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De Novellis: "Dalla manovra un aiutino, non alla crescita, ma alla ricerca del consenso"

Il Governo, sostiene l’economista, ha cercato lo scontro con l’Ue sperando in una sponda dei Paesi del Blocco di Visegrad. Che non c’è stata. In ogni caso il nostro problema non è il debito, ma la bassa produttività. E senza investimenti su capitale umano e innovazione l’economia non potrà che peggiorare


10/12/2018

di Giambattista Pepi


Fedele De Novellis

Qual è lo stato di salute dell’economia? La domanda sembra retorica, ma non lo è per niente. I mercati finanziari, dopo la corsa sfrenata del decennio successivo alla Grande Crisi esplosa tra il 2007 ed il 2008 negli Stati Uniti e propagatasi poi al resto del mondo, sono preda della volatilità e fortemente instabili; l’andamento dell’economia non è uniformemente positivo in tutte le aree com’è stato negli ultimi anni e fino al 2017, al punto che gli economisti hanno definito “goldilocks” (riccioli d’oro), la singolare congiuntura con tassi di crescita e occupazione elevati, buona domanda di consumi ed investimenti, credito a buon mercato e un contesto di bassa inflazione. 
Malgrado chi ha in mano le redini del governo negli Stati o delle regioni più influenti della Terra provi a fare di tutto - con scelte di policy e dichiarazioni - per mettersi di traverso. Ma in tal modo l’andamento dell’economia internazionale non ne beneficerà, in quanto si stanno cumulando tensioni a fronte di segnali di deterioramento nella crescita del Pil, dell’interscambio commerciale e dell’aumento del debito che non possono essere trascurati. E questo nonostante le Banche centrali (compresa quella degli Stati Uniti, la Fed) siano state finora molto prudenti nel cammino di fuoriuscita dalla fase di allentamento monetario per prevenire eventuali choc economici o fughe dei capitali dai mercati finanziari. 
Quest’anno, d’altra parte, il rischio politico è aumentato diventando la variabile indipendente di uno scenario economico difficilmente decifrabile e potenzialmente capace di accelerare la fine di uno tra i più longevi cicli congiunturali positivi che la storia ricordi. 
Così, mentre negli Stati Uniti gli indicatori economici - la disoccupazione al 3,9%, un dato che non si registrava dalla fine degli anni Sessanta, il Pil al 3,5% su base annua, le domande per gli assegni di disoccupazione settimanali intorno alle 200mila unità, gli utili societari strettamente positivi e il settore automobilistico in forte crescita - convergono a delineare un quadro macro abbastanza positivo che non lascia presagire come imminente la fine della fase espansiva. A loro volta i mercati emergenti -  a causa dell’apprezzamento del dollaro, del calo del prezzo del petrolio, delle tensioni commerciali per la disputa sui dazi tra Stati Uniti, Cina ed Europa, di scelte economiche e politiche discutibili adottate ad esempio in Turchia e in Argentina - sono in forte difficoltà e l’area dell’euro, pur proseguendo nell’insieme con un’intonazione positiva, nel terzo trimestre ha tirato il freno. 
Per capire meglio cosa sta succedendo nell’economia internazionale con un focus sulla nostra che ci riguarda ovviamente da vicino, Economia Italiana.it ha intervistato Fedele De Novellis, economista e direttore scientifico di Ref Ricerche, una think tank di economisti e analisti con sede a Milano. 
Cominciamo con il ricordare che gli Stati Uniti hanno vissuto una fase di crescita particolarmente sostenuta che si è sovrapposta a una politica di bilancio espansiva. Quindi questo mix ha sostenuto la crescita, unitamente ad altri fattori occasionali che hanno fornito ulteriore impulso, come il comparto dell’industria estrattiva. Ma adesso le prospettive dell’economia americana stanno cambiando: gli stimoli fiscali si stanno esaurendo, i tassi di interesse sono tornati a salire, il dollaro si è rafforzato ed i mercati sono arretrati. 
Al punto che il presidente della Fed, Jerome Powell ha detto chiaramente che adesso le cose stanno andando bene, ma non siamo sicuri che continueranno ad andare così bene anche nei prossimi mesi, quindi si analizzeranno con attenzione i dati statistici sull’economia a stelle e strisce prima di prendere decisioni sull’innalzamento dei tassi di interesse. 
L’Europa, al contrario, sta pagando con un freno delle esportazioni e degli investimenti l’aggressiva politica dei dazi all’importazione imposti dal presidente americano Trump. 
L’introduzione di barriere all’export da parte degli Stati Uniti ha portato le imprese multinazionali europee a ritardare o sospendere i piani di investimento previsti, nell’attesa di avere un quadro più certo sull’evoluzione delle politiche protezionistiche. Germania e Italia producono macchinari, ma le loro produzioni avvengono all’interno del cosiddette supply chain, o catene globali di valore che in questo momento sono state fortemente penalizzate. Sappiamo, inoltre, che ci sono stati e ci sono ancora tensioni in Europa sulla Brexit e in Italia per la legge di bilancio oggetto di un aspro confronto con la Commissione europea. Tutto questo ha portato ad un calo negativo del Pil in Germania e in Italia che non ci deve fare stare tranquilli.

