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Di Maio e Salvini alzano la voce contro l'Ue, ma Bruxelles fa... orecchie da mercante

Alla base delle frizioni la necessità di finanziare le misure del programma in deficit, pena il veto sul prossimo Bilancio comunitario. E mentre il premier Conte riscopre lo strumento della cabina di regia di scuola democristiana per fare da cassa di compensazione delle divergenze interne alla maggioranza, scattano gli aumenti dei prezzi  


03/09/2018

di Giambattista Pepi


Non che siano mai stati idilliaci, ma le relazioni tra l’Italia e l’Unione Europea, dopo il Governo Monti, hanno vissuto di alti e bassi. Con l’Europa non fu tenero l’ex premier Matteo Renzi (PD), ma nemmeno i nuovi inquilini di Palazzo Chigi lo sono. Anzi, per dirla tutta, sia Di Maio (M5s) sia Salvini (Lega) stanno alzando la voce. Per ragioni di principio certamente (la gestione dei flussi migratori, la loro redistribuzione tra i Paesi e la rideterminazione degli oneri dell’accoglienza che prevede la modifica se non il superamento del Trattato di Dublino e, soprattutto, una maggiore flessibilità nel governo dei conti pubblici), ma anche di polemica politica (l’Europa non va giù a molti anche per l’interpretazione fin troppo ortodossa dei Trattati da parte della Commissione UE e per lo strabismo per cui considera alcuni Stati figli e altri figliastri). 
Così, tra demeriti nostri e altrui, diventa sempre più profonda la distanza che separa le prerogative del governo e le risposte di Bruxelles e piuttosto che avvicinarsi, le distanze tra l’Italia e le Istituzioni europee, aumentano. I toni si sono inaspriti dopo il “caso” della nave Diciotti ferma per otto giorni al porto di Catania con 139 migranti a bordo in attesa che l’Europa accettasse di condividere la responsabilità nella ridistribuzione dei migranti. E quando l’Europa ha detto che nessun Paese aveva manifestato la propria disponibilità, la reazione del Governo è stata veemente. 
Il primo attacco è partito dal vice premier Luigi Di Maio (capo politico del M5s) che ha minacciato il blocco di 20 miliardi (una cifra sparata a casaccio) di euro destinati al budget europeo se non venissero riconosciuti gli sforzi sul capitolo migranti. A stretto giro di pista è giunta la replica del Commissario europeo al Bilancio, Guenther Oettinger. In un’intervista a Politico.eu, ricorda che “l’Italia paga 14, 15, 16 miliardi l’anno, ma se si prende in conto quel che riceve dal bilancio UE, questo lascia un contributo netto sui 3 miliardi l’anno”. E i fondi UE, aggiunge, vanno ai “programmi di coesione, ricerche e infrastrutture, per esempio al tunnel di base del Brennero” in quanto gli Stati membri “sono in ultimo i beneficiari della politica di bilancio europea”. 
Quanto al rispetto dell’obbligo della contribuzione al bilancio dell’UE, il commissario ha avvertito l’Italia che “tutti gli Stati europei si sono impegnati a pagare i loro contributi nei tempi previsti: tutto il resto sarebbe una violazione delle regole europee che comporterebbe penalità. L’Italia ha guadagnato la nostra collaborazione per far fronte alla crisi dei rifugiati e alle sue conseguenze. Si può solo mettere in guardia Roma dal mescolare questioni di politica migratoria con il bilancio UE”, ha concluso il commissario tedesco. A dare manforte a Oettinger è arrivato l’altolà di Berlino: il finanziamento del bilancio europeo “è stato ratificato nei Trattati europei. E vale per tutti” ha detto Steffen Seibert, portavoce della cancelliera Angela Merkel. 
La “madre” delle frizioni tra il Governo e la Commissione Europea è costituito dalle promesse fatte durante la campagna elettorale per la cui realizzazione non sarebbero ancora state individuate le fonti di finanziamento con il rischio di doverle realizzare aumentando il debito e quindi in deficit. 
“Voglio realizzare subito le tre misure principali del contratto di governo: superamento della legge Fornero, reddito di cittadinanza e flat tax” ha sintetizzato Di Maio. La riforma dei centri per l’impiego, ha spiegato, “si può avviare assieme alla distribuzione del reddito di cittadinanza”, “io voglio una forma di reddito più ampia possibile, non procedo in modo timido”. Per questo obiettivo, Di Maio si dice pronto a violare il tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil. “Non lo escludo, tutto può essere. Ma non possiamo dirlo ora, stiamo lavorando alla legge di Bilancio. Se per raggiungere i nostri obiettivi servirà, accederemo agli investimenti in deficit”. 
Il rispetto del rapporto deficit-Pil del 3% è stato criticato anche da chi lo ha inventato, “ma è molto diverso dal dire che lo supereremo” getta acqua sul fuoco il ministro dell’Economia Giovanni Tria in una conferenza stampa all’ambasciata italiana nel corso della recente missione in Cina. Nel confronto con l’UE “non vedo grandi conflitti di mia competenza” ha aggiunto Tria. “Lo spread attuale non risponde ai fondamentali e alla solidità dell’Italia. Ricordo che l’Italia ha un surplus primario da vent’anni. Ritengo che l’andamento sia anche dovuto a una fase di incertezza tipica del periodo estivo. Ma nelle sue linee generali è già stato definito il rispetto delle regole di finanza pubblica”. 
