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Dalle pieghe del passato storie d’autore, misteriose e violente, che lasciano il segno

Firmate dal francese Pierre Lemaitre e dallo scozzese Philip Kerr due thriller ricchi di sorprese, suspense, brutalità e cattiveria narrativa


05/10/2020

di LUCIO MALRESTA


A tenere banco, nel contesto narrativo del francese Pierre Lemaitre, sono bene e spesso crimini spaventosi e fuori dagli schemi, a fronte di vittime a volte più intelligenti degli stessi aguzzini. O magari, come abbiamo imparato ad apprezzare, incontriamo una figura anomala quanto intrigante di commissario, quella di Camille Verhoeven, un poliziotto indisciplinato ma fantasioso, che induce il lettore a fare le ore piccole. Di fatto una penna che graffia, quella di Lemaitre, capace di scavare nei lati oscuri del male con una forza narrativa fuori dal comune, trattando con eguale bravura temi sociali, familiari e sentimentali. 
Un autore che con le parole ci sa fare e che non le manda a dire, come successo in Lavoro a mano armata, un thriller del 2010 edito in Italia da Fazi (dal quale è stata tratta una serie Tv prodotta da Netflix) ambientato nel mondo dell’occupazione a fronte di un vero e proprio attacco al capitalismo e al suo management: “Un mondo cieco, brutale e implacabile, che espelle uomini e donne come fossero rifiuti, licenziati solo per far guadagnare agli azionisti qualche euro in più. Quel mondo imprenditoriale che può, al limite, diventare addirittura un’arma per uccidere”. 
Fazi, si diceva, che ora, nella collana Darkside, lo ripropone in un romanzo del 2009 intitolato L’abito da sposo (pagg. 334, euro 17,00, traduzione di Giacomo Cuva), un canovaccio accurato e scritto in punta di penna che si è aggiudicato il premio Meilleur Polar Francophone, nel quale l’autore - come ebbe a commentare Le Figaro Littéraire - tiene banco a fronte di “una giusta dose di follia”, che è poi quella “che fa la differenza”. 
A tenere la scena di questa storia fuori dalle righe è Sophie, una ragazza di trent’anni che lavora come babysitter accudendo Léo, figlio di una coppia di ricchi parigini. Di lei però si sa poco. In effetti Sophie sembra non avere una vita privata: si dedica infatti al bambino e a nient’altro. Il resto è un mistero. Ma sappiamo che è ossessionata da una doppia personalità: dimentica cosa ha fatto poche ore prima e vive in un costante stato di oblio. 
Succede che una sera la mamma di Léo rientri tardi e trovi Sophie addormentata davanti alla televisione. Presa da compassione, le propone di restare a dormire e lei accetta. Il mattino dopo la ragazza si risveglia sola in casa e fa la terribile scoperta: nella notte il bambino è stato strangolato nel sonno, proprio accanto a lei. 
A questo punto ha inizio una lunga fuga (cos’altro avrebbe potuto fare?), un sentiero che condurrà Sophie fin negli abissi del crimine per salvarsi da un omicidio che non ha commesso, ma per il quale si propone come l’imputata perfetta. Da qui un complicato percorso lungo il quale sceglierà di mentire se non addirittura di uccidere. Assumendo altre identità e confinando la propria esistenza dentro miseri giorni anonimi. Fino a quando scoprirà cosa è davvero accaduto quella notte e chi le ha rovinato la vita. 
In buona sostanza un noir psicologico che si nutre di continui flashback, capace di avvincere e di tenere sulle spine il lettore sino alle ultime pagine. A fronte di una storia “in cui la follia, tanto spaventosa quanto incomprensibile, riesce miracolosamente a trovare un perché”. 
Nato Parigi il 19 aprile 1951 Lemaitre, dopo aver insegnato per anni Letteratura francese, si propone oggi come sceneggiatore e autore a tempo pieno. Più in particolare ha scritto dieci romanzi, buona parte dei quali ambientati all’epoca della Prima guerra mondiale, con i quali ha collezionato premi, come il Goncourt nel 2013 con Au revoir là-haut (Ci rivediamo lassù nella versione italiana pubblicata da Mondadori). 
Tradotto in diverse lingue, Lemaitre ha avuto modo di commentare a modo suo il tardivo debutto in libreria: “Dentro ai miei libri c’è l’esperienza di una vita. Ovvero ciò che ho letto, studiato, insegnato. Tutto il mio bagaglio di fallimenti e di successi. Poteva essere così se avessi avuto soltanto 35 anni, anziché venti di più, quando ho iniziato a scrivere?”. 