Molti si preoccupavano che dal ritmo con cui sarebbe stata condotta la normalizzazione della politica monetaria da parte delle Banche centrali sarebbe potuto dipendere la prosecuzione positiva del ciclo congiunturale ed anche la stabilità dei mercati finanziari. Invece la Fed è l’unica ad essersi mossa con cinque rialzi dei tassi negli ultimi due anni, mentre la Bce e le altre sono ferme. 
Noi dovevamo essere in piena fase di normalizzazione della politica monetaria, la Fed è già molto avanti, la Bce avrebbe dovuto cominciare adesso. Le tensioni nelle borse e, soprattutto, le incertezze di carattere politico suggeriscono, invece, che il processo di normalizzazione della politica monetaria sarà molto più graduale di quel che ci si poteva attendere fino a qualche mese fa. Un punto di discussione sul quale occorre soffermarsi è il rischio politico.

Allude alle politiche dei Governi? 
Sì. Il rischio politico consiste nel fatto che c’è una maggiore incertezza sulle politiche economiche che verranno attuate. Abbiamo avuto una sorpresa importante con la Brexit, un’altra con la politica fiscale di Trump negli Stati Uniti un’altra ancora con le barriere tariffarie, e con la politica espansiva del bilancio italiana. Sostanzialmente i mercati, rispetto a certi annunci di politica economica adesso devono cominciare a scontare la possibilità che questi annunci non si attuino. E quindi quando c’è maggiore incertezza naturalmente i prezzi dei titoli sui mercati scendono. Proprio perché a maggiore incertezza corrisponde maggiore rischio.

Negli ultimi anni il populismo è proliferato nei mercati sviluppati, portando alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, alla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione Europea e, più recentemente, alla formazione di un Governo di coalizione tra i partiti anti-establishment italiani Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Di conseguenza, in alcuni Paesi si sta lavorando a pacchetti fiscali che mirano ad accontentare l’elettorato, a scapito del conservatorismo fiscale. 
Su questo punto va detto che il Governo italiano si aspettava una sponda dai paesi del Blocco di Visegrad (piccola città ungherese dove il 15 febbraio 1991 fu sottoscritto in funzione antisovietica un trattato tra Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, quest’ultima poi disgregatasi dando vita a Repubblica Ceca e Slovacchia - ndr),  che hanno al potere élite politiche euroscettiche o populiste, come anche  dall’Austria dove c’è un governo di estrema destra, che sarebbe stato compiacente rispetto alle politiche italiane. Invece questo non è avvenuto. Così come quando gli inglesi hanno dovuto trattare per la Brexit c’è stato un fronte compatto che ha sostenuto la linea intransigente dell’Unione Europea nei confronti di Londra. Attenzione, queste deviazioni e, tra queste, il tentativo italiano di non rispettare le regole dei trattati e del Patto per la stabilità e la crescita, sono state contrastate, non hanno trovato nessuno disposto a sostenerle o a condividerle.

