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De Sarlo: l'unica sfida persa? Quella politica, perché non si addice alle persone... perbene

Il presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo si racconta, mettendo a nudo l’evoluzione del Paese, alla quale ha contribuito con incarichi manageriali di prestigio. Lui che, tanto per diversificare, arriva ora sugli scaffali con un thriller politico-mafioso che attinge dalla realtà e risulta imparentato con lo spopolamento delle montagne in abbinata alla perdita della nostra identità


06/02/2017

di Catone Assori


Non si può certo dire che Pietro De Sarlo tema i cambiamenti. A 23 anni si laurea in ingegneria e a 30 è dirigente del gruppo Cofide, dopo aver già cambiato tre aziende: Eni, Lombardia Informatica e Fininvest. Poi Allianz, Poste Italiane e Intesa Sanpaolo. «In realtà non ho mai fatto l’ingegnere ma appena laureato fui messo dall’Eni all’interno di uno dei principali pensatoi dell’epoca in Italia ad occuparmi di studi di fattibilità tecnico-economica e di strategie di sviluppo territoriali. Una esperienza molto formativa. Poi mi sono dedicato per lunghi anni alle strategie, pianificazione e controllo aziendale, per finire a seguire il settore immobiliare di Intesa Sanpaolo e contribuire a creare quello che oggi è forse il più moderno ed efficiente sistema di welfare integrato che c’è in Italia».
Cambiamenti avvenuti sempre sotto la spinta della curiosità di scoprire e fare cose nuove, ma anche per la mancata capacità di gestire l’ordinario. Oltre alla curiosità c’è poi la passione sociale e il bisogno di mettere le proprie molteplici esperienze al servizio della comunità.
«Se ho un rimpianto è quello di non aver documentato alcune esperienze manageriali fatte, come quella in Poste Italiane. Un pezzo della organizzazione dello Stato che diventava una azienda a tutti gli effetti. Quando arrivai in Poste nel maggio 1998, lasciando una invidiabile posizione manageriale in Allianz e accettando una significativa riduzione di stipendio, l’azienda perdeva quasi tremila miliardi delle vecchie lire e non avevamo liquidità per pagare gli stipendi degli oltre 220.000 dipendenti già dal mese di luglio dello stesso anno. Corrado Passera, insieme a noi che venimmo presto definiti “Passera boys”, dimostrò che era possibile riformare l’amministrazione di un pezzo significativo dello Stato fino a rendere Poste una delle aziende più efficienti e redditizie in un solo triennio. Ecco, avremmo dovuto documentare come lo abbiamo fatto. All’estero i casi di successo vengono studiati e analizzati. Barber, il capo della delivery unit di Tony Blair, scrisse un libro studiato in tutte le scuole di management inglesi e fece innumerevoli conferenze su come era stato possibile trasformare la sanità in Gran Bretagna. Da noi non si usa, purtroppo. Anche della mia esperienza assicurativa in Allianz avrei dovuto lasciare almeno un manuale sulla valutazione delle riserve matematiche vita e danni. In Ras avevamo studiato un modello di assoluta innovazione matematica e scientifica che superava i modelli valutativi più in uso».
Tra le tante sfide vinte c’è però quella persa nella politica, ma «la politica non sembra essere fatta per le persone perbene», dice spesso De Sarlo.
«Tra le poche cose che non mi è riuscito fare è mettere a disposizione della mia comunità di origine, quella lucana, la mia esperienza. Il solo dichiarare questa motivazione ti fa guardare con sospetto. Troppo fuori dagli schemi usuali e troppo vicina all’etica protestante e calvinista per essere apprezzata in un Paese cattolico. Da noi conta solo la salvezza individuale e il bene collettivo viene sempre sacrificato a tali fini. Se uno con tale visione vuole avere successo in politica deve snaturarsi e diventare come i politici, contestati e vituperati, ma sempre votati nel segreto dell’urna e che hanno successo anche dove il meccanismo elettorale prevede la preferenza. Ma allora se per avere successo si cambia la propria natura non si è più agenti di cambiamento e il gioco non vale più la candela».
La passione per la politica però rimane. Probabilmente l’ha ereditata dal padre, sindaco del paese di origine della famiglia, San Chirico Raparo, o dal nonno, che fu podestà di Matera e presidente della Provincia. Nonno che condivideva con il cugino Francesco, accademico dei Lincei, medico e filosofo, e tra gli intellettuali firmatario dell’appello di Croce contro il fascismo, le idee liberali.
Questa passione, insieme all’ansia di mettere a fattor comune le proprie esperienze, lo spinge spesso a scrivere articoli sulla situazione economica e politica attuale e un po’ di economia e di politica nel suo romanzo d’esordio ci sono. E come non potrebbero esserci se si proviene da una regione che per posizione geografica, ricchezze naturali come acqua, petrolio, sole, vento e una varietà di paesaggi inimmaginabili potrebbe essere tra le più ricche del mondo e invece è tra le più povere in assoluto e tra le peggio amministrate.


