breve tempo possibile con aiuti mirati e duraturi nel tempo, perché questa catastrofe chiamata coronavirus non potrà essere accantonata con delle misure una tantum scaricando le problematiche sulla popolazione. L’invito è sempre lo stesso, difendere con concreti aiuti economici le migliaia di imprese di ogni settore merceologico che nel nostro Paese creano posti di lavoro e ricchezza, anche perché se lasceremo andare la barca alla deriva, l’unica spiaggia dove potremo attraccare sarà quella di un’isola deserta…

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