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Giancarlo Giorgetti (Lega), dal canto suo, rincara la dose. “Le regole europee di bilancio sono stabilite e vigilate dalla Commissione Europea che in questo momento mi sembra in difficoltà. In Europa oggi - e il caso immigrazione è lampante, ma non c’è solo questo - si fatica a trovare un accordo su tutto. Noi non diciamo di rompere le regole, ma oggi l’autorità europea mi sembra un po’ meno legittimata rispetto al passato a rivestire i panni dell’austera custode dei conti e dei bilanci”. 
E a proposito della manovra che dovrebbe accompagnare la predisposizione della Legge di bilancio per il 2019 (entro il 15 ottobre dovrà essere inviata alla Commissione europea) che dovrebbe finanziare, tra le altre, le misure relative al reddito di cittadinanza e a una prima revisione della riforma Fornero ha aggiunto: “Siamo consapevoli che non si può fare tutto e subito. Questo Governo è nato con l’intenzione di durare cinque anni. Dobbiamo dare segnali concreti da subito, quindi stiamo valutando con i tecnici del ministero le misure da introdurre quest’anno per dare un segnale. Questo tipo di azione chiaramente prevede tensioni per quanto riguarda le coperture e gli indicatori che ci chiedono dall’Europa”. 
Sul fronte interno, intanto cominciano a differenziarsi le posizioni tra i partiti della maggioranza. Tra Lega e M5s crescono le divergenze sulle misure del programma di governo da attuare per prime e sui modi e le forme con cui attuarle. Emblematico il caso del taglio delle cosiddette pensioni d’oro. Stanco di fare da cassa di compensazione degli attriti e delle frizioni tra le due componenti, il Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, ha pensato bene di estrarre un vecchio arnese dell’armamentario pressoché inesauribile delle “trovate” della vecchia DC, cioè la cabina di regia: ovvero uno strumento per la mediazione delle posizione, del quale faranno ufficialmente parte, oltre al premier, i due vicepremier (Di Maio e Salvini), il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Giorgetti, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Tria e, di volta, in volta, a seconda degli argomenti da discutere, i ministri del Governo competenti per materia. 
Sul confronto con Bruxelles sulla capacità del Governo di ottenere margini sui conti si basa una parte significativa del Nuovo aggiornamento del Documento di economia e finanza che sarà pronto il 27 settembre dopo il  rientro del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, dalla visita in Cina finalizzata a trovare nuovi investitori vista la fuga dei fondi stranieri dai titoli di Stato e la progressiva riduzione degli stimoli monetari da parte della Bce che termineranno ufficialmente il prossimo 31 dicembre.  
Oltre alla fuga degli investitori stranieri dall’Italia, c’è un’altra cattiva notizia per il nostro Paese. Dopo la revisione al ribasso di Moody’s sulla crescita dell’Italia dall’1,5% all’1,2% nel 2018 (peraltro confermata dall’Istat sulla base della crescita dello 0,2% del Pil nel secondo trimestre) e l’allarme sul debito lanciato da Fitch che mantiene invariato il rating ma ha rivisto al ribasso l’outlook da stabile a negativo, arriva un’altra gelata: secondo l’Ocse (l’Organizzazione che monitora i Paesi più industrializzati) l’Italia è l’unico Paese del G7 che nel secondo trimestre di quest’anno ha registrato un rallentamento del Pil. Sulla base delle ultime rilevazioni, di fronte ad una crescita media dell’area euro dello 0,6%, con il record degli Stati Uniti a + 1% e la Germania in progresso di mezzo punto, mentre la Francia è ferma, l’Italia resta fanalino di coda. 
Con la ripresa delle quotidianità dopo il rientro dalle vacanze, inoltre, dovremo fare i conti con una raffica di aumenti dei prezzi. Rincari che riguardano prodotti e servizi e che rendono amaro il ritorno alla normalità per moltissimi connazionali. La stangata più evidente è quella che colpirà i generi alimentari, in particolare pasta, pane e biscotti. A causa del rincaro del grano, in media prevista una spesa aggiuntiva annua di 45 euro per ogni famiglia. 
Secondo il Codacons la produzione di questa materia prima, i cui derivati sono diffusissimi sulle nostre tavole, è scesa vertiginosamente (fino al 20%) a causa della siccità, portando a un’impennata dei prezzi dei prodotti da forno. Senza sottovalutare i rincari energetici perché, se è vero che il prezzo del petrolio è rallentato (ma le previsioni non sono ottimistiche), gli adeguamenti delle bollette non sono immediati. 
Infine, dulcis in fundo, con l’avvicinarsi della riapertura delle scuole, le associazioni dei consumatori tornano a calcolare se e di quanto aumenteranno i costi dei corredi scolastici e dei libri di testo e a ipotizzare le “stangate” che si preparano per le famiglie a settembre. Secondo i calcoli di Federconsumatori, quest’anno costerà intorno ai 526 euro il corredo scolastico per ogni singolo studente, con un incremento dello 0,8% rispetto al 2017.

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