Ecco quindi che, all’interno della trama sorprendente del suo romanzo di esordio, L’Ammerikano (pagg. 204, euro 14,90), il protagonista Wilber Boscom, l’Ammerikano appunto, esclama: «Non sono i soldi che vi mancano ma la testa e la voglia di lavorare» quando viene suo malgrado trascinato nelle piccole miserie paesane. Procediamo però con ordine. Il fitto intreccio parte dagli inizi del ‘900 con una storia di emigrazione. Più che una sola storia, una costruzione di eventi apparentemente distanti che trova una sua unitarietà nell’incalzare della narrazione.
Una coppia in fuga per amore da Monte Saraceno, nome di fantasia di un piccolo borgo vicino ai pozzi di petrolio della Val d’Agri, verso gli Stati Uniti dà l’avvio alle storie parallele dei due rami della famiglia Ametrano. La parte americana, che conserva una labile traccia delle proprie origini, è quella che è rimasta in Italia a Monte Saraceno che anno dopo anno, generazione dopo generazione, segue con apatica rassegnazione il declino della propria comunità colpevolmente complice di un potere politico dai riti immutabili in una Italia che non riesce mai ad emendarsi dai propri vizi e difetti. 
«Una Italia veramente immobile nei suoi tratti strutturali. Ricordo che tra i primi studi che affrontai nel 1980, da giovane ingegnere della direzione studi strategici della Snamprogetti, ci furono quello della valutazione delle alternative al ponte sullo stretto di Messina, del piano Porti Transoceanici in Italia e lo sviluppo del bacino carbonifero del Sulcis. Questioni che si ripropongono puntualmente senza nessuna novità di rilievo dal punto di vista tecnico-economico. Basterebbe cambiare la data agli articoli di giornale apparsi all’epoca».
Insieme alla mafia e la finanza, il mondo della vela e del mare, altra passione dell’autore, sullo sfondo del racconto c’è il petrolio.
In un passaggio del romanzo si legge: Si parlava molto, nella seconda metà degli anni Ottanta, della crescita economica della zona legata allo sfruttamento del petrolio, e in questa crescita economica i nuovi Ametrano si sarebbero inseriti con successo. Ma ben presto il sogno texano della regione e dei suoi abitanti si tradusse nell’incubo nigeriano dello sfruttamento petrolifero.
«Quando iniziai a lavorare all’Eni all’inizio degli anni Ottanta l’ombra di Mattei era ancora forte e presente. Lo sfruttamento del petrolio veniva visto come una occasione per finanziare la crescita del Paese. Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti e l’Eni, come quasi tutte le aziende e come l’intera nazione, ha perso ogni senso di responsabilità sociale di impresa. Il petrolio è solo diventato una occasione di sfruttamento di territori, a cui vengono lasciati solamente inquinamento e sottosviluppo, a beneficio di una finanza sempre più irresponsabile. La Fiat, dopo aver drenato le casse dello Stato in misura superiore a tutto l’intervento straordinario per il Mezzogiorno, lascia Torino per andare all’estero e nessuno dice nulla. Ditemi se questo è normale e concepibile!».
Arriviamo quindi ai nostri giorni quando Wilber Boscom, l’Ammerikano, pressato dalla necessità di sfuggire alla vendetta di una famiglia mafiosa italo-americana, gli Zambrino, cerca una nuova possibilità di vita nelle proprie origini. L’incontro con la piccola comunità di Monte Saraceno, e con il suo lontano parente Vincenzo, ne altera tutti gli equilibri più profondi arrivando a sconvolgerne l’esistenza. 