A seguire, sempre per i tipi di Fazi Editore, un altro gradito ritorno: quello dello scozzese Philip Kerr, che avevamo imparato a conoscere, narrativamente parlando, in Violette di marzo (ovvero, così sono stati battezzati, gli affiliati dell’ultima ora al Partito Nazionalsocialista), il suo romanzo d’esordio datato 1989 nonché primo appuntamento con la trilogia berlinese incentrata su Bernie Gunther. Una storia ambientata nella Berlino del 1936, alla vigilia delle Olimpiadi, dove una coppia, marito e moglie, viene assassinata in casa e il loro appartamento incendiato. 
Il padre della donna, Hermann Six, è un industriale milionario e vuole giustizia. O meglio - giusto per riallacciare il filo conduttore della trilogia - rivuole la preziosissima collana di diamanti della figlia Grete, che è stata rubata. Si rivolge perciò all’ex poliziotto Bernie Gunther, un veterano di guerra che ora si propone come il detective privato antinazista più scorretto di sempre. Un tipo quindi fuori dalle righe che si troverà invischiato in una vicenda pericolosissima in quanto molto vicina alle alte sfere del potere nazista. A fronte di un coacervo di bugie, eccessi, corruzione e brutalità, con Himmler e Göring a muovere le fila…
Un salto di due anni, siamo quindi nella calda estate berlinese del 1938, e Kerr ci coinvolge con la seconda puntata della sua trilogia, peraltro già data alle stampe in Italia da Passigli nel 2006, intitolata Il criminale pallido (pagg. 346, euro 15,00, traduzione di Patrizia Bernardini), proseguendo così nel suo fortunato filone storico sulla scia di Chandler, Hammett, Malet e Simenon. 
Una storia che, ovviamente, vede ancora il nostro ironico protagonista alle prese con un difficile caso nella Germania hitleriana. Sulle tracce di un possibile serial killer, il detective Gunther si troverà infatti a dover fare i conti con un complotto interno al potere nazista, dove figure storiche del regime si mescolano a personaggi immaginari in una cornice comunque sempre rigorosa e verosimile. 
Siamo, come detto, nel 1938 a Berlino. Un periodo “caldo” che vede il popolo tedesco attendere con ansia l’esito della conferenza di Monaco, domandandosi se Hitler trascinerà l’Europa in una nuova guerra. Ad arricchire la suspense, la scomparsa in città di diverse ragazze adolescenti, tutte bionde con gli occhi azzurri, tutte bellezze ariane. Davvero una brutta faccenda. Così Heydrich in persona, il butterato responsabile del Servizio di Sicurezza, assolda il detective Bernie Gunther, costringendolo a tornare nella Kriminalpolizei, a capo di una squadra che faccia luce sul caso. 
Mentre qualcuno cerca di far ricadere la colpa di quanto sta succedendo su un membro della comunità ebraica, l’investigatore si cala nei meandri della prostituzione, della pornografia e della stampa estremistica: non a caso la Germania hitleriana, sotto la sua patina di ordine e decoro, nasconde sentieri sotterranei cosparsi di depravazione. Per di più, come se non bastasse, la Notte dei cristalli è alle porte. In altre parole quella notte, fra il 9 e il 10 novembre 1938, che risultò segnata da un’ondata di violenti pogrom (un termine di origine russa che si riferiva alle violente sommosse popolari verso le minoranze religiose antisemite), ondata che si sarebbe propagata in tutta la Germania, nell’annessa Austria e nella regione dei Sud della Cecoslovacchia, da poco occupata dalle truppe tedesche. 
Per la cronaca Kristallnacht (appunto Notte dei cristalli) deve il suo nome alle schegge dei vetri frantumati che tappezzavano le strade tedesche all’indomani dei citati pogrom. Vetri che provenivano delle finestre delle sinagoghe, delle case e delle vetrine dei negozi di proprietà di ebrei, saccheggiati e distrutti durante i disordini. 
Che dire: una storia che sembra stata scritta ieri, ricca di colpi di scena, depistaggi, intuizioni, orrori, miserie, sadismi e una buona dose di… maleducazione. Ovvero tutto quello che serve per un “romanzo poliziesco vecchio stile riuscito in pieno e frutto di una mente geniale”. 
Detto del libro, ricordiamo che Philip Kerr era nato il 22 marzo 1956 a Edimburgo. Dopo aver studiato legge all’Università di Birmingham e aver ottenuto un master degree, aveva lavorato come copywriter in diverse agenzie pubblicitarie, fra le quali la Saatchi&Saatchi. Un prolifico autore che in corso d’opera ha dato voce a 14 storie con protagonista Bernie Gunther, dieci thriller di variegata estrazione, oltre a otto libri per ragazzi accomunati nella serie La stirpe della lampada. Lui che se ne era andato da questo a soli 62 anni, il 23 marzo 2018, a causa di un tumore. Lasciando orfani non pochi lettori.

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