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Daniele Barioni, un maestro di canto, ma sopratutto un maestro di vita

L’autrice della sua biografia ci racconta come è arrivata a scrivere la storia di un artista che Luciano Pavarotti collocò fra “i tenori di un altro pianeta”


23/10/2019

di Camilla Ghedini


Ci sono libri che non nascono da un’ispirazione. L’uva e l'acciaio (Giraldi Editore, pagg. 156, euro 15,00), biografia romanzata di Daniele Barioni, passato alla storia come il tenore che fece tremare il Metropolitan di New York, è uno di questi. L’idea è stata di Paolo Govoni, presidente della Camera di Commercio di Ferrara, la città in cui risiedo e che spesso mi stringe per autoreferenzialità e incapacità di vedere oltre il castrum
Con Govoni, che firma l’introduzione, condivido la profonda convinzione che cultura ed economia possano supportarsi e sostanziarsi, ben oltre il concetto tanto greve quanto fastidioso che “con la cultura ci si mangia”. O non ci si mangia, dipende da che parte si sta. 
È stato Govoni un lunedì mattina dello scorso febbraio a contattarmi e a chiedermi: “Camilla, perché non scrivi un libro su Daniele Barioni?”. Barioni che, puntualizzo, è ferrarese, vivente, 89enne, ma di cui io nulla sapevo. Tant’è che mentre Govoni parlava io, ricordo bene, cercavo su Google. Ma perché non tentare? Così l’ho conosciuto e ho pensato che si poteva fare. La sfida, però, era uscire dalla territorialità, non fare una operazione memoria, inutile per la scrivente, per i lettori, per una casa editrice, la Giraldi, che dal 2014 mi dà fiducia. 
Conferma ulteriore che, come rimarca Govoni nell'introduzione, l’economia ha un’anima. E quindi via con le interviste, fatte tutte in una saletta della Camera di commercio in presenza del Presidente, che a sua volta ha posto quesiti. Ed ecco lo scontro con una personalità istrionica, esuberante ma schiva e riservata. 
Barioni parlava tantissimo. Rileggevo gli appunti: solo aneddoti. Questa, ho pensato, sarà la mia chiave. Del resto un resoconto della vita di Barioni non mi interessava. Nella celebrazione tutte le vite diventano belle, anche quelle noiose. E io aborro la retorica. Di qui l’intuizione di romanzare affidando gli aspetti curriculari alla prima parte del libro e all'appendice. Così da renderlo accessibile a chi conosce Barioni e l’opera e a chi non conosce Barioni e non ama l’opera.


Di fatto ho costruito un dialogo immaginario tra il Barioni che io ho percepito, che io ho sentito, e un aspirante giovane tenore vivente solo nella mia testa. Mi sono concessa libertà di interpretazione, ho trasformato suggestioni in fantasia. Ho messo a confronto due generazioni e due concetti di talento. Ho trattato il sogno, nostro, e l’ambizione altrui proiettata su di noi. C’è l’artista, ma c’è soprattutto l’uomo che è stato figlio, marito, padre. E che da figlio ricorda una madre semplice, Fedora, che ha tifato per lui mettendolo diciottenne sul treno per Milano che lo avrebbe portato a essere mito - Luciano Pavarotti lo definì “tra i tenori di un altro pianeta” - e a girare il mondo. 
Poi c’è un aspirante tenore, cui ho dato il nome di Agostino -  in ricordo di Sant'Agostino, che io amo molto - imprigionato nei desideri di un padre che lo vorrebbe vedere calcare il palcoscenico, frustrato nella consapevolezza di non essere dotato di talento, schiacciato dalla paura di deludere il padre. 
Agostino che non ha ambizioni, che non ha potuto chiedesi cosa desidera perché cerca di raggiungere aspirazioni che gli sono state imposte. Agostino che si sente in colpa per non avere desideri di gloria. È davvero una colpa? È davvero un peccato? Noi la esaltiamo, la famiglia, come motore economico ogni volta che ricordiamo che l'80 per cento delle imprese italiane è a tradizione famigliare. E questo sì, è un valore. Ma anche come produttrice di figli per il bene dello Stato - non sono di lontana memoria i Fertility Day e i Family Day - e questo no, non è un valore. Perché la famiglia è spesso un nucleo imperfetto - naturalmente imperfetto - che ci schiaccia.  Noi siamo sempre figli, sempre. Voluti, arrivati, tollerati. E la genitorialità, esattamente come in altri testi - su tutti Interruzioni (Giraldi Editore), oggi spettacolo teatrale portato in scena da Gianna Coletti col patrocinio dell'Associazione Coscioni - rimane il cuore della mia scrittura, che io concepisco come flusso di coscienza. 
Forse perché essendo giornalista sono abituata alla sintesi, all'essenza in poche righe. E se la storia di Barioni è una storia italiana e internazionale, L'uva e l'acciaio tratta sentimenti universali. I diritti, è noto, sono il mio terreno. In questo libro rivendico il diritto alla felicità. Non tutti abbiamo grandi sogni e aspiriamo al successo. E va bene così. Ed è questo che Barioni prova a spiegare ad Agostino. Trasformandosi da Maestro di canto a Maestro di vita.

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