Pagina dopo pagina il racconto scorre lieve e in fretta legando il lettore, di sorpresa in sorpresa, fino al tragico epilogo finale e, come per ogni buon libro, non vedi l’ora di arrivare alla parola fine, ma sentendo già la nostalgia dei personaggi e degli ambienti incontrati. Tra questi spicca il sindaco del villaggio, Costante, così simile a tanti nostri sindaci e politici che sembra più uscito dalle nebbie di Rignano sull’Arno che dai monti lucani. Quindi una storia non solo lucana, ma un libro sullo spopolamento delle nostre montagne e sulla perdita di valore della nostra identità e cultura a seguito di tale spopolamento. Montagne che fanno parte del nostro Dna, ma di cui ci si ricorda solo in occasione dei terremoti, insieme alla nostra cattiva coscienza per non aver saputo prevenire la distruzione del patrimonio lasciatoci dai nostri padri. Un libro sui contrasti tra epoche, mondi e ambienti diversi e sul cambiamento necessario che chi, come l’autore, ha vissuto la propria infanzia in una realtà arcaica e simile, per costumi e condizioni di vita, a quelle dell’800 e ha passato il resto della vita freneticamente tra Milano e Roma nel 2000, ha dovuto affrontare.
«Il cambiamento fa parte della natura umana. Spesso dimentichiamo che il plusvalore dell’uomo rispetto alle altre specie animali è proprio la sua capacità di cambiare per adattarsi all’ambiente in cui vive. Quando non riusciamo a farlo ci illudiamo di rimanere fermi ma in realtà regrediamo».
Lo stile narrativo è asciutto ed essenziale quando le vicende si dipanano oltreoceano, rievoca invece la coralità dei romanzi di Verga e la migliore tradizione della commedia napoletana quando la scena si sposta nel Sud Italia. Un libro che si presta a diversi livelli di lettura e che pone domande sulla stessa natura e condizione dell’uomo: artefice o vittima del proprio destino? Wilber, che riscoprendo le proprie origini pensa di scrollarsi di dosso il pesante fardello che vuole lasciare oltreoceano, e Vincenzo, che galleggia senza costrutto in una posizione di snobistica e solitaria protesta senza azione e senza sbocchi, più che protagonisti della propria vita ricordano i dublinesi dell’Ulisse di Joyce nel loro muoversi più guidati dalla casualità degli incontri che dalla propria volontà.
«Molti mi scrivono entusiasti dopo aver letto il libro e mi incoraggiano a proseguire. In realtà questo è uno dei tanti progetti che avevo da tempo nel cassetto. Il primo che ha trovato compimento. Tra gli altri un giallo ambientato a Roma, un nuovo romanzo che si svolge nella Lucania negli anni dell’unità di Italia (ma la ricerca storica è difficoltosa e richiede tempo) e un thriller politico-mafioso ispirato a una storia vera avvenuta in Lucania negli anni Settanta. Però la scrittura richiede tempo e disciplina, e in questo momento, alternando la mia impegnativa attività lavorativa a quella dello scrivere, il tempo a disposizione è inferiore alle necessità. Per questo parlo di progetti e non di impegni nei confronti dei lettori».

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