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Donald Trump scatena la rabbia iraniana e il pericolo ora sono le armi nucleari

Dopo l’attacco statunitense che ha visto l’uccisione del generale Qassem Suleimani, Teheran si dice pronta a cancellare Israele dalle carte geografiche in caso di una eventuale aggressione


07/01/2020

di Damiano Pignalosa


Paura, terrore e indignazione, sono questi i doni di benvenuto che il 2020 ci ha regalato aprendo a una nuova crisi mondiale con lo spettro di una possibile guerra nucleare tra Usa e Iran. Nella notte tra giovedì e venerdì scorso, attraverso l’utilizzo di droni, gli Stati Uniti hanno compiuto un attacco all’aeroporto internazionale di Baghdad, la capitale dell’Iraq, uccidendo il potentissimo generale iraniano Qassem Suleimani, uno degli uomini più noti e popolari in Iran. L’uccisione di Suleimani potrebbe cambiare in modo irreversibile i rapporti tra Stati Uniti e Iran, anche perché il governo iraniano l’ha definito un vero e proprio «atto di guerra». L’ordine di uccidere Suleimani è arrivato direttamente dal presidente Donald Trump che ha deciso di non informare il Congresso dell’attacco imminente e poche ore dopo si è limitato a pubblicare su Twitter una bandiera degli Stati Uniti. I presidenti americani che lo avevano preceduto avevano scartato l’idea di uccidere Suleimani, per il timore che un’azione di questa portata avrebbe portato all’inizio di una guerra tra Stati Uniti e Iran.
Mentre da una parte gli Usa accolgono il pieno appoggio da parte del premier Uk Boris Johnson trovando subito un vecchio alleato, decidono di rincarare la dose dichiarando che se l’Iran reagirà militarmente, gli Stati Uniti sono pronti ad attaccare anche siti culturali iraniani mettendo in ginocchio il Paese. Una minaccia che ha provocato l’immediata reazione dell’Iran: “Colpire siti culturali sarebbe un crimine di guerra”, la risposta del ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Mentre il ministero della Difesa Amir Hatami chiede a “tutti i Paesi del mondo di prendere posizione” contro le “mosse terroristiche” degli Stati Uniti. Da Teheran, intanto, fanno sapere che: “La risposta dell’Iran sarà sicuramente militare e contro siti militari”, ha detto in un’intervista alla Cnn Houssein Dehghan, uno dei più stretti consiglieri dell’ayatollah Ali Khamenei. “Se gli Usa compiranno un nuovo attacco, Teheran cancellerà Israele dalle carte geografiche”. 
Le ripercussioni di questo attacco sono molteplici, partendo proprio dalla situazione geopolitica iraniana. L’effetto interno più rilevante della bravata trumpiana sarà, in Iran, non un cambio ma un rafforzamento di regime. Ciò comporterà la fine della componente progressista, democratica e filo-europea della politica iraniana affermatasi nelle ultime elezioni. I seguaci del presidente riformista degli anni ’90, Kathami, già in difficoltà, verranno definitivamente soverchiati dal blocco ultra-conservatore e nazionalista che ruota intorno alle forze armate, i pasdaran e gli ayatollah.
A questo si lega l’ormai scontato ritiro dall’accordo sul nucleare del 2015, dal quale l’amministrazione Trump si è svincolata oltre un anno e mezzo fa. Il trattato stabiliva che l’Iran si sarebbe astenuto dal dotarsi della tecnologia nucleare bellica in cambio del suo reintegro nell’economia internazionale tramite la ripresa degli scambi e degli investimenti con i paesi UE, e in primo luogo con l’Italia. Un canale di amicizia e di cooperazione tra Iran ed Europa che si chiuderà presto. “La decisione di attaccare presa dagli Stati uniti determinerà la politica iraniana riguardante l’implementazione e il futuro dell’accordo”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi.
In un colloquio avuto in queste ore, l’alto rappresentante Ue Josep Borrell ha inoltre “esortato l’Iran a esercitare moderazione” e a “considerare attentamente qualsiasi reazione per evitare un’ulteriore escalation”. Borrell ha inoltre offerto il “suo pieno impegno per contribuire alla de-escalation” e ha “sottolineato che, in definitiva, una soluzione politica regionale sia l’unica via percorribile e che l’Unione Europea è pronta a sostenerla”.
Solo per la cronaca, va inoltre ricordato che l’Iran è una delle poche nazioni del medio oriente dove gli Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere il controllo o perlomeno una presenza strategica. A questo si aggiunge la notizia di novembre scorso in cui l'Iran ha annunciato la scoperta di un maxi giacimento petrolifero contenente riserve stimate in 53 miliardi di barili che potrebbero aumentare di un terzo le scorte nazionali facendo entrare il Paese nella top tre tra gli estrattori di petrolio al mondo. 
In tutto questo l’Europa resta a guardare, completamente inerme e senza voce in capitolo nonostante gli accordi economici presi negli anni scorsi che tutto d’un tratto sono stati stracciati dalle azioni Usa che come al solito hanno deciso di agire senza chiedere niente a nessuno. Anche in questo la debolezza europea viene a galla figlia di un declino politico-economico che lascia lo scettro decisionale agli altri, rinchiudendosi nella propria tana fatta di fango e foglie. La Gran Bretagna ha già espresso il suo appoggio verso gli Stati Uniti mentre Russia e Cina sono pronti a schierarsi con l’Iran. Le super potenze mondiali fanno la loro parte e l’Europa intera evita di prendere una decisione diretta inneggiando al dialogo che, se da una parte è sicuramente la speranza di noi tutti, dall’altra denota uno scarso peso politico a livello internazionale.
In tutto questo marasma esploso all’alba del 2020 restiamo spettatori di uno spettacolo di cui ne avremmo sicuramente fatto a meno, in attesa di capire le evoluzioni che queste azioni avranno su tutti noi, con la paura vera di dover affrontare uno spettro chiamato guerra nucleare.

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