L’Istat ha rivisto al ribasso la stima del Pil del terzo trimestre (a – 0,1% da 0). Il tasso di disoccupazione (l’11,6%) resta elevato. Oltre 50mila contratti a termini scaduti non saranno rinnovati per i limiti imposti dal Decreto legge Dignità. Dopo 14 trimestri consecutivi di crescita dal 2014, adesso siamo in presenza di questi segnali di discontinuità. Come vanno letti o interpretati? C’è il rischio di una ricaduta in recessione? 
Bisogna vedere cosa intendiamo per recessione. Se ci riferiamo al fatto tecnico che tre trimestri consecutivi siano negativi è un discorso, se immaginiamo invece che il 2019 possa concludersi con un Pil negativo, non è questo il quadro macro che potrebbe portare l’Italia in recessione. Però il quadro è di forte rallentamento, non va esclusa una variazione del Pil dello 0,5% che è nettamente inferiore rispetto all’1,5% del Pil stimato dal Governo nella Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza. Stiamo parlando di un quadro di estrema debolezza a cui corrisponderebbe una contrazione del livello dell’occupazione.

In fondo il Governo con la manovra espansiva puntava proprio ad implementare la crescita attraverso uno choc all’economia con misure realmente proattive (incentivi alle fasce più deboli della popolazione per favorirne l’occupazione ed i consumi, mediante il reddito di cittadinanza, quota 100 per favorire il turnover aziendale, alcune migliaia di assunzioni nella Pubblica amministrazione), oppure è un azzardo come quando si bleffa al gioca al poker? 
Questo è un punto basilare. Cioè, quando si fanno variazioni della politica di bilancio, la loro efficacia in termini di sviluppo è strettamente legata alla reazione che noi abbiamo sul livello dei tassi di interesse. Quindi c’è anche un problema che è dato dal fatto che è stato volutamente cercato lo scontro con la Commissione europea, non considerando che questo avrebbe esacerbato gli effetti avversi sui tassi di interesse e sulle condizioni finanziarie del sistema bancario in generale oltreché sul risparmio delle famiglie. Quindi questo fa sì che un peggioramento delle condizioni finanziarie vada in parte a neutralizzare l’effetto della manovra. E poi entrambi gli effetti – l’aumento dei tassi e la manovra stessa – vanno ad aumentare il deficit che però non viene compensato dalla maggiore crescita, perché la maggiore crescita è molto limitata. Insomma quando si fa un’espansione fiscale si spera che questa, generando maggiore crescita, porti poi in parte a far riassorbire l’aumento del deficit.

Il Governo tuttavia ha difeso a spada tratta la manovra sostenendo che rispondesse al bisogno di incidere sullo sviluppo economico, sulla crescita occupazionale e sulla coesione sociale. 
Con questa manovra l’obiettivo della maggiore crescita non si può raggiungere.

Perché? 
Perché il problema è quello della bassa produttività. La crescita di un Paese dipende dalle macchine che abbiamo a disposizione e dall’intelligenza con cui le usiamo. A noi serve lo studio, la cultura e l’innovazione. Il nostro problema è quello della mancata valorizzazione del capitale umano. E’ questo il problema che dobbiamo aggredire. Occorre investire nel capitale umano, mentre sia questo governo, sia quelli precedenti hanno amplificato la spesa corrente per alimentare e mantenere il consenso elettorale. Lo avevamo visto con gli 80 euro del Governo Renzi, per le europee e lo stesso sta avvenendo adesso con il reddito di cittadinanza o la quota 100 per andare in pensione sempre perché ci sono in vista le elezioni europee del 2019. Così non solo non cresceremo, ma potremo addirittura peggiorare.

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